Protezionismo, un gioco a somma negativa

Protezionismo, un gioco a somma negativa

8 gennaio 2019

Cristina Rossi

La valutazione della possibile portata di uno shock tariffario generalizzato a livello globale non può prescindere dall’analisi della situazione di partenza in termini di barriere agli scambi, daziarie e non. A oggi, Il livello di protezione che caratterizza i mercati di Stati Uniti, Cina e Unione Europea, principali protagonisti dei recenti episodi di tensione commerciale, si presenta infatti piuttosto differenziato. Diversa è anche l’elasticità della domanda di importazione ad aumenti del prezzo

 

Il clamore delle cronache degli ultimi mesi ha portato solo di recente ad accendere i riflettori sul tema del protezionismo. L’analisi delle barriere agli scambi – contenuta nel rapporto “Evoluzione del commercio estero per aree e settori”, ICE-Prometeia (novembre 2018) – mette però in luce come già da qualche tempo il processo di liberalizzazione del commercio globale avesse registrato un cambio di passo. Il livello medio mondiale dei dazi sui manufatti, ponderato per il peso dei mercati, ha mostrato solo una leggera riduzione tra il 2001 e il 2017 (dal 4.4% al 3.7%), a fronte della crescente rilevanza sugli scambi mondiali (+15 p.p.) dei paesi emergenti, tipicamente caratterizzati da livelli di protezione più elevati.

Negli ultimi anni risultano, inoltre, in forte aumento in vincoli di natura non tariffaria: dal 2010 a oggi, a livello mondiale, sono stati messi in campo oltre 3000 interventi limitativi delle importazioni di merci (di cui quasi 500 introdotti dagli Stati Uniti). Questo tipo di provvedimenti, già in accelerazione dal 2013, ha mostrato un’impennata nel 2018, in buona parte alimentata dalle azioni messe in campo dagli USA nei confronti della Cina.

 
Protezionismo, un gioco a somma negativa
Elaborazioni su dati Global Trade Alert
 

Nell’ipotesi di una guerra commerciale globale, il cerchio dei principali protagonisti diretti rimarrebbe circoscritto a Stati Uniti, Cina e, secondariamente, Unione Europea. A oggi, la situazione in termini di limitazioni al libero scambio in questi tre grandi mercati si presenta piuttosto differenziata. Il dazio medio (MFN) più elevato si riscontra per la Cina (5.7%), seguita dall’Unione Europea (3.7%, dato sovrastimato considerato che quasi il 70% delle importazioni sono intra-area e pertanto a dazio zero), mentre il livello medio di protezione è più basso sul mercato statunitense (2.4%). Anche l’impatto delle barriere non tariffarie si presenta ampiamente differenziato: il costo di queste misure è più alto sul mercato Ue, seguito a poca distanza dalla Cina; gli Stati Uniti risultano, invece, il mercato più aperto anche da questo punto di vista.

La situazione di partenza del livello di protezione degli scambi (daziario e non) rappresenta, tuttavia, solo uno degli elementi utili a disegnare il quadro di quelli che potrebbero essere gli effetti settoriali di un’escalation delle tensioni commerciali. A parità di aumento delle barriere, infatti, alcuni settori possono risultare più penalizzati di altri, a fronte di una maggiore reattività al prezzo. Un’analisi basata su un ampio set informativo di coefficienti di elasticità al prezzo della domanda di importazione (disponibili per 4625 prodotti e 117 paesi), mostra come l’elasticità media – nel complesso dei manufatti – sia più elevata per gli Stati Uniti (-2.3), mentre Cina (-1.9) e Ue (-1.8), seppure per ragioni in parte differenti, evidenziano una relativa maggiore rigidità al prezzo della domanda di importazione. Le differenze si amplificano scendendo al livello di dettaglio settoriale. L’analisi dei principali paesi fornitori degli Stati Uniti mette, inoltre, in luce come in 14 settori manifatturieri su 17 la Cina compaia nelle prime tre posizioni (di cui, 8 volte al primo posto e 4 al secondo), evidenziando con ancora maggior forza la portata dell’innalzamento dei dazi USA nei confronti di Pechino.

 
Protezionismo, un gioco a somma negativa
Stime Prometeia
 

Pur senza fare previsioni puntuali sugli scenari che si potrebbero osservare in caso di guerra commerciale globale, è interessante ragionare sui canali di trasmissione e sull’entità degli effetti differenziali in termini di crescita per l’Italia, il cui sviluppo industriale è fortemente dipendente dalla componente estera.

Un esercizio di simulazione – in cui si ipotizza che gli Stati Uniti introducano tariffe del 10% sulle importazioni da tutti i partner commerciali e che questi rispondano con lo stesso incremento di tariffe sulle loro importazioni dagli USA (ma non su quelle dagli altri paesi) – stima un effetto negativo sul Pil pari a poco meno di un decimo di punto nel primo anno e poco meno di 3 decimi (-0.26%) nel secondo, per un controvalore rispettivamente pari a circa 1.5 e 5.7 mld € (a prezzi concatenati).