I Paesi europei alla prova della rivoluzione verde. Ecco come si muove l’Italia

25 ottobre 2019

Simone Passeri

L’obiettivo di molti Stati è contrastare il rallentamento dell’attività economica attraverso l’attivazione di spazio fiscale a favore di investimenti orientati alla sostenibilità ambientale

 

La partita decisiva e ineludibile del nostro tempo si gioca sul terreno del clima e dell’ambiente, un tema estremamente delicato ma al contempo dalle enormi potenzialità. Il fatto che molti Paesi si stiano allontanando dal sentiero di riduzione delle emissioni di gas serra tracciato dagli accordi di Parigi del dicembre 2015 ha fatto sì che il dibattito sul tema sia tornato alla ribalta, come testimonia anche l’attenzione mediatica sul summit dell’ONU di New York dello scorso 23 settembre. 

In Europa il dibattito in materia è stato alimentato dalla volontà di contrastare il rallentamento dell’attività economica attraverso l’attivazione di spazio fiscale a favore di investimenti pubblici e privati orientati alla sostenibilità ambientale, al contrasto dei cambiamenti climatici e alla salvaguardia della biodiversità. Un’espansione fiscale sollecitata da molti commentatori e policy maker, non da ultimo il presidente uscente della BCE Mario Draghi. 

 

Il "Pacchetto clima" della Germania

La Germania, che ha molto spazio fiscale e che per via della sua spiccata vocazione manifatturiera sta subendo in misura maggiore i colpi della guerra commerciale e della Brexit, ha già annunciato un importante piano green da ben 54 miliardi, spalmati sui prossimi 4 anni. L’obiettivo è favorire la mobilità sostenibile, l’utilizzo di sistemi per il riscaldamento domestico più ecologici e la creazione di un sistema di certificati per l’emissione di CO2 in quei settori non inclusi nel mercato europeo ETS (Emissions Trading Scheme). Il Klima Paket dovrebbe essere finanziato per una parte modesta mediante i ricavi provenienti da questo schema di certificati e in misura più ampia parte attraverso la costituzione di un veicolo privato ad hoc, operante al di fuori del perimetro della pubblica amministrazione, il cui capitale sarebbe raccolto principalmente presso gli investitori attraverso l’emissione di maxi-obbligazioni green e sostenuto da una partecipazione statale una tantum. Il veicolo concederebbe prestiti per finanziare progetti conformi a determinati requisiti di sostenibilità ambientale. 

Il caso tedesco ha suscitato molto clamore mediatico, tuttavia è interessante guardare anche all’esperienza di altri Paesi europei che, in risposta alle sfide dei cambiamenti climatici, sono al lavoro già da alcuni anni per rendere il proprio modello di crescita e di sviluppo sempre meno dipendente dal carbonio. In particolare si segnalano Polonia, Francia, Belgio, Lituania, Irlanda e Paesi Bassi, tutti accomunati dall’aver scommesso sulla possibilità di emettere green bond a livello governativo (Tab.1). Si tratta di veri e propri titoli di Stato i cui proventi sono destinati a settori individuati in un framework nazionale (Tab.2) che i Paesi hanno redatto ispirandosi ai principi generali dell’Associazione Internazionale del Mercato dei Capitali (AIMC) [1]. Le modalità di utilizzo delle risorse raccolte sono rimesse alla discrezionalità degli Stati, i quali possono optare per il mix preferito di investimenti pubblici diretti, sussidi, crediti di imposta, tax expenditures, spese operative.  

 
Tabella 1. Principali informazioni sulle emissioni di bond governativi verdi in UEM
 

Le iniziative in Francia, Belgio e Paesi Bassi

Guardando alle più rilevanti tra queste esperienze nazionali, la Francia, che dal 2017 a oggi ha emesso ben 20 miliardi di green bond con scadenza nel 2039, ha individuato sei settori nei quali canalizzare le risorse mobilitate (Buildings, Transports, Energy, Living Resources, Adaptation, Pollution and Eco-Efficiency), ponendo tra le sue priorità l’efficientamento energetico degli edifici, la transizione a un sistema di mobilità più efficiente e con un peso maggiore del trasporto pubblico, lo sviluppo di tecnologie per lo sfruttamento di risorse rinnovabili e la promozione di un utilizzo sostenibile della terra. 

Il Belgio, la cui offerta di titoli governativi verdi viaggia attorno ai 7 miliardi, ha individuato cinque aree di intervento (Energy Efficiency, Clean Transportation, Renewable Energy, Circular Economy, and Living Resources and Land Use) in risposta a tre sfide ambientali globali come la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico, la salvaguardia della biodiversità e la conservazione delle risorse naturali. 

I Paesi Bassi, ultimi ad aver scommesso sullo sviluppo del mercato dei green bond con 6 miliardi emessi nel maggio di quest’anno (a fronte di una domanda più che tripla: 21 miliardi), mirano ad abbattere l’emissione di gas serra attraverso interventi simili alla Francia nonché, considerati i rischi derivanti dalla loro collocazione geografica, a investire in modo massiccio in un programma che assicuri un sistema di difesa dall’innalzamento del livello del mare, dalle alluvioni e da altri eventi metereologici estremi. 

 
Tabella 2. Settori di destinazione delle risorse (in base alla tassonomia AIMC)
 

I green bond in Italia

In Italia, invece, pur segnalando il successo di alcune iniziative corporate nell’emissione di green bond, il dibattito sulla possibilità di un intervento pubblico incisivo a favore della sostenibilità ambientale è stato poco animato. Solo di recente, stando soprattutto ad alcuni passaggi della Nota di Aggiornamento al DEF e del Documento Programmatico di Bilancio, l’aspetto ambientale è divenuto preminente nella definizione delle politiche governative. Già il 14 ottobre è stato emanato il decreto legge 111/2019 (il cosiddetto “decreto clima”) che mobilita circa 450 milioni a favore di iniziative ambientali e impegna il governo ad approvare entro 60 giorni un “Programma strategico nazionale per il contrasto ai cambiamenti climatici e il miglioramento della qualità dell'aria”. Come ha fatto presente il ministro dell’Economia e delle Finanze, Roberto Gualtieri, non è escluso che questo piano possa essere finanziato anche mediante la raccolta di risorse attraverso l’emissione di un BTP green sul solco dell’esperienza di altri Paesi europei. 

Un green bond sarebbe, infatti, funzionale anche alla proposta di Golden Rule che lo stesso ministro Gualtieri ha avanzato in sede europea, poiché permetterebbe di circoscrivere la platea di investimenti, e quindi di risorse, che sarebbero scorporati dalla contabilizzazione del deficit strutturale in quanto a favore dell’ambiente. La proposta non ha raccolto per ora un largo consenso, tuttavia si segnala che nel report pubblicato a settembre [2] anche lo European Fiscal Board abbia suggerito una proposta di questo tipo, pur riferendosi in maniera generica a investimenti growth-enhancing e non a investimenti verdi in modo specifico. Inoltre, l’imminente insediamento della nuova Commissione europea presieduta da Ursula von der Leyen, la cui agenda di governo pone tra i punti cardine la rivoluzione verde (cd. European Green Deal), potrebbe determinare un importante cambio di passo in questa direzione. 

 
 
[1] Tale framework deve prevedere i) una descrizione degli ambiti di utilizzo dei proventi, definendo categorie generali di eleggibilità per progetti green, ii) un processo di valutazione e selezione dei progetti da parte dell'emittente, integrato da una revisione esterna e comunicato in modo chiaro agli investitori, iii) un sistema trasparente di gestione dei proventi netti dei green bond, possibilmente integrato tramite un revisore contabile, iv) la redazione di un report che includa un elenco e una descrizione dei progetti finanziati, nonché il loro impatto realizzato e/o atteso.
[2] European Fiscal Board, “Assessment of EU fiscal rules with a focus on the six and two-pack legislation”, 11 settembre 2019.
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