Trump e protezionismo, oltre gli annunci: agli USA conviene davvero?

28 novembre 2016

claudio.colacurcio@prometeia.com alessandra.lanza@prometeia.com

Le misure anti-globalizzazione invocate dal presidente eletto rischiano di collidere con gli interessi di chi conta

L’attenzione degli osservatori economici si è molto concentrata sulla spiccata intonazione protezionistica della campagna presidenziale di Donald Trump. Nelle tappe di avvicinamento alle elezioni e nelle prime dichiarazioni da presidente eletto, non solo Trump ha escluso nuovi accordi di libero di scambio (confermando uno stallo comunque già noto per TPP e TTIP) e progetti a vocazione multilaterale che coinvolgessero maggiormente gli Stati Uniti, ma ha addirittura messo in dubbio partnership politico-economiche già esistenti (dal NAFTA al ruolo all’interno della NATO).

Tuttavia, più che sul valore economico di un effettivo ritorno al protezionismo (incalcolabile, come del resto non quantificabile in termini puramente economici è stato ad esempio il costo della Seconda Guerra Mondiale, cui proprio le politiche commerciali degli anni Trenta hanno contribuito), occorre riflettere sull’effettiva credibilità di certe promesse elettorali. Se è vero che un protezionismo strisciante contraddistingueva, già prima dell’8 novembre, il quadro degli scambi globali[1] (oltre 6.000 iniziative discriminatorie dal 2009, secondo le misurazioni di Global Trade Alert), sono gli stessi interessi americani a suggerire che difficilmente la politica commerciale potrà andare incontro a rivoluzioni, almeno nel breve termine.

Lo scetticismo nasce dalla considerazione che gli Stati Uniti sono oggi protagonisti attivi della globalizzazione e, soprattutto, tra i suoi primi beneficiari. Se l’appeal di ricette protezionistiche può far breccia tra gli “sconfitti” della liberalizzazione globale, è anche vero che il saldo rimane ampiamente positivo sia in termini di sistema sia per quanti hanno una qualche influenza nel condizionare le decisioni dell’Amministrazione day by day. Gli Stati Uniti sono oggi il primo paese per investimenti all’estero (300 miliardi di dollari nel 2015 davanti al Giappone con meno di 130) e le loro multinazionali generano un fatturato di oltre 11 trilioni di dollari e profitti per 1 trilione (dati BEA al 2013). E’ chiaro che questi soggetti sarebbero i primi a pagare un passo indietro della globalizzazione, come lo sarebbero le quasi 300mila imprese americane esportatrici (e i quasi 7 milioni di addetti da loro impiegati). In termini di export (1,5 trilioni secondo l’UNCTAD nel 2015), gli Stati Uniti sono ormai da cinque anni stabilmente il secondo paese al mondo (dopo la Cina e con una quota in aumento), una posizione che sarebbe necessariamente indebolita in caso di guerre commerciali, effetto di una ritorsione verso le iniziative unilaterali americane.

 
Fig. 1: Quota % dell’import americano dai paesi fornitori (primi 10) riconducibili a filiali di imprese americane sul mercato
 
Fig. 2: Rapporti Stati Uniti e paesi NATO, percentuali sui totali di riferimento
 
 
Fonte: elaborazioni Prometeia su dati BEA e FIPICE.
 

Occorre poi considerare quanto delle situazioni vendute come “minacce” alle fasce più deboli della popolazione (dall’invasione di prodotti messicani ai costi per le missioni internazionali) portino con sé veri e propri interessi americani. Di quasi 300 miliardi di import dal Messico, il 25% proviene da filiali di imprese americane, un rapporto che sale fino al 50% nel caso dell’altro partner NAFTA (il Canada).  E’ facile immaginare come un passo indietro sul fronte del libero scambio con i paesi vicini andrebbe incontro a una forte opposizione interna, da parte di quella “Corporate America” facilmente esecrabile in campagna elettorale, ma assai influente in termini di potere di lobby verso le istituzioni.

Anche il dispendioso contributo statunitense alla NATO può leggersi in fondo come un investimento sinergico all’economia americana. Le spese tutelano infatti la sicurezza di mercati che rappresentano più di un terzo dell’export americano (i paesi dell’Alleanza Atlantica assorbono il 37% dei flussi statunitensi), il 42% del valore delle filiali americane all’estero, il 51% degli investimenti stranieri sul suolo americano.

E’ infine il caso di ricordare che in un sistema istituzionale maturo come quello degli Stati Uniti, la politica commerciale non è e non può essere ridotta a un “one man show”. Al contrario questa è delegata alla Presidenza per la fase negoziale, ma rimane fondamentalmente di competenza del Congresso, istituzione che oggi esprime al suo interno posizioni assai più moderate e in linea con un mondo dove le imprese sono più forti proprio perché vivono su mercati aperti e integrati. 

 

[1] Si rimanda in particolare a http://www.prometeia.it/atlante/protezionismo-globale.