Mini-BOT, tra moneta parallela e patrimoniali occulte

Mini-BOT, tra moneta parallela e patrimoniali occulte

14 giugno 2019

Lucia Cossaro

I risvolti destabilizzanti evocati da questa idea sono evidenti dalle molte prese di posizione dei giorni immediatamente successivi all’approvazione della mozione

 

L’idea di utilizzare i cosiddetti mini-BOT per pagare i debiti della pubblica amministrazione verso imprese e professionisti menzionata nel contratto di governo si è concretizzata in una mozione di indirizzo parlamentare votata all’unanimità dalla Camera a fine maggio, portando nuova linfa al dibattito sulla moneta fiscale che, con una certa cadenza, torna in auge nel nostro Paese.

La mozione impegna il governo a verificare la possibilità di iniziative per “l'ampliamento delle fattispecie ammesse alla compensazione tra crediti e debiti della pubblica amministrazione, oltre che la cartolarizzazione dei crediti fiscali, anche attraverso strumenti quali titoli di Stato di piccolo taglio”. L'idea di introdurre un nuovo strumento partendo dalla cartolarizzazione di crediti esistenti è del presidente della Commissione Bilancio della Camera Claudio Borghi, secondo cui il mini-BOT potrebbe essere utilizzato per pagare le tasse o anche come forma di pagamento tra gli operatori.

 

In calo i ritardi dei pagamenti ma il problema rimane

Il problema dei crediti commerciali potrebbe trovare così una soluzione? Per la verità qualcosa si era iniziato a fare già dal 2013, non senza un qualche successo, dopo che anche la Commissione europea aveva invitato a risolvere il problema come leva per ridare liquidità e slancio all’economia italiana. Quasi 60 miliardi di euro sono stati stanziati tra il 2013 e il 2015, oltre a numerosi interventi normativi per limitare progressivamente i ritardi dei pagamenti e migliorarne il monitoraggio.

Sulla Piattaforma dei crediti commerciali del MEF, da cui transitano 22mila enti (non tutta la PA, comunque una parte rilevante, pari a circa 28 milioni di fatture per un importo liquidabile di 149 miliardi di euro), i tempi di pagamento sulle fatture del 2018 sono in linea con i termini di legge di 30 giorni dal ricevimento (60 per gli enti del servizio sanitario), a fronte di un ritardo medio di 16 giorni nel 2016. Numeri diversi, ma sempre con tendenze in miglioramento, sono stimati dall’ultimo “European Payment Report” di Intrum Justitia, che considera anche le fatture in arretrato degli anni precedenti, e dove i ritardi sono scesi dai 65 giorni del 2015 a 31 giorni nel 2018. Inoltre, dal 2018 è in funzione un nuovo sistema informativo per l’acquisizione automatica dei pagamenti, Siope-plus, mentre la legge di Bilancio 2019 ha introdotto l’obbligo per tutti gli enti di comunicare entro aprile i debiti scaduti e non pagati.

Non va dimenticata, poi, la possibilità per le imprese di certificare il credito per cartolarizzarlo, depositarlo presso le banche o utilizzarlo in compensazione con imposte iscritte a ruolo, oltre alla fatturazione elettronica, obbligatoria dal 2015 per tutte le PA, che ha favorito il processo di normalizzazione dei pagamenti. Dal massimo del 4.3% del PIL nel 2011, circa 67 miliardi di euro, secondo Eurostat nel 2018 lo stock degli arretrati è sceso a 52 miliardi, il 2.9% del PIL. 

Continuiamo però a essere sempre i peggiori d’Europa e per un ammontare considerevole se raffrontato ad esempio a quello di Francia e Germania, dove risulta essere circa la metà, o con Spagna e Olanda, dove lo stock non arriva all’1% del PIL. Inoltre nel nostro Paese il problema non è ancora risolto, come confermato anche dalle valutazioni di Banca d’Italia, che attribuisce circa la metà degli arretrati al ritardo nei pagamenti. 

 

Risvolti destabilizzanti dei mini-BOT

Sembra però che gli strumenti per ridurli ulteriormente ci siano. In ogni caso, l’accelerazione dello smaltimento comporterebbe un aumento di debito pubblico. I crediti verso i fornitori della PA infatti sono passività implicite, non ancora registrate nel debito secondo i criteri di Maastricht, e proprio per questo l’UE gli dedica un’attenzione particolare (anche per questo sono molto aumentati negli anni del rientro dal disavanzo dopo la crisi del 2011-2012). Un aumento di debito ci sarebbe anche con l’emissione di mini-BOT, che verrebbero utilizzati per il pagamento delle imposte, producendo un mancato gettito.

Pur non essendoci una proposta articolata da valutare, è spontaneo pensare che si perseguano finalità diverse dal pagamento degli arretrati della PA. Ribadito che si tratta comunque di debito, il mini-BOT può essere visto o come strumento di finanziamento alternativo – ma allora l’implicazione è una difficoltà di accesso al mercato – oppure come modo per introdurre un sistema di pagamento complementare all’euro – e anche in questo caso le conseguenze sono tutt’altro che virtuose. I risvolti destabilizzanti evocati da questa idea sono evidenti dalle molte prese di posizione dei giorni immediatamente successivi all’approvazione della mozione, a partire dal ministro dell’Economia e dal presidente della BCE, ben riassunte da Moody’s: il solo fatto che la proposta dei mini-BOT sia stata portata all’attenzione rappresenta un fattore negativo per il rating di credito dell’Italia. 

Del resto, non è la prima volta che l’emissione da parte dello Stato di una qualche forma di “pagherò” è stata suggerita come soluzione per problemi contingenti e poi accantonata. Ora per smaltire gli arretrati dei debiti commerciali, in altri momenti per sostenere la domanda interna senza fare politiche espansive, assegnando Certificati di credito fiscale, o Titoli di sconto fiscale, che lo stato si impegna a incassare a fronte di imposte dovute e, in generale, per aumentare la liquidità in assenza di sovranità monetaria (se ne è parlato in “Ritorna la proposta di una moneta fiscale nazionale per rilanciare la domanda interna”, Rapporto di Previsione Settembre 2017, Prometeia).

Lo scoglio principale per l’efficacia di queste proposte risiede nella fiducia che il titolo possa mantenere nel tempo il valore al quale è stato emesso, condizione necessaria perché possa essere utilizzato come mezzo di pagamento, cosa niente affatto scontata. Il mini-BOT non ha scadenza, non paga interessi, non ha un mercato regolamentato che lo prezza: caratteristiche che lo rendono meno appetibile rispetto agli altri titoli di stato e che, di conseguenza, ne condizionano al ribasso il valore.

Le imprese potrebbero realisticamente scontare il mini-BOT solo a un prezzo inferiore di quello di emissione, sostituendo dunque un danno (la mancanza di liquidità) con un altro (vedersi ridotto il valore il credito). Tuttavia, il problema maggiore sta nel fatto che lo Stato, invece che emettere titoli sul mercato per pagare i propri debiti in euro, sceglierebbe una via non convenzionale, introducendo uno strumento di pagamento alternativo che con ogni probabilità avrebbe un valore inferiore rispetto all’euro, comportando così perdite per i fornitori della PA e allo stesso tempo un danno reputazionale rilevante per il Paese.

 
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