62 anni dopo i trattati di Roma: perché abbiamo ancora bisogno d’Europa

23 maggio 2019

Alessandra Lanza

Il dibattito sull'importanza dell'Unione (per il nostro Paese e non solo) non può ridursi a un mero bilancio tra dare e avere

 

For over six decades contributed to the advancement of peace and reconciliation, democracy and human rights in Europe”. Basterebbe rileggere le motivazioni del premio Nobel per la pace del 2012 per ricordare il senso autentico dell’Unione Europea.

Senza questa visione di fondo che ha portato a un’unione politica un continente fino ad allora diviso da guerre, il dibattito sull’Europa, così come quello sull’euro, rischia di diventare un mero bilancio tra dare e avere, mettendo in dubbio veri e propri capisaldi del progetto d’integrazione, dalla moneta unica alla libera circolazione di merci, capitali e persone. Lacune dell’architettura europea e incertezze nella sua operatività vengono sempre più spesso sottolineate non tanto per mettere in evidenza un bisogno di rafforzamento della coesione sui temi strategici, quanto per indebolire l’idea stessa di integrazione.

Un tale scenario impone allora alcune riflessioni su come l’intero processo di integrazione abbia storicamente portato vantaggi ai Paesi aderenti – Italia in particolar modo – e, soprattutto, su quanto la dimensione europea rimanga ancora oggi imprescindibile nell’affrontare sfide sempre più globali.

Uno sguardo di lungo periodo, doveroso vista la natura strategica del tema, racconta come non solo l’Unione di per sè, ma i Paesi stessi abbiano beneficiato di trasformazioni virtuose. Da quando, nel marzo 1957, con la firma dei trattati di Roma, l’Italia e gli altri cinque Stati fondatori (Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi) diedero vita effettiva alla Comunità Economica Europea (CEE), il progetto europeo ha saputo progredire sia in intensità che in estensione (figura 1). Da allora l’integrazione ha visto l’adesione di altri 21 stati in 7 successivi “allargamenti” (1973, 1981, 1986, 1995 2004, 2007, 2013) e il progressivo sviluppo dell’integrazione commerciale, monetaria (per alcuni) e politica, con il coordinamento delle politiche economiche nazionali e l’introduzione di autorità sovranazionali.

 
Figura 1 - European Index of Regional Institutional Integration
Fonte: Dorrucci, E., Ioannou,D., Mongelli, F., and Terzi, A. (2015)
 

Già questi progressivi allargamenti suggeriscono l’attrattività di fondo del progetto europeo, che ha saputo, nella sua evoluzione, intercettare bisogni e ampliare il proprio raggio d’azione a nuovi protagonisti. 

Guardando nello specifico all’Italia, l’Europa ha accompagnato il nostro Paese lungo una profonda maturazione, prima di tutto economica e industriale, promuovendo la trasformazione di una realtà a forte vocazione agricola (ancora all’inizio degli anni ‘60 l’agricoltura era il primo settore d’occupazione) nella seconda manifattura d’Europa. Negli anni l’Italia ha visto triplicare il proprio Pil pro-capite (figura 2) e accrescere il proprio peso nel commercio internazionale: verso il mercato unico europeo sono destinati ancora oggi il 56% delle esportazioni nazionali e un ulteriore 15% è riconducibile a mercati con cui la politica commerciale comune ha stretto accordi preferenziali, migliorandone l’accessibilità soprattutto per le piccole e medie imprese. Nello stesso periodo la bilancia commerciale (figura 3) è passata da un saldo medio appena positivo per 460 milioni negli anni ‘60 (0,5% del Pil), a un saldo medio positivo per oltre 50 miliardi (3% del Pil) negli ultimi 5 anni (dati in dollari a prezzi correnti). 

 
Figura 2: Pil pro capite (dati in dollari a prezzi 2010)
Fonte: World Bank
 
Figura 3 - Bilancia commerciale di beni e servizi (dati in milioni di dollari a prezzi correnti)
Fonte: World Bank
 

La crescita economica è stata contestualmente accompagnata dalla convergenza di altri indicatori, in primo luogo il tasso di istruzione. Nonostante l’Italia sconti ancora un forte ritardo rispetto alle maggiori economie europee, la quota di popolazione tra i 25 e i 34 anni in possesso di un diploma universitario è cresciuta di oltre 20 punti percentuali negli ultimi 25 anni. Nel 1991 i giovani laureati italiani erano poco più del 6% tra i loro coetanei, percentuale cresciuta fino al 26% nel 2017 (figura 4). In quest’ambito il contributo dell’Europa è piuttosto evidente, soprattutto per quello che riguarda la crescita della mobilità internazionale degli studenti universitari: dal 1987 ad oggi, infatti, quasi 500.000 studenti italiani hanno potuto beneficiare del programma Erasmus (figura 5), uno dei progetti più popolari dell’Unione Europea. Si stima che, entro il 2020, l’Erasmus avrà dato l’opportunità di studiare o svolgere un tirocinio all’estero a quasi il 4% dei giovani europei, con l’Italia al quarto posto per le partenze (oltre 35mila nel 2017) e al quinto per gli arrivi (25mila). Non si tratta di un processo naturale o a costo zero, ma di un disegno attivo dell’Europa che contribuisce alla formazione dei giovani e quindi, in ultima analisi, alla competitività delle imprese una volta che le competenze acquisite verranno messe a sistema.

Per il programma Erasmus+ il bilancio Ue ha stanziato circa 14,7 miliardi di euro per il periodo 2014-2020, di cui 203 milioni solo in Italia, nel 2017, il 2% della spesa Ue in Italia.

 
Figura 4 - Popolazione con istruzione terziaria (% sul totale nella fascia 25-34 anni)
Fonte: OCSE (2019)
 
Figura 5 - Studenti Erasmus in Italia in entrata e in uscita (numero)
Fonte: Commissione Europea (2018)
 

L’Erasmus contribuisce inoltre allo sviluppo di un mercato del lavoro europeo integrato, uno dei capisaldi del mercato unico, insieme a merci e capitali: si stima infatti che la partecipazione al programma abbia un forte effetto positivo sulla probabilità (+15/20%) di lavorare all’estero (Oosterbeek e Webbink, 2011; Parey e Waldinger, 2011). Più in generale, la mobilità dei lavoratori intra-Ue è cresciuta di pari passo all’integrazione politica ed economica dell’Unione: solo negli ultimi 10 anni la percentuale di popolazione attiva (20-64 anni) residente in uno Stato membro diverso da quello di cittadinanza è cresciuta dal 2,5 al 3,8% e conta 11,5 milioni di cittadini Ue, cui si sommano 1,4 milioni di lavoratori cross-border.

I cittadini italiani residenti in un altro Stato membro nel 2017 erano 1,1 milioni, il 40% in più rispetto al 1995, e il 33% in più rispetto al 2010, di cui oltre la metà residenti in Germania, seguita da Regno Unito, Francia e Belgio. I cittadini emigrati sono mediamente più istruiti e più inseriti nel mercato del lavoro: il 32,5% dei cittadini italiani residenti in Ue è laureato, contro una media nazionale del 17,8% (la media Ue è 32,4% per gli emigrati, ma 30,1% per il totale), mentre il tasso di occupazione degli emigrati italiani e dei loro connazionali in Italia è rispettivamente del 75,6% e 62,3%: un gap di 13,3 punti percentuali, ben superiore alla media Ue (4 p.p.).

 
Figura 6 - Cittadini Ue dai 20 ai 64 anni che risiedono in un altro Stato membro Ue (numero)
Fonte: Eurostat (2019)
 

Come anticipato, il mercato unico europeo non si limita alla liberalizzazione degli scambi di merci e servizi e alla mobilità dei lavoratori, ma anche a quella di capitali e imprese. Guardando al caso italiano, le multinazionali europee attive sono quasi 9.000 e contribuiscono alla crescita del sistema produttivo italiano impiegando 780mila addetti e generando ricchezza per oltre 290 miliardi di euro. Parallelamente, le imprese all’estero controllate da imprese italiane sono oltre 12mila, impiegano 700mila addetti e fatturano 250 miliardi. L’internazionalizzazione delle imprese europee e l’agevolazione della mobilità transfrontaliera sono al centro della politica industriale dell’Unione Europea, che, attraverso iniziative volte a migliorare il coordinamento delle normative in materia societaria, scommette sull’intensificazione del mercato interno e sulla rimozione dei rimanenti ostacoli come carta vincente per competere a livello globale. 

I benefici dell’integrazione europea vanno peraltro oltre, anche se non sempre è agevole la loro quantificazione: oltre alla spesa diretta dell’Ue tramite finanziamenti e sussidi, esiste infatti un “valore aggiunto” dell’adesione all’Unione legato a guadagni in efficienza e in benessere dovuti alla rimozione delle barriere tra i Paesi dell’Unione e una maggiore integrazione e collaborazione nell’allocazione delle risorse. I primi tentativi di stima del cosiddetto “moltiplicatore” dell’Ue risalgono agli anni ‘80, con la pubblicazione dei report Albert-Ball e Cecchini che tentarono di quantificare i benefici economici del completamento dell’unione doganale. Il concetto è stato ripreso più recentemente nello studio “Mapping the cost of non Europe”, che ha stimato i costi, in termini di perdita di efficienza, dell’assenza dell’Unione Europea. I costi principali di “non far parte” dell’Unione, o, in positivo, i benefici dell’Ue sono quantificati in 1.751 miliardi di euro l’anno per l'intera area, ripartiti come illustrato in figura 7[1].

 
Figura 7 - Mappa del "cost of non-Europe" (valori in miliardi di euro, costo annuale per l'Ue)
Fonte: Parlamento Europeo (2017)
 

In una rivisitazione del “Cost of non-Europe”, Mayer et al. (2018) confrontano i vantaggi dell’Unione rispetto ad un accordo commerciale regionale (in seguito RTA, Regional Trade Agreement) standard. L’Italia risulta tra i Paesi che trae i maggiori benefici in termini di incremento del commercio grazie all’adesione all’Ue, con un incremento stimato del 45% per l’intero commercio, e del 139% solo per il commercio intra-Ue (rispetto a una media Ue pari rispettivamente a 36% e 109%). Anche in termini di benessere, l’Italia guadagna dall’adesione all’Unione: si stima infatti che, in caso di uscita, perderebbe dal 2,8% al 3,3% del proprio prodotto interno lordo, a seconda dell’accordo raggiunto (rispettivamente RTA o ritorno al WTO – paragonabile oggi allo scenario oltremanica in caso di “hard Brexit”).

Se i benefici intangibili sono più difficili da far emergere, una riflessione finale sui legami dell’Italia con l’Europa può nascere comunque dall’analisi di quanto è stato speso dei fondi comunitari. A fronte di un contributo ricevuto dall’Italia di 12 miliardi, l’Ue spende infatti ogni anno nel nostro Paese 9,8 miliardi. Questo apparente squilibrio va letto in primo luogo alla luce dei già citati vantaggi impliciti dell’appartenenza al mercato unico e soprattutto in chiave storica. Il bilancio italiano di lungo periodo appare ancora piuttosto equilibrato, o quantomeno in linea con lo status auspicabile per un Paese del peso economico e livello di ricchezza di grandi Paesi. Portando ai prezzi di oggi e facendo le somme dei flussi in entrata e in uscita dal 1970, con i primi contributi alla CEE, ad oggi, l’Italia ha accumulato un contributo netto di circa 16 miliardi di euro in quasi cinquant’anni, meno di quanto registrato per Germania, Francia e Regno Unito (Figura 8). 

 
Figura 8 - Il contributo netto italiano e il budget Ue (valori in milioni di euro)
Fonte: European Commission (2008) e European Commission (2018b)
 

Guardando alla spesa europea in Italia negli ultimi anni, un punto d’attenzione non dovrebbe essere solo quello legato alla dimensione dei contributi, quanto alle finalità perseguite e all’efficienza della spesa. Oltre il 40% dei fondi europei è destinato alle politiche agricole, la prima voce di spesa dell’Ue nel nostro Paese. Seguono i cosiddetti fondi strutturali e di investimento, destinati allo sviluppo regionale e urbano, di cui l’Italia risulta il secondo stato beneficiario, dopo la Polonia, per un totale di 75 miliardi di euro nell’arco di 7 anni (2014-2020). 

I fondi destinati all’Italia sono composti in gran parte da tre veicoli principali: il Fondo per lo Sviluppo Regionale (ERDF, 45%), che si occupa di sussidi alle pmi, ricerca e innovazione, il Fondo per lo sviluppo agricolo e rurale (EAFRD, 28%) e il Fondo sociale Europeo (ESF, 23%), che si occupa di sviluppo sostenibile, formazione e inclusione sociale. Tuttavia i fondi strutturali della programmazione europea 2014-2020 ad oggi (i dati sono aggiornati in tempo reale), a solo un anno dalla fine del ciclo di Programmazione, risultano allocati per il 56% e spesi solo per il 17% (in valore assoluto la metà di quello che ha già speso la Polonia) (Figura 9). Il ritardo nell’allocazione e nella spesa dei fondi è poi altamente eterogeneo tra le regioni italiane, con un gap di quasi 11 punti percentuali tra le regioni del nord e le regioni del sud per quanto riguarda il tasso di spesa (Nord: 26%, Centro 18%, Sud 15%).

 
Figura 9 - Stato di implementazione dei fondi strutturali e di investimento europei (ammontare e valori percentuali)
Fonte: Commissione Europea (2019)
 

È quindi non tanto la dimensione dei fondi o il saldo di bilancio, quanto il forte ritardo delle amministrazioni centrali e regionali italiane nella gestione che rischia di compromettere un’allocazione efficace dei fondi sul territorio, a sua volta pregiudicando il raggiungimento degli obiettivi per cui sono stati costituiti.

La forte concentrazione degli interventi sul settore agricolo suggerisce comunque che i margini di miglioramento nei rapporti con l’Europa non si esauriscono in una gestione più efficiente o nell’accaparrare qualche risorsa in più. È necessario riorientare la spesa sulle grandi sfide competitive globali. Attraverso un dialogo costruttivo con l’Europa, l’Italia deve contribuire a contrastare un’inefficienza strutturale che rallenta l’Ue nella sfida della competitività con Usa e Cina. I fondi in Ricerca e Sviluppo (R&D), infatti, sono solo al terzo posto nel budget Ue e, soprattutto, sono solo un quarto dei fondi destinati all’agricoltura. Nonostante la realizzazione di Horizon2020 – che, con un totale di 80 miliardi a disposizione, è il più grande programma quadro per la ricerca mai realizzato dall’Unione Europea –, l’intensità di R&D dell’Ue è rimasta invariata al 2,03% per tre anni, dal 2013 al 2016, superata dalla Cina nel 2015 (2,07%). In un contesto competitivo in cui gli investimenti in innovazione rappresentano tra il 60 e il 70% della crescita in produttività, lo sviluppo di una strategia comunitaria per l’innovazione è un passaggio fondamentale per la competitività degli Stati membri e, quindi, per l’Europa. Riconoscere un valore a queste iniziative è il presupposto per un bilancio compiuto sul contributo che l’Europa ha dato all’Italia, che altrimenti rischia di ridursi a una mera somma contabile del dare e dell’avere. 

In sintesi la strada europea, pur con fisiologici miglioramenti, appare ancora l’unica strada competitiva solida per rimanere centrali in un mondo in cui la globalizzazione vede emergere con sempre maggior forza i blocchi regionali, in cui i Paesi di dimensioni minori rischiano di essere marginalizzati. Per non parlare dei temi strategici che caratterizzeranno le sfide dei prossimi anni: dalla cyber security all’IoT, dall’intelligenza artificiale alla surveillance, dalla difesa al welfare. Il cammino condiviso, le alleanze, il confronto costruttivo costituiranno l’unica strada per continuare a crescere e difendere i valori di dignità, pace, democrazia e prosperità che ispirarono i padri fondatori dell’Europa e che ancora oggi i cittadini europei più giovani considerano i pilastri della loro casa comune.

 
[1] Un esempio è rappresentato dalla presenza del meccanismo di market coupling nel settore dell’energia, in vigore sulle frontiere italiane dal 2015: tale meccanismo di integrazione dei mercati determinando il valore dell’energia elettrica nelle diverse zone europee di mercato coinvolte, alloca la capacità di trasporto disponibile tra dette zone, ottimizzandone l’utilizzo. Si stima che la rimozione del market coupling tra Francia e Italia porterebbe ad una perdita di efficienza tra i due Paesi il cui è costo è quantificabile in 78 milioni di euro l’anno.
 
 

References:

Albert, M., Ball, R. J. (1983). Towards European Economic Recovery in the 1980s. Report presented to the European Parliament.
Cecchini, P., Catinat, M. & Jacquemin, A. (1988). “The European Challenge 1992: The benefits of a Single Market. Aldershot: Wildwood House
Dorrucci, E., Ioannou,D., Mongelli, F., and Terzi, A. (2015), “The four unions “PIE” on the Monetary Union “CHERRY”: a new index of European Institutional Integration”, ECB Working Paper No. 160 (February).
European Commission (2008). EU budget 2008 - Financial Report.
European Commission (2018a). Erasmus+ Factsheet 2017
European Commission (2018b). EU budget 2000-2017
European Commission (2019). European structural and investment funds. (Accessed on 18 February 2019)
European Parliament (2017). Mapping the Cost of Non-Europe, 2014-2019. Fourth Edition
Eurostat (2018). EU/EFTA citizens of working age who usually reside in another EU/EFTA country by citizenship and age [lfst_lmbpcita], Last update: 03/12/2018 
Mayer, T., Vicard, V. and Zignago, S. (2018). The cost of Non-Europe, Revisited. Working Paper CEPII.
OECD (2019), Population with tertiary education (indicator). doi: 10.1787/0b8f90e9-en (Accessed on 27 February 2019)
Oosterbeek, H. & Webbink, D. (2011), Does studying abroad induce a brain drain?, Economica. Volume78, Issue310, pp. 347-366
Parey, M.  Waldinger, F. (2011). Studying Abroad and the Effect on International Labour Market Mobility: Evidence from the Introduction of ERASMUS. The Economic Journal, Volume 121, Issue 551, pp. 194–222
The World Bank (2019). World development indicators. Washington, D.C.
The World Bank (2019). Education statistics. Washington, D.C.

 
 
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