Nuova corsa del petrolio, che cosa aspettarsi

Nuova corsa del petrolio, che cosa aspettarsi

18 gennaio 2018

federico.ferrari@prometeia.com

Brent verso i 70 Us$/barile… ma ora si attendono la reazione dello shale oil statunitense e l’exit strategy dell’Opec

 

La causa del trend rialzista che ha caratterizzato i prezzi del petrolio negli ultimi sei mesi del 2017? Va individuata nella caduta delle scorte petrolifere Ocse osservata nello stesso periodo (figura 1). La stessa curva future che, dopo essere rimasta orientata negativamente per larga parte dell’ultimo biennio, a partire da settembre si è portata in backwardation (condizione che premia le consegne più vicine nel tempo, rispetto a quelle lontane) è indice di un mercato globale scarsamente rifornito.

Nel complesso, i rincari del Brent (passato dai circa 50 dollari di agosto ai quasi 70 attuali) appaiono quindi giustificati da uno scenario molto più teso rispetto al recente passato. Pesano infatti una domanda petrolifera più tonica delle attese, un’offerta vincolata dalle politiche restrittive messe in atto un anno fa da parte dei principali paesi produttori (Opec+Russia), e anche di un dollaro in netto ripiegamento.

 
Fig 1 Scorte petrolifere OCSE e prezzo del petrolio
 
Dati mensili, Elaborazione su fonte Energy Information Administration
 
 

Non si può tuttavia sottovalutare come l’attività speculativa sui mercati finanziari abbia anch’essa contribuito a sostenere le quotazioni. La seconda metà del 2017 è stata contraddistinta da un frenetico incremento dell’attività da parte dei money manager (la categoria di operatori che normalmente opera sui mercati a fini speculativi) protagonisti di un accumulo record di posizioni in acquisto (figura 2).

È sempre difficile distinguere quanta parte dei movimenti dei prezzi sia da attribuire a un irrigidimento dei fondamentali correnti e, invece, quanta sia da ricondurre a movimenti anticipatori da parte dei fondi speculativi. Restringendo lo sguardo agli ultimi due mesi, il compito è ulteriormente gravato dall’emersione di svariati elementi di rischio, e dall’incertezza su come questi ultimi siano stati prezzati dai mercati. Tra i più rilevanti, e senza pretese di esaustività, ricordiamo le tensioni politiche interne all’Iran, quelle tra Teheran e Washington, rinfocolate da parte dell’amministrazione Usa e, non meno importante, l’andamento altalenante della produzione petrolifera nei quattro “petrostati” più fragili sotto il profilo politico: Libia, Iraq, Venezuela e Nigeria. 

 
Fig 2 Posizioni speculative sul Brent (Intercontinental Exchange)
Dati mensili, ‘000 contratti da 1000 barili, elaborazioni su fonte Commodity Futures Trading Commission (CFTC)
 

Lo shale oil torna protagonista

Tali rischi, combinati ad altri fattori eccezionali (tra cui l’ondata di freddo che ha colpito gli Stati Uniti, e l’interruzione temporanea della pipeline Forties nel Mare del Nord) giustificano l’apposizione di un “premio” sul prezzo del Brent: quello scontato tra dicembre e gennaio appare tuttavia eccessivo, soprattutto in prospettiva, considerata la prevedibile reazione dell’offerta (statunitense) a fronte di quotazioni così elevate come quelle attuali.

Un prezzo superiore ai 65 Us$/barile per le consegne a 12 mesi rappresenta infatti un boccone appetitoso per i produttori di shale oil che, a queste condizioni di redditività, non tarderanno a incrementare i livelli di output. Tale tendenza è destinata a ricevere ulteriore impulso nel corso del 2018. Secondo le più recenti previsioni dell’Energy Information Administration l’anno in corso vedrà la produzione Usa crescere di quasi 1 milione di barili/giorno, bruciando il precedente record storico di 9.6 milioni di barili/giorno toccato ai tempi di Nixon (1970).

Il contributo di tali progressi sarà probabilmente insufficiente, da solo, a colmare la differenza attesa tra domanda e offerta globale di petrolio nel 2018. In ogni caso, l’entità del deficit sul mercato petrolifero globale è destinata, ceteris paribus, a ridursi in maniera sostanziale rispetto a quanto osservato nel corso del 2017. Peraltro, il ritorno dello shale oil non è l’unico fattore ribassista che i mercati petroliferi affronteranno nel 2018.

 

Opec in cerca di un'exit strategy

Raggiunto l’obiettivo di riequilibrare il mercato globale, i principali paesi produttori si trovano infatti nella condizione di dover coordinare un’exit strategy rispetto alle attuali politiche di riduzione dell’offerta, pena un’ulteriore, inevitabile perdita di quote di mercato a vantaggio dei produttori nordamericani.

I mesi che ci separano dal prossimo meeting Opec (previsto a giugno) saranno quindi decisivi, sia per testare l’elasticità dell’industria dello shale oil sia per cogliere segnali di rottura tra i paesi partecipanti all’accordo. Dato l’ammontare record di posizioni speculative attualmente in essere non è escluso che, in caso di liquidazione anticipata dei contratti, il prezzo del greggio possa sperimentare una correzione anche intensa rispetto ai livelli attuali: questo, attualmente, appare il rischio più concreto dello scenario petrolifero nel breve termine.