Petrolio, le tensioni USA-Iran accendono il mercato

Petrolio, le tensioni Usa-Iran accendono il mercato

4 giugno 2018

Federico Ferrari

Il ritiro statunitense dall’accordo sul nucleare risveglia i fantasmi del 2012, quando l’embargo europeo contribuì a portare il Brent sopra i 110 Us$/barile. Il tema assume particolare rilevanza anche per il nostro paese, destinatario di quasi l’8% delle esportazioni petrolifere iraniane

 

Dopo aver bollato l’intesa del 2015 con l’Iran - che annullava le sanzioni al paese mediorientale “in cambio” della sospensione del programma nucleare – come la peggiore soluzione possibile, a inizio maggio la Casa Bianca ha deciso di rescindere unilateralmente dal patto stipulato dalla precedente amministrazione. Nonostante gli altri firmatari (il gruppo dei 5+1, composto da Francia, Uk, Cina e Russia, insieme alla Germania) si siano affrettati nell’annunciare la volontà di tener fede all’accordo, le ripercussioni sulle borse petrolifere non hanno tardato a manifestarsi con il Brent che, nel giro di poche sedute di contrattazione, ha guadagnato quasi 5 dollari, sfondando a metà maggio la soglia degli 80 Us$/barile

La reazione dei mercati non sorprende. Con ogni probabilità, la reintroduzione delle sanzioni Usa comporterà infatti l’estensione delle stesse ai paesi che intrattengono relazioni economiche con il paese mediorientale che, a quel punto, saranno chiamati a una scelta: continuare ad intrattenere rapporti commerciali con l’Iran, rinunciando in tutto o in parte agli sbocchi sul mercato statunitense, o interromperli e, così facendo, salvaguardare le relazioni bilaterali con il partner collocato sull’altra costa atlantica. Per quanto Teheran rappresenti una destinazione ricca di opportunità per il manifatturiero europeo (e italiano) è difficile immaginare che, alla luce del peso commerciale che gli Stati Uniti rivestono per le economie del Vecchio Continente, qualche paese europeo possa scegliere di percorrere la prima strada. Da un punto di vista economico, l’uscita degli Usa dall’accordo può quindi essere equiparata a una rottura tout-court dello stesso, le cui conseguenza si ramificheranno su molteplici livelli; per quanto riguarda il mercato petrolifero, l’effetto sarà quello di riportare le lancette indietro di sei anni.

 
Fig.1: Produzione iraniana di petrolio in milioni di b/g
Petrolio, le tensioni USA-Iran accendono il mercato
Elaborazione su fonte EIA
 

Nel 2012 l’embargo Ue diretto al paese allora guidato da Ahmadinejad portò a un azzeramento del commercio di greggio tra il paese mediorientale e i partner europei, e un contenuto incremento degli scambi con la Cina. Nel complesso, il bilancio petrolifero globale si trovò privato di cica 1 milione di barili/giorno di greggio, con l’effetto di gravare ulteriormente su una situazione di crescente deficit globale e contribuire a portare le quotazioni al di sopra della soglia dei 110 Us$/barile. Naturale a questo punto tracciare un parallelo con lo scenario di sei anni fa: cosa succederebbe se, come riteniamo plausibile, un’analoga quantità venisse sottratta dal bilancio petrolifero attuale?

 
Fig.2: Esportazioni iraniane di petrolio in valore, per destinazione
Petrolio, le tensioni USA-Iran accendono il mercato
Elab. Su fonte ITC
 

Oggi, a differenza di allora, non mancherebbero gli spazi per fronteggiare un simile scenario, almeno sulla carta: da oltre un biennio l’Opec e la Russia perseguono infatti una politica congiunta di riduzione dell’offerta, sottraendo al mercato petrolifero globale un volume di produzione che supera gli 1.2 milioni di barili al giorno, più che sufficienti a compensare l’eventuale calo dell’offerta iraniana. Cruciale in questo senso sarà la data del 21 giugno, quando Opec e Russia si riuniranno a Vienna per definire le loro strategie future. La sospensione degli accordi di riduzione e la conseguente riapertura dei rubinetti appare l’esito più probabile: per questo motivo, ci aspettiamo il permanere di una situazione di tensione fino ai mesi estivi, che sfocerà in una graduale attenuazione delle stesse nella seconda metà dell’anno. 

Non è tuttavia da sottovalutare la possibilità che il cartello dei produttori decida di perseverare con la policy attuali o, qualora decida di intervenire, lo faccia in maniera troppo blanda per compensare il minor contributo di Teheran. Inoltre, è da tenere presente che un eventuale intervento dei paesi Opec avrebbe come inevitabile conseguenza quella di ridurre il cuscinetto di capacità produttiva che gli stessi mantengono inutilizzata per ricorrervi in circostanze eccezionali, limitando quindi la possibilità per ulteriori interventi futuri. In sintesi, qualunque sarà l’esito dell’incontro Opec del 21 giugno, la ricusazione dell’accordo sul nucleare iraniano da parte degli Usa ha reso il mercato petrolifero globale molto più instabile – ed esposto a possibili strappi rialzisti – rispetto a come appariva poche settimane fa

 
 
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