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Rapporto di Previsione dicembre 2018 - Highlights

2019, crescita italiana rivista al ribasso a +0,5%

 
 
 
RdP dicembre 2018 - Highlights
 

Aumentano i segnali di rallentamento dell’economia mondiale per il prossimo anno. Rivista al ribasso in particolare la previsione per l’area euro. Dopo il calo del Pil nel terzo trimestre, l’Italia dovrebbe riuscire ad evitare, tecnicamente, una recessione. Ma, causa la debolezza dell’attività ereditata dal 2018 e il ridimensionamento della spinta espansiva della manovra, il 2019 dovrebbe chiudersi con una crescita ampiamente inferiore alle previsioni del governo.

 

Le principali previsioni del Rapporto di dicembre 2018:

  • Crescita 2019 dell’Italia tagliata a +0.5% (da +0.9% di ottobre), effetto dell’assenza di qualsiasi “effetto trascinamento” ereditato dal 2018 e nella previsione che il confronto con Bruxelles si concluderà con una riduzione della portata espansiva netta della manovra da 0.5 a 0.1 punti percentuali di Pil, coerente con un disavanzo al 2%
  • Pil 2018 rivisto leggermente al ribasso a +0.9% (da +1% di ottobre): crescita tutta conseguita nella prima parte dell’anno, con un secondo semestre praticamente fermo, che dunque lascerebbe un’eredità nulla per il 2019
  • Deficit/Pil italiano nel 2019 visto al 2.3%, perché, nonostante la riduzione della manovra espansiva per contenere il disavanzo entro il 2%, una crescita ben al di sotto di quella indicata dal governo avrà un effetto negativo sui conti pubblici approfondisci
  • Un’analisi di simulazione Prometeia supporta l’impostazione che l’Italia sia nelle condizioni di ridurre il proprio debito pubblico al di sotto del 90 per cento del Pil su un orizzonte di 20 anni. Per farlo ha bisogno però di un programma fiscale e di riforme di medio periodo, sostenuto dall’Europa
  • Continuiamo a non ritenere che le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina sfoceranno in una vera e propria guerra a tutto campo. Gli effetti tuttavia si stanno facendo sentire: nello scenario Prometeia il commercio mondiale acuirà il proprio rallentamento (+4.1% nel 2018, +2.9% nel 2019), portando con sé la decelerazione della ripresa del Pil mondiale (+3.7% nel 2018, +3.3% nel 2019, +3.1% nel 2020)
  • L’ulteriore deterioramento del commercio globale penalizzerà in particolare gli investimenti e le aspettative di crescita dell’Eurozona, tanto più con un possibile rafforzamento dell’euro. Riviste al ribasso le stime di crescita 2019 per l’area euro a +1.2% (da +1.6% di ottobre), nonostante attese di miglioramento per il mercato del lavoro
  • La Bce inizierà a normalizzare la politica monetaria mentre l’economia decelera. Per rendere il percorso più morbido possibile, per Prometeia il prossimo anno verranno effettuate nuove operazioni di finanziamento, finalizzate ad agevolare il credito all’economia (TLTRO III), e il rialzo dei tassi avverrà in modo più graduale del previsto: solo due aumenti da 25 punti base ciascuno a dicembre 2019 e inizio 2020
 

La “nuova” manovra e l’impatto sulla crescita

La manovra, come è noto, si poneva come obiettivo un indebitamento del 2.4% di Pil per il 2019 ed escludeva dall’orizzonte di programmazione il pareggio di bilancio. Per “quota 100” e il reddito di cittadinanza la legge indicava solo l’ammontare delle risorse stanziate (6.7 miliardi per entrambe, 13 miliardi complessivamente) senza fornire dettagli, rimandando ad appositi provvedimenti legislativi da approvare successivamente alla legge di bilancio, verosimilmente in gennaio. Poiché la manovra contemplava l’annullamento della clausola di salvaguardia (0.7% del Pil) e tenendo conto che il peggioramento del contesto macroeconomico spiegava un innalzamento dell’indebitamento tendenziale di 0.4 punti percentuali, l’obiettivo di deficit al 2.4% (dallo 0.8% approvato dal governo precedente) implicava un effetto sull’indebitamento pari allo 0.5% del Pil.

Le trattative sono ancora in corso e un primo accordo sembra essere stato raggiunto. Nella previsione abbiamo formulato l’ipotesi che il compromesso verrà raggiunto attorno a una riduzione del disavanzo al 2%, ottenuto attraverso un ridimensionamento della spesa destinata alle riforme su pensioni e reddito di cittadinanza, che ridurrebbero la portata espansiva netta della manovra da 0.5 a 0.1 punti percentuali di Pil. Si tratterebbe di una mediazione sufficiente a far scendere (lentamente) lo spread, ma non a sospendere del tutto l’attenzione della Commissione sui nostri conti. Dati i tendenziali del bilancio pubblico, su cui gravano alti tassi e bassa crescita, prevediamo che il disavanzo/Pil effettivo risulterà superiore al target e in aumento al 2.3% nel 2019 e che non potrà scendere molto negli anni successivi, quando sarà necessario sostituire, per l’ennesima volta, la clausola Iva per evitare che il disavanzo aumenti. 

In questo contesto, l’economia italiana registrerebbe, trimestre dopo trimestre, tassi di crescita positivi del Pil ma tali da consentirle di raggiungere solo lo 0.5% nella media dell’anno. Una crescita nettamente rivista verso il basso dalle ultime previsioni (+0.9%), decisamente inferiore a quella dei partner europei, che bloccherebbe la riduzione della disoccupazione e che, ciò nonostante, si potrebbe ritenere ottimista alla luce dei molteplici fattori di rischio, interni ed esterni. Infatti è una revisione dovuta solo al minore impulso espansivo della manovra di bilancio che verrà approvata e all’eredità negativa che i sei mesi di incertezza che abbiamo alle spalle lasceranno all’anno prossimo. Il ripiegamento dello spread verso i 250 punti base a fine 2019 non sarebbe sufficiente a rovesciare il segno di questi impulsi negativi.

Per gli anni successivi, in un contesto internazionale solo in modesto peggioramento, la crescita italiana potrebbe proseguire, accompagnata da politiche di bilancio sostanzialmente neutrali che manterrebbero l’indebitamento di poco inferiore al 2% del Pil. Il debito, di conseguenza, non scenderebbe sotto il 130% nell’orizzonte di previsione.

 

L’economia italiana è già in recessione?

Nel terzo trimestre dell’anno l’economia italiana ha registrato una contrazione di attività economica (-0.1% sul trimestre precedente). La brusca frenata si inserisce in un processo di rallentamento del ciclo mondiale e di crescenti timori sulle sue prospettive, rallentamento che l’economia italiana manifestava già da un anno e che è peraltro condiviso dalle maggiori economie dell’area. Come si spiega un simile raffreddamento, dopo che nel 2017 si era registrato il tasso di crescita più alto dai primi anni 2000? Parte della spiegazione sta proprio in quel risultato “eccezionale”, nel senso che il 2017 ha visto il sommarsi di numerosi impulsi espansivi (crescita globale, cambio, basso petrolio, politica fiscale e monetaria espansiva) la cui concomitanza non si sarebbe ripetuta quest’anno. Ma su questo raffreddamento, in qualche misura fisiologico, degli impulsi espansivi, è intervenuto il cambio di governo e con esso gli annunci, poi concretizzati nella Legge di bilancio presentata al Parlamento e alle autorità europee, di un cambio di passo nella conduzione della politica fiscale. 

Con il rialzo dei rendimenti che ne è scaturito, date le emissioni di titoli pubblici già effettuate, valutiamo che il maggiore onere per interessi in capo alle AP sia già pari nel 2018 a 1 miliardo, saranno 2.6 miliardi nel 2019. A questi costi “diretti”, l’incertezza ne ha aggiunti verosimilmente altri, poiché è andata a condizionare le scelte di famiglie, nei loro acquisti, delle imprese nelle loro scelte di investimento, produzione, occupazione. La brusca frenata del terzo trimestre riteniamo dunque sia il riflesso di questo blocco delle decisioni.

Nel frattempo, a quelle nazionali si sono sommate le incertezze del contesto internazionale, riflesse in tutti gli indicatori congiunturali, nei giudizi e nelle attese degli operatori che volgono decisamente al peggio.

I modelli Prometeia dicono che comunque l’incremento già acquisito nella crescita della produzione industriale di settembre e ottobre sarebbe in grado di conseguire una lieve crescita della produzione (dopo tre trimestri sti in ripiegamento) compatibili con un modesto aumento del Pil nel Q4. Il 2018 si chiuderebbe quindi con una crescita media dello 0.9%, crescita tutta conseguita nella prima parte dell’anno seguita da un secondo semestre praticamente fermo, che lascerebbe una eredità nulla al 2019.

Dunque la recessione è evitata, ma l’anno prossimo sarà tutto in salita. Un contributo modesto dall’estero, pur se i prezzi del petrolio saranno in discesa, con un cambio che tenderà ad apprezzarsi, visto che dalla metà dell’anno, quando la Fed prevediamo interromperà il suo processo di normalizzazione, sarà la Bce ad iniziarlo. 

 

Un debito/Pil inferiore al 90% nei prossimi 20 anni è alla portata dell’Italia

Che l’elevato debito pubblico, in rapporto al Pil il terzo fra i paesi avanzati dopo Giappone e Grecia, sia un fattore di vulnerabilità dell’economia italiana è largamente riconosciuto, specialmente perché esso si coniuga a una crescita economica che langue oramai da oltre un ventennio. Le ricette teoriche proposte in questi anni sono state spesso orientate a suggerire una combinazione di politiche fiscali neutrali/restrittive associate a riforme strutturali dal lato dell’offerta. Non mancano opinioni nettamente contrarie a tale impostazione, ritenuta radicalmente sbagliata, poiché l’unico obiettivo dovrebbe essere quello di fornire sostegno alla crescita: come conseguenza, si otterrà anche la riduzione del debito. Prometeia ha dunque esplorato la possibilità che abbattimento del debito e rilancio della crescita possano andare di pari passo, purché ci si muova con la necessaria decisione, con un piano fiscale e di riforme di medio-lungo termine, la cui credibilità andrebbe costruita in collaborazione con i partner europei. 

Prendendo le mosse da uno scenario “a politiche invariate”, ossia dall’ipotesi che nei prossimi 20 anni la politica di bilancio si mantenga sostanzialmente immutata, e bloccando il saldo primario nell’intorno del 2% di Pil, nonostante uno spread in lenta riduzione sotto gli 80 punti base nel 2038, l’elevato debito manterrebbe alta la spesa per interessi (4% del Pil) e il cosiddetto “snow ball effect” invariato a quasi 1.5 punti percentuali. Il percorso di discesa del debito avverrebbe quindi con molta gradualità, sino al 113% di Pil nel 2038. È evidente che una simile ipotesi, “tecnicamente” possibile e governabile, lascerebbe il nostro paese esposto a eventi negativi che, in un orizzonte così lungo, non si possono escludere.

Con l’ausilio del modello di Prometeia per l’economia italiana abbiamo valutato gli effetti di un impegno così perentorio a ridurre il debito da allineare i rendimenti sul debito italiano a quelli di Francia e Germania, come d’altra parte avvenuto dall’avvio dell’Unione monetaria fino alla crisi finanziaria e dei debiti sovrani. La repentina riduzione dello spread intorno a 30 punti base implicherebbe il sostanziale annullamento dello “snow ball effect”, con una riduzione di debito decisamente più marcata. Rispetto allo scenario base, si risparmierebbero mediamente 22 miliardi di spesa per interessi ogni anno, che andrebbero interamente a ridurre il disavanzo e il debito. Minore spread implica anche un migliore contesto macroeconomico: meno incertezza e tassi più bassi favoriscono la crescita degli investimenti e dei consumi delle famiglie. La maggiore crescita del Pil migliora il saldo primario (mediamente di 0.2 punti percentuali ogni anno), rafforzando gli effetti positivi su indebitamento e debito, in assoluto e in rapporto al Pil. Si aprirebbe cioè l’opzione di redistribuire, in tutto o in parte, i benefici dovuti al minore spread, scegliendo di destinarli al sostegno dell’economia – in particolare del Pil effettivo e potenziale – piuttosto che alla riduzione del disavanzo. In tale contesto, abbiamo ipotizzato che metà del risparmio sulla spesa per interessi venga speso in investimenti infrastrutturali e l’altra metà vada a ridurre il cuneo fiscale sulle famiglie (attraverso una riduzione dell’Irpef).

Una situazione così favorevole per il servizio del debito potrebbe essere sfruttata per implementare le numerose riforme strutturali di cui l’Italia ha bisogno. Non solo. Vi è un’ampia letteratura che mostra come politiche fiscali espansive siano il corretto complemento di una stagione di intense riforme strutturali, potenziandone gli effetti e mitigandone i costi economici, sociali, distributivi. La lista delle riforme che potrebbero essere implementate è numerosa, dal completamento delle riforme del mercato del lavoro alla liberalizzazione dei mercati dei prodotti e delle professioni, fino alla riforma della pubblica amministrazione e del sistema giudiziario. Utilizzando come metrica le valutazioni più volte effettuate dal MEF e dagli organismi internazionali (Commissione UE, OCSE, FMI), si è ipotizzato che tali riforme esplichino effetti positivi sul Pil nell’orizzonte dei 20 anni considerati per 2.5 punti complessivi. Questo caso risulterebbe il più favorevole: gli effetti di moltiplicazione e l’endogenità del bilancio fanno sì che, nonostante le politiche espansive, indebitamento e debito scendano in rapporto al Pil più che nel caso in cui il minore onere per interessi fosse utilizzato interamente per ridurre il disavanzo.