Cosa si nasconde dietro alle fluttuazioni dell’oro?

Cosa si nasconde dietro alle fluttuazioni dell’oro?

16 gennaio 2019

Federico Ferrari

Dal crollo dei mesi centrali del 2018 al rally di dicembre/gennaio. Ecco come si stanno muovendo le quotazioni del metallo giallo

 

Il 2018 sembra aver sfatato il mito dell’oro come bene rifugio per eccellenza. I numerosi fattori di rischio emersi in corso d’anno, dall’accelerazione del processo di normalizzazione della politica monetaria Usa, all’inasprimento delle guerre commerciali, alle tensioni sui mercati valutari delle economie emergenti, per citare alcuni tra i più rilevanti, non hanno infatti accresciuto l’appetibilità del metallo giallo come asset class, anzi. Ai rincari del primo trimestre 2018, che avevano portato il lingotto a essere scambiato sopra la soglia dei 1350 dollari/oncia, ha fatto seguito un percorso di ripiegamento delle quotazioni trascinatosi, quasi senza soluzione di continuità, da aprile a ottobre.

Questo apparente paradosso trova una possibile spiegazione nel contestuale andamento delle valute. L’oro è infatti scambiato in dollari sui mercati internazionali: se la valuta Usa perde valore rispetto alle altre, esso acquista attrattività come veicolo alternativo alla liquidità, e gli investitori tendono ad aumentare le proprie posizioni in acquisto sul metallo giallo. L’opposto accade quando la valuta statunitense – come nel 2018 - segue il percorso inverso: l’anno passato è stato caratterizzato da un generale incremento dei rischi sistemici, ma il flight to quality ha lasciato sostanzialmente immune i metalli preziosi, depressi dal contestuale apprezzamento del biglietto verde, a sua volta sostenuto dalle policy restrittive adottate della Federal Reserve. 

 
Cosa si nasconde dietro alle fluttuazioni dell’oro?
 

Per osservare un’inversione del trend cedente dei prezzi si è dovuto attendere dicembre, caratterizzato da un vero e proprio rally delle quotazioni aurifere, al momento attestate intorno ai 1300 dollari/oncia, l’8% in più rispetto ai minimi di metà novembre. Si tratta di livelli relativamente più contenuti rispetto a quelli osservati a inizio 2018. In ogni caso, è interessante osservare come questi ultimi siano stati raggiunti a fronte di un andamento sostanzialmente neutrale della valuta Usa, e in un contesto di generale liquidazione dell’esposizione verso gli asset più ciclici e rischiosi (azionario, petrolio, ...). Dopo un lungo periodo di pausa, l’oro ha quindi riacquistato il proprio status di bene rifugio? 

Come affermò l’ex presidente della Fed Ben Bernanke in un’audizione del 2013 al Senato statunitense, “nessuno capisce davvero le quotazioni dell’oro”, aggiungendo che nemmeno lui ci avrebbe provato. Del resto, i fattori che guidano l’andamento delle quotazioni dell’oro sono molteplici, e non sempre correlati tra loro il che, a maggior ragione in un lasso di tempo molto breve, complica molto il compito di distinguere l’impatto relativo dei singoli driver sui prezzi. Volendo comunque sfidare l’assunto di Bernanke, l’incremento dell’esposizione dei fondi di investimento sull’oro osservata in dicembre (in particolare in Europa, cfr. fig. 2), e l’accumulazione di riserve auree da parte delle banche centrali di molti Paesi emergenti ci portano ad attribuire alla riduzione dell’appetite for risk che ha interessato i mercati finanziari internazionali un ruolo centrale dietro i rialzi delle ultime settimane del 2018. Un’ipotesi che trova sostegno nel sensibile incremento dei prezzi (ovvero la caduta dei rendimenti) che ha caratterizzato, nello stesso periodo, gli altri safe assets, in prima battuta i titoli del tesoro Usa.

 
Cosa si nasconde dietro alle fluttuazioni dell’oro?
 

Cosa attendersi per il 2019? In generale, e senza entrare troppo nei dettagli (per i quali rimandiamo alla sezione del portale MIO dedicata all’analisi dei prezzi delle materie prime) le prospettive moderatamente favorevoli sui mercati azionari internazionali dovrebbero limitare il deflusso di capitali verso il mercato dell’oro, in un contesto in cui la politica monetaria statunitense e l’andamento del biglietto potranno riacquistare un ruolo di primo piano come driver delle quotazioni.

Nello specifico, un atteggiamento relativamente meno “hawkish” della Fed, e le nostre aspettative di moderato apprezzamento del biglietto verde ci portano ad anticipare un alleggerimento delle quotazioni del metallo rispetto ai livelli attuali. Ovviamente, si tratta di un quadro elaborato a parità di altre condizioni, e che non tiene conto, ad esempio, del possibile verificarsi di una crisi internazionale o di forti tensioni sui mercati finanziari: questi ultimi potrebbero infatti alimentare una maggiore domanda di beni rifugio, generando deviazioni anche di forte entità rispetto allo scenario di base.