Il tessile italiano a 10 anni dalla grande crisi

Il tessile italiano a 10 anni dalla grande crisi

24 maggio 2018

Giampaolo Morittu

Lo stato di salute di un settore strategico del sistema moda dopo un decennio di profondi cambiamenti

 

Sebbene profondamente ridimensionata rispetto alla prima metà del decennio scorso, l’industria tessile italiana riveste ancora oggi un ruolo rilevante all’interno della filiera moda e dell’intero manifatturiero nazionale. Su scala europea l’Italia si posiziona attualmente sul podio dei principali produttori e vanta ancora un’elevata specializzazione in tutte le fasi della filiera con solide radici sul territorio nazionale. A monte di questa operano oggi poco meno di 14 mila imprese tessili, per un valore della produzione superiore ai 20 miliardi di euro. Numeri importanti ma significativamente inferiori a quelli del 2007. Rispetto al pre-crisi il tessile italiano sconta, infatti, un gap di circa 3.5 miliardi in termini di valore della produzione che si traduce in circa 4 mila imprese e 40 mila addetti in meno rispetto a 10 anni fa.

Le profonde trasformazioni del tessile italiano sono comunque precedenti alla crisi del 2009 che ha sostanzialmente amplificato problemi preesistenti e tendenze già ben definite dalla fine degli anni ’90. Lo spostamento del baricentro dell'industria mondiale della moda verso i paesi a basso costo del lavoro e i processi di delocalizzazione produttiva delle imprese a valle hanno sensibilmente accresciuto la complessità del modello di business che l'industria tessile italiana si è trovata ad affrontare nel corso degli anni. I mutamenti del contesto competitivo hanno penalizzato soprattutto i piccoli operatori (i contoterzisti in primis), che, privi di "antenne dirette sul mercato", sono stati spiazzati dai processi di apertura delle filiere produttive. In particolare, le maggiori difficoltà sono state incontrate dalle imprese attive nella fascia qualitativa medio-bassa, più esposte alle crescenti pressioni competitive dei paesi emergenti legate ai processi di liberalizzazione del commercio mondiale.

 
Il tessile italiano a 10 anni dalla grande crisi
 

All’estremo opposto, le imprese tessili ‘’vincenti’’ hanno risposto alla maggiore complessità ambientale innalzando la qualità dell'offerta e accrescendo l'integrazione lungo la filiera, al fine di controllare meglio l'approvvigionamento delle materie prime (fattore importante anche per garantire la qualità delle lavorazioni) e di servire più efficacemente i clienti. Al contempo hanno investito in misura significativa sull’innovazione e la razionalizzazione dei processi produttivi a stretto contatto con l’industria meccanotessile, un importante partner all’interno della filiera. L’innovazione di prodotto si è invece focalizzata sul miglioramento del contenuto qualitativo e le prestazioni tecniche dei tessuti e dei filati anche al fine di ampliarne le occasioni e le modalità di utilizzo. In quest’ottica, negli anni più recenti, l’avvento delle tecnologie 4.0 ha portato a uno sviluppo significativo del cosiddetto E-Textile che vede in prima linea anche diverse aziende italiane. Si tratta di tessuti “intelligenti” costituiti da un insieme di fibre tessili conduttive in grado di rilevare gli stimoli ambientali e interagire, via bluetooth o wireless, con computer o smartphone. Ancora in fase di sperimentazione, questa tipologia di prodotti potrebbe avere sbocchi commerciali molto interessanti, ad esempio in ambito sportivo attraverso la realizzazione di magliette con all’interno inseriti determinati sensori utilizzate per il monitoraggio delle funzioni vitali.

Attraversati gli anni più difficili e completato il processo di selezione (con la fuoriuscita degli operatori più deboli e il rafforzamento delle imprese in grado di adattare il modello di business al nuovo scenario) il tessile italiano può oggi contare su una struttura produttiva più solida, fortemente internazionalizzata (46% la quota di export su fatturato) e caratterizzata dalla presenza di un solido nucleo di imprese leader, in prima linea sul fronte dell’innovazione tecnologica. Un obiettivo raggiunto dopo una lunga traversata nel deserto della quale solo negli anni più recenti si iniziano a intravedere i risultati. In particolare, il 2017 si è chiuso con una crescita del fatturato deflazionato superiore al 2%, la performance migliore dell’ultimo decennio (ad eccezione del rimbalzo statistico del 2010 successivo al crollo del 2008-‘09).

Ma sono i dati sui bilanci delle imprese, e in particolare gli indicatori di redditività, che meglio riflettono il rafforzamento del tessuto produttivo settoriale. Nell’ultimo biennio il Roi medio dell’industria tessile italiana si è collocato stabilmente sopra i 7 punti percentuali, superando i livelli del 2007 dopo un decennio di crescita costante e colmando parzialmente il gap di redditività rispetto all’industria della moda nel suo complesso. Analizzando l’indicatore nelle sue componenti emerge come l’aumento di redditività sia stato ottenuto prevalentemente grazie al miglioramento della redditività delle vendite (il Return in Sales è sostanzialmente raddoppiato in 10 anni) riflesso dell’upgrade qualitativo dei tessuti Made in Italy, cui si aggiunge una significativa accelerazione sul fronte dell’efficienza nell’utilizzo delle risorse aziendali, testimoniata dal netto miglioramento del tasso di rotazione del capitale (+16% dal 2010 ad oggi).

 
Il tessile italiano a 10 anni dalla grande crisi