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Rapporto Industria e Filiere dicembre 2014

Un po’ come nel film “Ricomincio da capo” (il protagonista si sveglia sempre alla stessa ora , della stessa giornata), le filiere italiane arrivano all’alba di un nuovo anno con una sensazione di forte déjà-vu. Il 2014 è stimato chiudersi con un fatturato a prezzi correnti sugli stessi livelli dell’anno precedente (+0.1 il dato medio). Qualche segnale positivo c’è sul fronte della reddittività che rispetto al 2013 aumenta (Roi medio dal 3.4 al 4.1), ma al prezzo di una maggiore selezione nel mercato.

Già visto anche il sentiero della ripresa che ancora una volta è rimandata al prossimo biennio (fatturato a 2.5% medio annuo nel 2015-’16) ed è per entità insufficiente sia a risolvere le tante criticità diffuse nel territorio sia a segnare un vero cambio di passo. Nel 2016 la produzione a prezzi correnti sarà solo del 3% superiore a quella del 2007, in pratica una lost decade per l’industria italiana, che avrà ritardi a doppia cifra nell’automotive, nei prodotti per costruzioni e nella filiera dei metalli.

I dati medi sembrerebbero quindi condannare le imprese italiane a un immobilismo apparente. L’analisi per filiera, e quindi la scomposizione della performance oltre che per linea di prodotto anche per posizionamento lungo la catena del valore, aiutano però a rendere il quadro meno cupo. Piccole rivoluzioni sono infatti in corso nel tessuto produttivo seppure meno evidenti perché non avvengono verticalmente, modificando il modello di specializzazione fra filiere (dai beni tradizionali all’alta tecnologia per semplificare). Al contrario si muovono orizzontalmente dentro le filiere, premiando al loro interno le fasi a maggior valore aggiunto e a più alto contenuto d’innovazione. Anche la stasi di fatturato dell’ultimo anno è in realtà la ricomposizione di dinamiche differenziate tra le fasi: un segno negativo per sourcing e prime lavorazioni, una crescita debolissima per la distribuzione (collegata allo stato del mercato interno) e una dinamica più vivace per prodotti intermedi e finali, che sono poi gli anelli delle filiera a maggior complessità e dove si concentrano gli asset strategici anche secondo l’indice di competitività sostenibile per filiera elaborato nel Rapporto.

Uno scivolamento della competitività di filiera in favore delle produzioni finali è confermato dall’andamento degli indici di specializzazione internazionale delle diverse fasi. Dall’analisi emerge come l’export di prodotti finiti abbia infatti dato il maggior contributo alle recenti performance positive dell’Italia nel commercio internazionale.

In pratica attraverso movimenti laterali lungo le filiere, il sistema produttivo va ricollocandosi all’interno di quelle che sono catene del valore globali, dove le fasi di produzione sono assegnate non tanto in una logica di prossimità, ma di specializzazione e competitività
. Questa analisi colloca idealmente l’Italia come ultimo anello industriale della catena, quello che tradizionalmente detiene la quota più rilevante del valore aggiunto di un prodotto e dove si costruiscono gli elementi di differenziazione. Grazie alle lavorazioni finali di filiera il sistema industriale può trovare il suo ruolo dentro filiere globali, che sono poi una condizione ormai necessaria per mantenere e rafforzare la seconda manifattura d’Europa. Il profilo storico dell’indice di specializzazione racconta di un consolidamento nel tempo dei vantaggi comparati delle fasi finali anche in filiere che hanno nel complesso sperimentato una marginalizzazione. E’ il caso per esempio della moda che di fronte alla rivoluzione intervenuta negli ultimi anni  ha saputo mantenere in questa fase il suo posizionamento relativo ed è quindi riuscita a cogliere appieno la crescita della domanda a livello globale. Uno sviluppo estero ancora più significativo ha poi contraddistinto le fasi finali della chimica (grazie soprattutto alla perfomance del settore farmaceutico) e dell’alimentarePositivo e crescente il ruolo della meccanica, dove tra l’altro migliorano il posizionamento anche gli anelli più a monte della filiera.

Il Rapporto individua alcuni possibili punti di rottura dello scenario, leve strategiche che se perseguite possono in pratica agire da acceleratore del quadro di previsione. Se molto si è detto in questi anni sul tema internazionalizzazione, oggi l’attenzione si sposta su una vocazione estera selettiva. In quadro sempre più complesso (oltre l’8% dell’export italiano verso paesi classificabili come ad alto rischio), l’internazionalizzazione non è solo scegliere un mercato, ma anche eleggere un partner paese credibile con cui fare squadra nella partita delle filiere globali. In questa chiave di lettura Stati Uniti e Germania saranno i mercati più promettenti. Altro possibile elemento di rottura riguarda la ripartenza degli investimenti, una componente ancora troppo sacrificata nello scenario di base. Crescono in particolare le opportunità legate alla rete (la quota dell’e-commerce è per le imprese italiane è ancora la metà rispetto all’Europa), intesa non tanto come vetrina o strumento di comunicazione verticale, ma asset per raccogliere informazioni non standardizzate, ma  sempre più rilevanti per fare la differenza sul mercato.

 
Indice sintetico di competitività sostenibile per fase e filiera dell’economia italiana
 
 
 
Variazione cumulata del fatturato 2014-'16: dati per filiera
 
Redditività della gestione caratteristica (Roi) negli anni 2014 e 2016: dati per filiera
 
 
 
 
Variazione cumulata del fatturato 2014-'16: dati per fase
 
Redditività della gestione caratteristica (Roi) negli anni 2014 e 2016: dati per fase
 
 
 
 
Indice di specializzazione internazionale*per fase di filiera
 
Vendite on line dalle imprese italiane in percentuale del fatturato totale nel 2013
 
 

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