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Evoluzione del commercio con l'estero per aree e settori

XIV Rapporto ICE-Prometeia

Il 2016 è destinato a essere ricordato come un punto di minimo nella storia del commercio internazionale. La frenata degli emergenti, la minor spinta delle filiere globali, un ciclo degli investimenti debole oltre che fattori accidentali e derive protezionistiche hanno progressivamente abbassato la stima sulla crescita degli scambi mondiali all’1,7% su base annua.

Si tratta del punto più basso dopo la crisi del 2009 e soprattutto di un livello di sviluppo inferiore al PIL mondiale nello stesso anno, come a segnalare un passo indietro del processo di integrazione globale. Alcuni dei fattori che hanno portato a questo risultato continueranno a insistere nello scenario dei prossimi anni, ma il quadro di previsione complessivo presentato in questo Rapporto torna a scommettere su un’accelerazione degli scambi. Nel 2017 e nel 2018, il commercio di manufatti è stimato aumentare a tassi del 3 e 4,7% su base annua, inferiori alla media storica, ma oltre il PIL mondiale e comunque in grado di confermare il canale estero come imprescindibile per la crescita.

Alcuni dei fattori che frenano il commercio mondiale sono peraltro meno rilevanti per l’internazionalizzazione italiana, fatta più di qualità che quantità esportata e che troverà comunque nell’export la componente più dinamica dell’economia nazionale. Per coglierne appieno le opportunità, gli scenari al 2018 pongono però anche diverse sfide ai principali comparti. La Meccanica in particolare dovrà confrontarsi con uno scenario di domanda mondiale in ripresa, ma su ritmi contenuti (2,4% medio annuo nel biennio) a causa di investimenti mondiali ancora sottotono. Saranno migliori però le prospettive per quanti nel settore sapranno intercettare nuovi orizzonti (Vietnam, Indonesia e Africa meridionale tra i principali mercati di frontiera), o per quanti andranno a soddisfare la domanda di tecnologia dei paesi avanzati (Stati Uniti e Germania i più rilevanti per dimensione e crescita) puntando su personalizzazione e servizi per vincere la sfida competitiva dentro mercati sofisticati, ma per questo più remunerativi.

Tra i beni di consumo, la domanda di importazioni nel settore Alimentare è prevista crescere del 3% medio annuo nel prossimo biennio. A un andamento dell’import mondiale favorevole, ma inferiore alla crescita media degli scambi globali, l’Italia può abbinare una quota crescente nel tempo e una struttura di domanda mondiale congeniale alla sua specializzazione (maggior peso di Europa e Stati Uniti oltre che una maggiore sensibilità verso i temi di salute e benessere). Più complesso il quadro di altri due pilastri del Made in Italy, Sistema moda e Arredo, premiati dalla dinamicità della domanda mondiale di import (rispettivamente 3,7% e 5% nel biennio), ma con un tema di posizionamento su cui investire. Lo scadimento qualitativo nei modelli di consumo, aspetti demografici, nuove gerarchie nelle preferenze d’acquisto aumentano la polarizzazione tra lusso e low cost di molti mercati, penalizzando proprio quelle fasce di qualità accessibile più tipiche dell’offerta italiana.

Nell’Arredo, dove l’Italia è già considerata top di gamma a livello mondiale, e nel Sistema moda, dove è l’unico paese avanzato a potere vantare ancora una filiera nazionale competitiva in tutte le sue fasi, sarà quindi fondamentale associare all’eccellenza manifatturiera aspetti immateriali e distributivi (tra questi la valorizzazione dell’e-commerce). Uno strumento unico per questo processo di upgrading risiede in un marchio, Made in Italy, trasversale ai singoli settori, ma proprio per questo ideale per raccogliere intorno a sé quanti nell’industria italiana vogliono fare della qualità il proprio tratto distintivo.

 

 

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