E se le banche italiane facessero pagare i depositi in conto corrente?

E se le banche italiane facessero pagare i depositi in conto corrente?

14 novembre 2019

Eliana Canavesio, Sara Emiliani

In Europa alcune banche hanno applicato tassi d’interesse negativi sui depositi delle imprese già subito dopo il taglio dei tassi Bce a giugno 2014. In Italia invece gli operatori non riescono a trasferire i tassi negativi alla clientela. Ma se lo facessero, quale sarebbe il risparmio?

 

Le politiche monetarie messe in atto dalla Bce hanno di certo contribuito a sostenere l’economia europea e a ridurne i rischi di disinflazione, ma non è facile valutare se abbiano anche avuto effetti collaterali negativi sul sistema bancario, come sostenuto da qualcuno. Quello che è sicuramente vero è che le banche europee, e in particolare quelle italiane, non sono ancora riuscite a generare livelli di redditività adeguati. 

La bassa redditività è il risultato di diversi fattori specifici per il nostro Paese, come un’economia domestica tornata in stagnazione dopo due recessioni e una breve ripresa, gli effetti del processo di cessione dei crediti deteriorati e una struttura di costi condizionata da una rete fisica ancora rilevante, ma anche di fattori comuni agli altri sistemi bancari, come i bassi tassi d’interesse che penalizzano i ricavi core.

Il progressivo calo dei tassi di policy, iniziato a fine 2011, ha infatti determinato una riduzione dei tassi sui crediti, utile a stimolare la domanda di nuovi prestiti. Allo stesso tempo sono scesi anche i tassi sulla raccolta, che però, non potendo andare sotto zero, hanno ridotto di molto la “forbice bancaria” (cioè, la differenza tra tassi attivi e passivi per la banca), compensando almeno in parte l’effetto positivo sui volumi. La presenza quindi di un floor a zero nella remunerazione dei depositi limita la possibilità da parte delle banche di trasferire, anche solo in parte, i tassi negativi sui depositi della clientela.

In Europa alcune banche hanno già applicato tassi d’interesse negativi sui depositi delle imprese. In particolare, nell’Eurozona alcune banche hanno applicato tassi di interesse negativi sui depositi delle imprese subito dopo il taglio dei tassi Bce a giugno 2014, in alcuni casi tassi più bassi del tasso di interesse sui depositi presso la banca centrale. In media tra luglio 2014 e settembre 2018 i tassi di interesse nell’area euro sono stati negativi per il 5% del totale dei conti correnti e il 20% dei conti correnti delle imprese [1].  

Ma perché i clienti dovrebbero accettare tassi di interesse negativi? Occorre fare una distinzione fra tipologie: le imprese necessitano della liquidità in conto corrente per la loro operatività quotidiana e non possono rispondere in modo rapido (e ripetuto) a modifiche delle condizioni sui loro depositi; al contrario le famiglie, avendo depositi più contenuti, possono trasformarli con più agio in contanti o inseguire condizioni migliori con altri operatori. Inoltre, il lungo periodo di tassi di interesse di mercato negativi coincide con una scarsa tendenza a investimenti e consumi e un’alta domanda di asset sicuri, che sposta le preferenze dei clienti verso i depositi delle banche percepite come più solide  e un deposito presso una banca solida viene considerato un asset sicuro.

Gli ultimi dati sui tassi di interesse sui conti correnti delle imprese mostrano valori negativi in Olanda (-0.06%, medio nei primi otto mesi del 2019), Germania (-0.03%), Lettonia (-0.03%) e Lussemburgo (-0.01%) (Fig. 1).  Nonostante il livello dei tassi, i conti correnti delle imprese negli stessi Paesi sono cresciuti rispetto a giugno 2014 (+66% nell’Eurozona, +46% in Olanda, +47% in Germania, +32% in Lettonia, +30% in Lussemburgo). 

Guardando alla geografia dei tassi negativi anche sui depositi con durata prestabilita delle imprese si confermano in territorio negativo Germania (-0.03%) e Lussemburgo (-0.16%) (Fig. 2). 

 
 

E per le famiglie? I primi casi di tassi di interesse negativi sul continente si rilevano in Svizzera e Danimarca, Paesi che in quanto a tassi di policy navigano, come l’Eurozona, in territorio negativo da più di 5 anni. Negli ultimi mesi, UBS e Jyske Bank hanno annunciato l’introduzione di un tasso di -0.75% sui conti correnti che superano rispettivamente 2 milioni di franchi svizzeri (circa 1.8 milioni di euro) e 750 mila corone danesi (circa 100 mila euro).

Anche nell’area euro le banche stanno cominciando a riflettere sull’opportunità di introdurre tassi negativi sui conti correnti delle famiglie. A seguito dell’ultimo taglio del tasso sui depositi della Bce di settembre, Berliner Volksbank, seconda banca cooperativa in Germania, ha iniziato ad applicare un tasso di -0.5% sui conti correnti che superano i 100 mila euro. Nonostante questo esempio non sia stato ancora seguito da altre banche, molti altri istituti di credito hanno manifestato l’intenzione di applicare tassi di interesse negativi su depositi superiori a una certa soglia (100 mila euro la più citata). Le banche significative europee sembrano anche in attesa di un parere ufficiale da parte della Bce, perché l’operazione le espone a un alto rischio legale, almeno in alcuni Paesi: non esiste infatti una regolamentazione bancaria specifica che ne vieti l’applicazione, ma la misura potrebbe entrare in conflitto con la tutela del risparmio delle singole legislazioni nazionali. 

E in Italia, la legge cosa dice? La giurisprudenza italiana non si è ancora pronunciata sulla questione. L’art. 1834 del codice civile regolamenta in modo generico i contratti di deposito e lascia piena libertà alle parti contraenti di fissare condizioni particolari e specifiche. Il tasso di interesse negativo sui conti correnti entrerebbe in potenziale contraddizione con questo articolo perché: (1) il depositario è tenuto a restituire la medesima somma ricevuta o in moneta legale o nella medesima specie e quantità, ove sia così pattuito, e (2) il contratto di deposito è per sua natura considerato a titolo gratuito e, in caso di tassi interessi negativi, viene erosa la base alla quale chi deposita ha diritto, infrangendo la prima condizione. Inoltre, l’art.118 del Testo unico bancario, che disciplina le modifiche unilaterali delle condizioni contrattuali, identifica anche il caso di variazioni di tassi di interesse conseguenti a decisioni di politica monetaria, che sono possibili purché si applichino “con modalità tali da non recare pregiudizio al cliente” (comma 4).

Per le banche italiane la liquidità depositata da famiglie e imprese nei conti correnti è un costo non irrilevante, stimato nel 2018 in circa 400 milioni di euro. Per valutare il risparmio che gli operatori potrebbero ottenere applicando tassi di interesse negativi ai depositi a vista, Prometeia ha fatto una simulazione che valuta in maniera statica gli effetti sui bilanci della decisione di trasferire nello stesso momento tassi di interesse negativi ai conti correnti della clientela.

 
 

Come prima ipotesi, abbiamo portato i tassi di interesse sui conti correnti delle imprese in territorio negativo (-0.03%, dallo 0.06% di giugno 2019, Fig.3). Questa prima manovra produrrebbe un risparmio di circa 250 milioni, cioè lo 0.7% del margine di interesse. 

La seconda ipotesi implica, in aggiunta, tassi di interesse negativi sui conti correnti delle famiglie che hanno depositi oltre i 100 mila euro (abbassati a -0.03%, dallo 0.05% di giugno 2019). In questo secondo caso, più estremo e meno probabile, il risparmio che avrebbero le banche italiane sarebbe di oltre 400 milioni di euro (1.3% del margine di interesse), rendendo addirittura redditizio detenere la liquidità dei conti correnti della clientela (Fig. 4). Tuttavia, questo secondo scenario appare più improbabile, anche perché gli operatori sembrano orientati a non applicare tassi negativi alla clientela disposta a trasferire la liquidità in forme di risparmio gestito. 

La partita strategica e reputazionale per gli operatori rimane aperta.

 
 
[1] Fonte: Altavilla, Burlon, Giannetti, Holton (2019). Il dato è molto eterogeneo fra i Paesi europei. In Germania i tassi di interesse sono diventati negativi per un ammontare pari al 15% del totale dei conti correnti e al 50% del totale dei conti correnti delle imprese.
[2] Il paper identifica due caratteristiche delle banche solide: (1) si trovano nei Paesi della zona Euro che sono stati meno colpiti dalla crisi del debito sovrano; (2) hanno livelli più bassi di spread Cds e Npl.
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