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Analisi e Previsioni dei Prezzi delle Commodity settembre 2014

Indice Prometeia dei prezzi in dollari delle commodity ai minimi da luglio 2013

Dopo temporanee e moderate spinte rialziste nei primi mesi dell’anno, l’indice Prometeia dei prezzi in dollari delle commodity – sintesi del paniere di input primari tipicamente utilizzati dall’industria manifatturiera italiana – si trova attualmente ai minimi da luglio 2013, in calo di oltre 5 punti percentuali rispetto al massimo dello scorso aprile. Il contestuale deprezzamento dell’euro (scambiato oggi intorno a 1.27 sul dollaro, rispetto all’1.38 mediamente registrato tra aprile e la prima metà di maggio) ha di fatto annullato la flessione dei prezzi per gli acquisti in valuta europea. Le dinamiche che si stanno osservando sui mercati internazionali delle materie prime rappresentano comunque una notizia positiva (tra le poche) per le imprese italiane che, quantomeno, possono beneficiare di una fase di attenuazione delle pressioni da costo, concedendo un po’ di respiro ai margini aziendali, già fortemente messi sotto pressione dalla crisi, prima, e dall’incerta e debole ripresa, poi.

 

Sui mercati internazionali delle commodity tutto punta al deprezzamento. Voce fuori dal coro i metalli non ferrosi

Diversi sono i fattori che puntano in direzione di una flessione dei prezzi delle commodity sui mercati internazionali e che, combinandosi tra loro, contribuiscono ad amplificare l’entità e la diffusione dei deprezzamenti. Certamente le quotazioni attuali sono lo specchio della “tranquillità” che caratterizza in modo trasversale i bilanci fisici di pressoché tutte le principali materie prime a uso industriale, per di più in un contesto in cui il recente rallentamento della congiuntura cinese limita fortemente la probabilità di tensioni sul fronte della domanda, in particolare quella di metalli. La tranquillità dei fondamentali ha portato a un progressivo allontanamento degli investitori dai mercati delle commodity, tanto che significativi deflussi di capitali da fondi di investimento ed Etf hanno contribuito in questi mesi a rafforzare la tendenza al deprezzamento dettata dal mercato fisico. Un ruolo importante nel guidare al ribasso le quotazioni delle materie prime - tipicamente scambiate in dollari sui mercati internazionali - si rileva, inoltre, nelle dinamiche valutarie: dalla primavera a oggi, i deprezzamenti diffusi sui mercati delle principali materie prime sono andati sostanzialmente di pari passo con l’apprezzamento della valuta americana.

Una voce fuori dal coro rispetto ai deprezzamenti estivi si è levata dal comparto dei metalli non ferrosi: tra gennaio e settembre alluminio e zinco hanno messo a segno apprezzamenti compresi tra il 15% e il 20%; superiori al 30% i rincari scontati nello stesso periodo dal nichel. I rialzi sono stati sostenuti da alcuni tagli produttivi, oltre che – nel caso di alluminio e zinco – dal crescente utilizzo di questi metalli come collaterale nei Commodity Financig Deals in Cina (CCFD), con conseguente riduzione dell’effettiva disponibilità di materia prima sul mercato. Per il nichel, la corsa dei prezzi trova, invece, principalmente ragione nelle restrizioni all’export indonesiano di minerale, entrate in vigore lo scorso gennaio, che stanno esplicando il desiderato effetto di ridurre il surplus sul mercato globale.

 

Shale oil&gas e politiche monetarie fanno da calmiere alle reazioni dei mercati

In questa fase gli investitori mostrano quasi indifferenza ai rischi geopolitici estremi esplosi in diverse parti del globo - dal complicarsi delle tensioni tra Russia e Ucraina (con ripercussioni, in termini di sanzioni incrociate, che si estendono alle economie occidentali) all’inasprirsi, con un’escalation forse senza precedenti, dei conflitti nell’area mediorientale - derubricandoli a fattori endogeni e "locali" non in grado di produrre shock a livello globale. Per quanto riguarda il mercato petrolifero, con il Brent sceso in prossimità dei 95 Us$/barile in alcune sessioni di contrattazione a settembre, riteniamo che un effetto di contenimento al grado di rischio percepito degli operatori sia venuto dal crescere del fenomeno dello shale oil negli Stati Uniti: ampliando l'offerta disponibile, in un mercato globale comunque al momento ben rifornito, esso sta contribuendo a disattivare l’impatto delle tensioni in Medioriente sui prezzi. Considerazioni simili - in tal caso con riferimento allo shale gas - possono essere fatte per quanto riguarda gli effetti della crisi Ucraina sulle quotazioni europee del gas naturale.

Allo stesso modo, le banche centrali stanno giocando un ruolo rilevante nel contenere gli effetti sui mercati di una crescita economica che si presenta deludente rispetto alle attese di qualche mese fa, non ultimo per i potenziali effetti sistemici del conflitto russo-ucraino. Il principale catalizzatore dell’attenzione degli investitori è oggi rappresentato dalle dinamiche di politica monetaria e dalle loro possibili ripercussioni prospettiche in termini di andamento di tassi di interesse e tassi di cambio. La tempistica e le modalità con cui verranno attuate le modifiche alle policy da parte di Fed, Bce, Bank of England, così come ciò che, in ultima analisi, si intende per "ritorno alla normalità", rappresentano le principali incognite dello scenario futuro.

 

Prevista la prosecuzione dei deprezzamenti per le materie prime nel 2015-‘16

A consuntivo, il 2014 è stimato chiudersi con prezzi in dollari in calo dell’1.5% in media d’anno, secondo quanto sintetizzato dall’indice Prometeia per il paniere degli input utilizzati dal manifatturiero italiano. La prosecuzione della dinamica deflattiva almeno fino a tutta la prima parte del 2015 è prevista tradursi in una più consistente flessione dei costi per materie prime nella media del prossimo anno (nell’ordine del -7%, in dollari). Rispetto all’entità dei deprezzamenti registrati sui mercati internazionali, le dinamiche valutarie – con la valuta americana in ulteriore rafforzamento sulla moneta unica europea, soprattutto nel 2015 – attenueranno, tuttavia, i benefici per le imprese italiane che, per contro, si mostrano maggiori nell’anno in corso rispetto al prossimo.

 

Quali impatti sui prezzi di un più intenso apprezzamento del dollaro?

Le dinamiche valutarie del dollaro – strutturalmente correlate negativamente con l’evoluzione dei prezzi delle materie prime quotate sui mercati internazionali – rappresentano, a nostro avviso, uno dei principali elementi di incertezza dello scenario. Gli effetti (e le tempistiche) con cui verranno messe in atto le azioni di politica monetaria da parte di Fed e Bce potrebbero determinare un più accentuato apprezzamento del dollaro rispetto a quanto previsto nello scenario di riferimento. Ipotizzando – ceteris paribus sul resto del contesto economico - il raggiungimento di un livello medio annuo di cambio con la moneta unica europea pari a 1.20 nel 2015 e 1.10 nel 2016 (anziché, rispettivamente 1.24 e 1.23, dello scenario di riferimento), un esercizio di simulazione effettuato con il modello econometrico Prometeia sulle commodity quantifica gli effetti sui prezzi in una flessione dell’indice Prometeia in dollari più intensa di circa 2.5 punti percentuali nel 2015 e ben 7 punti nel 2016 rispetto allo scenario di base, per l’aggregato delle materie prime impiegate dall’industria manifatturiera nazionale. La maggiore debolezza dell’euro drenerebbe, tuttavia, potere di acquisto alle imprese italiane che, di fatto, si troverebbero a dover sopportare – in media – un maggiore esborso per gli approvvigionamenti, particolarmente intenso (nell’ordine dei 5 punti percentuali) nel 2016.

 
Indici Prometeia dei prezzi delle commodity, totale manifatturiero
 
media 2010=100, dati mensilli
Indici Prometeia dei prezzi delle commodity per settore industriale
 
indici in euro, var. % medie annue
 

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