NEWS

Rapporto di Previsione settembre 2018 - Highlights

Delusione export, l’Italia rallenta più degli altri

 
 
 
RdP settembre 2018 - Highlights
 

La crescita globale continua a rallentare tra rischi sempre maggiori, primo fra tutti l’escalation delle tensioni commerciali tra Usa e Cina. In questo contesto, l’Italia si conferma fanalino di coda in Europa: aumenta ancora il divario con i paesi dell’area.

 

Le principali previsioni del Rapporto di settembre 2018:

  • Crescita 2018 dell’Italia rivista al ribasso a +1% (da +1,2% di luglio), a causa della caduta oltre le attese delle esportazioni
  • Tagliata la stima anche per il 2019 (+0,9% da 1,2% di luglio). L’economia italiana continuerà a espandersi a tassi di poco inferiori all’1% per il prossimo triennio
  • Portare il disavanzo al 2,4% del Pil per i prossimi tre anni rischia di avere effetto nullo sulla dinamica della crescita. Dalle (poche) informazioni al momento disponibili, l’impianto della manovra sembra improntato verso misure di trasferimento e non verso misure che possano sostenere la crescita potenziale: il maggior impatto espansivo delle misure fiscali potrebbe essere compensato da maggior incertezza e spread più elevati, in un contesto in cui il debito/Pil non diminuisce
  • Pur non ipotizzando una guerra a tutto campo, ma aumenti di tariffe mirati e concentrati tra Stati Uniti e Cina per un periodo prolungato, nello scenario Prometeia il commercio mondiale continuerà a rallentare (+4,1% nel 2018, +3,3% nel 2019 e 2020)
  • Le turbolenze di molti paesi emergenti pesano relativamente di più sulle esportazioni italiane. Tra i grandi paesi dell’euro, l’Italia è quello con la quota di esportazioni maggiore verso i mercati in difficoltà. La dinamica del Pil sarebbe penalizzata di 0,3 punti percentuali nei prossimi 12 mesi
  • L’estensione del regime forfetario per il “popolo delle partite Iva” ridurrebbe il gettito fiscale. I nuovi beneficiari sarebbero soprattutto al Nord
 

Italia sempre più fanalino di coda in Europa

La diffusione dei dati relativi al secondo trimestre e le informazioni sui mesi estivi disegnano un quadro di netto rallentamento dell’attività economica in Italia. Rispetto al +1,6% di fine 2017, tutti gli indicatori congiunturali disponibili, dalla produzione industriale caduta in luglio (-1,8% su giugno) ai climi di fiducia di agosto, prefigurano adesso per il terzo trimestre al più una stabilità del Pil rispetto al secondo, il che implicherebbe un ulteriore rallentamento (+0,8%) in termini annui. Nel volgere di nove mesi il ritmo di crescita si sarebbe quindi dimezzato.

 A parziale consolazione, il timone della crescita sta passando dai consumi delle famiglie agli investimenti. Questi ultimi, infatti, pur nell’erraticità che li contraddistingue, stanno accelerando e il ritmo di crescita ha raggiunto nel Q2 2018 il 9% per i macchinari, impianti, mezzi di trasporto e altro, ha superato il 2% per le costruzioni. Le esportazioni rappresentano invece la grande delusione di questa fase congiunturale. Dopo la forte contrazione di inizio anno, in analogia a quanto avveniva negli altri paesi europei, sono diminuite anche nel secondo trimestre (-0,2%). La delusione è tanto più cocente se ci si confronta con gli altri grandi paesi europei: non solo il rallentamento è stato più intenso nel nostro paese, ma le esportazioni altrove hanno almeno parzialmente recuperato nel secondo trimestre e non mostrano comunque lo stesso grado di sofferenza. A contrarsi sono state principalmente le esportazioni dirette verso le aree extra-Ue.

Un rallentamento, tuttavia, non tale da bloccare la prosecuzione di questo oramai lungo ciclo espansivo per l’economia italiana: il quarto trimestre dovrebbe vedere il ritorno alla crescita, così che il 2018 si chiuderebbe con un incremento medio del Pil all’1%, comunque in ribasso rispetto alla stima fatta tre mesi fa (+1,2%). Una limatura che certifica ulteriormente che il ciclo ha raggiunto il suo picco nel 2017 ed è in una fase di assestamento su ritmi più vicini a quelli del potenziale, per la nostra economia stimato tra lo 0.5% e l’1%. In assenza di eventi traumatici che facciano deragliare la crescita, l’economia italiana potrà continuare a espandersi a tassi di poco inferiori all’1% anche nel prossimo triennio, permettendo la creazione di oltre 500mila posti di lavoro. 

 

Commercio mondiale alla prova dazi

L’escalation delle tensioni commerciali tra Usa e Cina è l’elemento che più offusca il quadro prospettico mondiale. I dazi sulle importazioni americane di prodotti cinesi preoccupano per molti motivi. Si è arrivati rapidamente a più di 250 miliardi di dollari di merci cinesi attualmente soggette a dazi più alti. L’ammontare di questi prodotti potrebbe facilmente e rapidamente raddoppiare. La risposta della Cina potrebbe concentrarsi sul deprezzamento della sua valuta con effetti destabilizzanti nei mercati valutari internazionali. Ultimo, ma forse più importante per l’Europa, rimane il timore che l’attenzione Usa si sposti anche ad altri paesi oltre alla Cina, Europa inclusa. 

Gli Stati Uniti per ora risentono in modo limitato delle tensioni commerciali (il rilevante stimolo fiscale avviato da inizio ano pare sostenere l’economia su tassi di espansione elevati: confermati +2,9% per il 2018 e +2,4% per il 2019), mentre la Cina pare soffrirle. Pur non ipotizzando una guerra commerciale a tutto campo, possibilità che gli accordi raggiunti con il Messico sembrano allontanare, aumenti di tariffe mirati e concentrati tra Stati Uniti e Cina per un periodo verosimilmente prolungato minano lo scenario mondiale. Un massiccio deprezzamento dello yuan per contrastare gli effetti negativi dei dazi potrebbe incentivare l’uscita dei capitali dal paese, con il rischio di ricreare le condizioni di instabilità finanziaria sperimentate nell’estate 2015.

L’aspettativa dell’introduzione di dazi doganali e, quindi, il tentativo degli operatori di evitarli ha verosimilmente contribuito anche all’andamento erratico (intense accelerazioni o inattese flessioni) di importazioni ed esportazioni in diversi paesi dalla fine del 2017. Gli scambi commerciali misurati dalla contabilità nazionale hanno dimezzato il ritmo di crescita: le importazioni di merci e servizi mondiali in termini reali sono passate dal +8% medio tendenziale nel primo semestre 2017 al +4,2% del primo semestre 2018.

 

Difficoltà nei paesi emergenti: gli effetti sull’economia italiana

Nei mesi estivi le turbolenze sui mercati valutari internazionali a scapito delle valute dei paesi emergenti hanno risvegliato timori di contagio. Attese di un passo più spedito della Fed nell’aumentare i tassi di policy e il conseguente rafforzamento del dollaro hanno contribuito a risvegliare i timori sulla solidità delle prospettive degli emergenti. In risposta al deprezzamento della valuta nazionale, infatti, molti paesi hanno aumentato i tassi di politica monetaria, determinando condizioni meno espansive e/o restrittive per la crescita della loro domanda interna. La simulazione di questi effetti con il modello internazionale di Prometeia suggerisce una riduzione della crescita del commercio mondiale di circa 1 punto percentuale e di 0,5 punti percentuali per il Pil mondiale nell’arco di un anno.

Tra i grandi paesi dell’euro, l’Italia è quello con la quota di esportazioni maggiore verso i paesi in difficoltà e quindi quello che potenzialmente potrebbe risentire di più della minore competitività. Il tasso di cambio effettivo nominale dell’Italia ha subito tra gennaio 2017 e agosto 2018 il maggiore apprezzamento: +4,7% rispetto al 4,2%, 3,9% e 3,6%, rispettivamente, di Germania, Spagna e Francia. Secondo il modello di Prometeia per l’economia italiana, attraverso il canale di trasmissione delle esportazioni (colpite sia dalla perdita di competitività sia dal rallentamento della domanda interna dei paesi emergenti coinvolti), l’impatto sulla crescita è quantificato in 0,3 punti percentuali su base annua. La valutazione non considerava le interrelazioni di tipo finanziario.

 

Le misure in campo per le partite Iva

Nell’ambito della riforma della tassazione si inserisce l’intervento sui redditi dei lavoratori in proprio e dei professionisti titolari di partita Iva. Il progetto di riforma intende unificare le aliquote, innalzare la soglia di accesso aumentando anche quelle in termini di spese per dipendenti e costi per i beni strumentali, includendo oltre alle persone fisiche anche le società di persone e di capitali. L’estensione del regime forfetario avrà naturalmente un costo per lo Stato.

Con riferimento alla proposta di legge che puntava a due aliquote (15 e 20% rispettivamente fino a 65mila e 100mila euro) e limitando le analisi alle sole persone fisiche, le simulazioni Prometeia indicavano una riduzione del gettito fiscale di circa due miliardi di euro, con il coinvolgimento di 600mila titolari di partita Iva. La distribuzione dei nuovi beneficiari non sarebbe uniforme sul territorio, con una netta prevalenza del Nord (56,3%), mentre la distribuzione per età indica gli over-40 come i maggiori destinatari della misura (70,1%).