Se le guerre commerciali sono facili da vincere, l'Italia può avere la sua parte?

20 maggio 2019

Claudio Colacurcio, Elena Salmaso

Per un Paese a forte vocazione estera come il nostro, il nuovo corso è certamente un elemento di preoccupazione

 

14 mesi e quasi 5000 tweet fa, un post ormai celebre di Donald Trump [1] dava il via a una nuova stagione della politica commerciale americana. Da allora l’account del Presidente degli Stati Uniti ha dedicato circa tre messaggi a settimana ai rapporti con la Cina e al difficile processo di negoziazione che sta coinvolgendo i due governi. Il confronto è andato peraltro ben oltre il mondo dei social e alle minacce (ai tweet in questo caso), sono rapidamente seguiti i fatti. 

In tre diverse tranche l’amministrazione americana ha gravato di nuovi dazi oltre 250 miliardi di beni dalla Cina (il 46% dell’import complessivo). Secondo lo schema tipico del tit for tat tra Paesi la risposta di Pechino non si è fatta attendere e 60 miliardi di merci americane in Cina (il 39% dei flussi) hanno sperimentato un innalzamento delle tariffe doganali di simile entità. Il dettaglio settoriale dei prodotti coinvolti riflette la specializzazione dell’export dei due Paesi, con un peso particolarmente rilevante dell’elettronica ed elettrotecnica nel caso dei flussi cinesi negli Usa, di meccanica e chimica per l’export americano verso oriente.

 
Graf. 1 Export cinese negli USA soggetto a nuovi dazi per settore (valori 2018 in milioni di dollari e quota sul totale) 
Export cinese negli USA soggetto a nuovi dazi per settore (valori 2018 in milioni di dollari e quota sul totale)
 
Graf.2 Export Usa in Cina soggetto a nuovi dazi per settore (valori 2018 in milioni di dollari e quota sul totale)
Export Usa in Cina soggetto a nuovi dazi per settore (valori 2018 in milioni di dollari e quota sul totale)
 

Più volte in queste pagine è stato evidenziato come, dietro al confronto sugli scambi, esista in realtà una contrapposizione ben più ampia, che chiama in causa lo sviluppo e la tutela di tecnologia d’avanguardia, l’approvvigionamento di materie prime, la rappresentanza negli organismi multilaterali e più in generale il posizionamento delle due principali economie mondiali nello scenario geopolitico dei prossimi anni. Altre analisi hanno poi evidenziato la dubbia efficacia sin qui dello strumento tariffario in sé e su chi stia in realtà sopportandone i maggiori oneri. Da queste emerge come per quanto il presidente Trump si sia autodefinito con orgoglio the tariff man, riferendosi al maggior gettito generato dai dazi, tax man sarebbe probabilmente una definizione più appropriata; emerge infatti una traslazione da parte degli esportatori cinesi su imprese e consumatori americani dei dazi.  

Un elemento meno esplorato è invece la presenza di un eventuale spazio di mercato per i Paesi ai margini del conflitto commerciale sinoamericano. L’idea di fondo è infatti che solo una parte delle minori importazioni dalla Cina sia in realtà compensato da produttori domestici (l’Unctad  stima appena il 6%), e che l’aumento delle barriere verso un solo concorrente offra agli altri opportunità di crescita. Una stima per l’Italia dell’effetto sostituzione in entrambi i mercati varrebbe per esempio oltre 10 miliardi di dollari (quasi il 2% dell’export nazionale nel 2018). Si tratta di un valore (ipotetico) che implicherebbe un vero e proprio spiazzamento competitivo delle produzioni del concorrente gravato da dazi ripartendo tra gli altri quanto lasciato in funzione della loro quota relativa in ogni settore. Meccanica, moda e sistema casa (arredo e prodotti per l’edilizia) sarebbero i principali beneficiari sul mercato statunitense privato della concorrenza cinese, in funzione di un già elevato posizionamento competitivo dei produttori italiani e di una concorrenza con il Paese asiatico decisamente agguerrita. Gli stessi comparti, insieme ai settori intermedi (metallo, chimica, gomma e plastica) beneficerebbero di un analogo spiazzamento dei produttori americani sul mercato cinese. 

 
Graf.3 Aumento potenziale  export italiano negli USA per settore (valori 2018 in migliaia di dollari)
 
Graf.4 Aumento potenziale  export italiano in Cina per settore (valori 2018 in migliaia di dollari)
 

Così come l’idea che il commercio internazionale sia un gioco a somma zero tra produttori esteri e imprese nazionali, anche l’idea che fattori distorsivi al libero scambio possano tradursi in opportunità rappresenta però un’illusione ottica. La perfetta sostituzione dei fornitori è in realtà un’ipotesi assai semplicistica dei rapporti commerciali nell’economia moderna. I flussi di beni viaggiano infatti sempre più in una logica di filiera, secondo un’organizzazione di produzione e distribuzione ormai su scala globale e dove il prezzo finale è solo uno dei fattori determinanti della geografia degli scambi.

Peraltro un’analisi dei Vmu (valori medi unitari all’export) italiani rispetto al concorrente gravato dai dazi in entrambi i Paesi mette in luce come difficilmente le nuove barriere colmerebbero i rispettivi gap. Soprattutto sul mercato americano, i Vmu cinesi in comparti come moda, arredo e prodotti per le costruzioni sono tra 1/10 e la metà di quelli italiani. Difficilmente un aggravio di 25 punti percentuali potrebbe quindi livellare i valori, che in realtà rispecchiano livelli qualitativi dei prodotti e presidio di segmenti assai differenti tra i due concorrenti. Per quello che riguarda le opportunità sul mercato cinese, le imprese italiane si confrontano su livelli qualitativi comparabili all’offerta americana solo nel caso dell’arredo, mentre negli altri comparti il differenziale sembra segnalare un disallineamento della specializzazione e quindi un posizionamento dei due produttori poco influenzabile dai prezzi relativi.

Prima di una sua quantificazione numerica, per cogliere appieno gli effetti sull’Italia della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina occorre inoltre riflettere su come le tensioni che attraversano il Pacifico non rappresentino un caso isolato, ma siano solo il rivolo più evidente di un fiume oggi in piena. Negli stessi settori penalizzati dall’escalation dei dazi, le imprese italiane sperimentano in entrambi i mercati consistenti barriere non tariffarie, per certi versi anche più distorsive dei tributi doganali (ad esempio perché più penalizzanti verso piccoli e medi esportatori).

Dall’archivio delle barriere censito da Global Trade Alert emergono azioni discriminanti soprattutto verso produttori europei nella filiera dei metalli, della moda e dell’agroalimentare per quello che riguarda il mercato statunitense; meccanica e moda sono invece i settori più penalizzati su quello cinese. Non solo queste barriere artificiali al libero scambio possono frenare il potenziale italiano sui due mercati, ma il loro proliferare su scala globale (e ben prima dell’avvento di Trump) è forse la testimonianza più evidente che il rischio protezionista non sia oggi confinabile alle iniziative di un singolo (Paese o presidente).

Rimane certo un fattore critico il ruolo assunto oggi dalla prima potenza mondiale in questo processo, sia per le dimensioni assolute degli scambi coinvolti sia per il suo valore segnaletico. Utilizzando le parole del premio Nobel Joseph Stiglitz, gli Stati Uniti sono infatti passati velocemente da una posizione di leadership nel promuovere un sistema internazionale basato sulle regole, a un primato altrettanto netto nello spingere il protezionismo su scala globale. Va affermandosi una nuova visione degli scambi dove è ormai accettata l’idea che uno squilibrio nella bilancia dei pagamenti in un singolo settore non sia una conseguenza naturale del processo di specializzazione che caratterizza la produzione mondiale, ma un errore da correggere; una correzione che passa peraltro dall’innalzamento di barriere verso l’esterno piuttosto che politiche industriali attive per rafforzare la competitività dei propri produttori.

 
Graf 5 Numero di prodotti soggetti a barriere non tariffarie in USA attive nel 2019, per settore
 
Graf 6 Numero di prodotti soggetti a barriere non tariffarie in Cina attive nel 2019, per settore
 

Per un Paese a forte vocazione estera come l’Italia (1/3 del Pil riconducibile all’export e il 6° Paese al mondo per dimensione del saldo attivo manifatturiero) il nuovo corso è certamente un elemento di preoccupazione, la cui misura non si esprime tanto negli effetti diretti di singole iniziative, quanto in quelli indiretti che una tale visione degli scambi può generare. Per rimanere al caso degli Stati Uniti e all’attuale fronte caldo con l’Europa (il settore auto), una riduzione forzata dell’import non si limiterebbe a limare l’export diretto sul mercato (per l’Italia poco meno di 6 miliardi di dollari nel 2018), ma penalizzerebbe oltre mille imprese che attraverso rapporti di fornitura con i produttori europei contribuiscono a una filiera dell’automotive Ue responsabile per quasi 60 miliardi di esportazioni. 

L’augurio per le imprese italiane è quindi che così come l’amato Twitter, alzando il limite dei caratteri consentiti, ha sacrificato l’immediatezza dei post per un’informazione più completa, così l’amministrazione americana e i suoi follower nel mondo superino una visione spesso troppo semplificata dei meccanismi della globalizzazione; possano invece rispondere ai suoi oggettivi squilibri con soluzioni forse meno efficaci in termini comunicativi, ma fondamentali nel promuovere quel gioco a somma positiva che la libera circolazione di prodotti, persone e idee è ancora in grado di produrre sull’economia e soprattutto sul benessere mondiale.

 
 
[1] “When a country (USA) is losing many billions of dollars on trade with virtually every country it does business with, trade wars are good, and easy to win. Example, when we are down $100 billion with a certain country and they get cute, don’t trade anymore-we win big. It’s easy!”