La rendicontazione non finanziaria: di cosa si tratta?

La rendicondazione non finanziaria: di cosa si tratta?

23 novembre 2017

enrico.brandoli@prometeia.com

La comunicazione è obbligatoria per gli enti di interesse pubblico con oltre 500 dipendenti

 

La legge 254/16 ha introdotto per gli enti di interesse pubblico (società emittenti titoli negoziati sui mercati regolamentati, banche, assicurazioni e altri intermediari finanziari) con più di 500 dipendenti l’obbligo di rendicontazione non finanziaria, ossia la comunicazione, a partire dall’esercizio 2017, di informazioni su sostenibilità ambientale, sostenibilità sociale, catena di fornitura, gestione delle diversità e gestione dei rischi. Comply or explain: chi non si adegua deve essere convincente nello spiegare il perché.

Obiettivo della legge, che dà seguito a una direttiva comunitaria (2014/95/UE), non è solo indurre le aziende a comunicare in modo corretto e oggettivo gli impatti “non finanziari” della loro attività (spesso indicati con l’acronimo ESG, ovvero Environmental, Social, Governance), ma far in modo che questi temi entrino a far parte dei target aziendali, favorendo un cambiamento non solo organizzativo, ma anche culturale: se una azienda è costretta a comunicare che la propria attività determina conseguenze negative per una serie di stakeholder atipici (ambiente, dipendenti, società, ecc.), con più probabilità sarà stimolata a fare qualcosa per migliorarla, con possibili effetti positivi sull’immagine pubblica.

Ma cosa comporta la norma nel dettaglio?

La legge vincola esplicitamente la disclosure di temi come l’uso delle risorse naturali, le emissioni inquinanti, la corruzione attiva e passiva, le pari opportunità di genere ed i diritti umani. Le informazioni riportate dovranno essere misurate attraverso indicatori quantitativi. Chi non rientra nell’obbligo, può comunque decidere di sottoporsi volontariamente al regime della legge, di cui regolamenti e circolari di chiarimento stanno man mano definendo i dettagli. A sovrintendere è chiamata la Consob.

La modalità comunicativa è abbastanza libera: le informazioni non finanziarie possono costituire una parte autonoma e completa del documento di bilancio o essere sparse nelle varie sezioni o costituire, in tutto o in parte, documenti esterni (purché di pubblico dominio, ad esempio il sito aziendale, e richiamati all’interno del bilancio). La scelta deve essere funzionale alla chiarezza comunicativa: ad esempio dati relativi alle emissioni potrebbero essere “delocalizzati” nella parte della relazione di gestione dedicata agli investimenti, se questi ultimi ne spiegano la riduzione. 

Anche i principi contabili e di calcolo degli indicatori non sono rigidi: è infatti possibile utilizzare standard esistenti (ad esempio GRI), oppure inventarsene dei propri (purché adeguatamente descritto). 

Non si parte proprio da zero, comunque: una ricerca dell’Università del Salento sui bilanci 2015 delle quotate indica che circa il 40% ha già una consistente rendicontazione sulle tematiche indicate dalla legge, soprattutto nei settori dell’energia e delle public utility, in cui da anni ormai si pubblica il bilancio di sostenibilità. Per il restante 60%, però, il gap da colmare rimane molto rilevante, almeno dal punto di vista comunicativo.