Il mercato del lavoro italiano a dieci anni dalla crisi

Il mercato del lavoro italiano a dieci anni dalla crisi

2 agosto 2017

stefania.tomasini@prometeia.com

È tempo di bilanci a 10 anni dall’avvio della crisi finanziaria e al quarto anno di ripresa. Per il mercato del lavoro il segno del saldo finale non è facilmente definibile. Bisogna guardare oltre la superficie

 

Sono trascorsi 10 anni dal manifestarsi dei prodromi di quella che si sarebbe poi rivelata come la peggiore crisi dal dopoguerra e, volendo trarne un bilancio per il mercato del lavoro, si potrebbero considerare dieci anni perduti: è vero che il numero di occupati a fine 2016 è quasi tornato al livello del 2007 (Fig. 1), ma i disoccupati sono raddoppiati (oggi 3 milioni) e il monte ore lavorate è più basso del 6.7%. L’aumento della popolazione in età lavorativa (+400mila) e la ben più consistente crescita dell’offerta di lavoro (1 milione 300mila) non hanno dunque trovato sbocco occupazionale: lavora sì lo stesso numero di persone di 10 anni fa, ma per meno ore

È vero che la riduzione delle ore lavorate pro-capite è in parte un fenomeno fisiologico legato allo spostamento di occupazione dall’industria ai servizi, dove sono più frequenti le posizioni part-time e l’occupazione femminile. Ma è altrettanto vero che se oltre il 60% dei lavoratori a tempo parziale dichiara di esserlo non volontariamente, vi è una evidente fragilità intrinseca nella riduzione degli orari.

 

Chi ha perso di più

Sono stati dieci anni perduti anche dal punto di vista della riduzione di uno dei maggiori vincoli strutturali dell’economia italiana, il divario Nord-Sud: il tasso di disoccupazione continua a essere drammaticamente più alto nel Mezzogiorno (19.6% nel 2016, era 11.1% nel 2007), benché il Settentrione abbia pagato, in termini relativi, un prezzo maggiore (7.6% e 3.5% rispettivamente).

Un prezzo molto elevato pagato anche dai lavoratori poco qualificati, strutturalmente più fragili: quasi la metà dei disoccupati (1 milione 300mila) ha completato solo la scuola dell’obbligo, una quota quasi doppia di quella del 2007. Ma la crisi ha colpito ancora più duramente i lavoratori con un titolo di studio di scuola media superiore, arrivati a 1 milione e 300 mila dai circa 600 mila pre-crisi. 

Dato speculare a quello che vede l’aumento dei disoccupati non più giovani, frutto della contrazione di addetti nell’industria e del crollo nelle costruzioni. Più di un quarto dei disoccupati (830mila), e il numero è più che triplicato dalla crisi (erano 250mila nel 2007), ha più di 45 anni e, verosimilmente, responsabilità familiari, prospettive di rientro nel mercato del lavoro limitate e aggravate dall’aumento dell’età pensionabile introdotto dalla riforma Fornero. 

La caratterizzazione per età è forse uno dei tratti distintivi di questi anni. Se da un lato le riforme pensionistiche hanno corretto una delle storture italiane, portando a un aumento poderoso degli occupati con più di 55 anni (1 milione e 600mila in più tra il 2007 e il 2016), dall’altro hanno certamente creato più difficoltà sia per il reinserimento degli adulti disoccupati sia per l’accesso al mercato dei giovani. L’introduzione dell’APE (Anticipo PEnsionistico) avrebbe proprio l’obiettivo di attenuare queste difficoltà. 

All’altro estremo della vita lavorativa, la disoccupazione giovanile (38% per i 15-24enni) è anch’essa molto grave perché si inscrive in un contesto di generale fragilità, essendo prevalentemente concentrata tra giovani con livello di qualificazione basso e/o inadatto alle richieste del mercato del lavoro. Non solo. In prospettiva, riduce le potenzialità di crescita perché priva le forze di lavoro di quel bagaglio di esperienze che è fondamentale vengano acquisite in giovane età.

Fig. 1 Occupati e disoccupati migliaia, dati trimestrali 
Occupati e disoccupati migliaia, dati trimestrali
Fonte: elaborazioni Prometeia su dati Istat
 

Eppure ci sono anche aspetti positivi

Tre anni fa la situazione era molto peggiore e l’uscita dal punto di minimo della fase recessiva è avvenuto più velocemente che in passato. Ovvero, l’elasticità dell’occupazione al reddito è aumentata. Tra il 2014 e il 2016, infatti, a fronte di un aumento del PIL del 2.4% le unità di lavoro sono cresciute del 2.6%, gli occupati del 2.3%. Una elasticità intorno all’unità è eccezionale se rapportata a quanto avveniva in passato, come emerge con evidenza dalla Fig. 2. 

Però la riduzione della disoccupazione non è stata altrettanto veloce. Il motivo è che le migliorate prospettive di lavoro hanno portato sul mercato persone precedentemente scoraggiate, in altre parole si è ridotta l’inattività ed è aumentata l’offerta di lavoro. Anche di questo fenomeno può essere colto l’aspetto positivo, dato il ben noto ritardo italiano nella partecipazione al mercato del lavoro, particolarmente fra le donne.

 
Fig. 2: Reattività dell’occupazione alla ripresa: cicli a confronto
Crescite % cumulate dopo 8 trimestri dall’avvio della ripresa
Fig. 2: Reattività dell’occupazione alla ripresa: cicli a confronto Crescite % cumulate dopo 8 trimestri dall’avvio della ripresa
Fonte: elaborazioni Prometeia su dati Istat
 

Gli incentivi e il Jobs Act

All’aumento di elasticità hanno certamente contribuito anche gli incentivi fiscali, in particolare la decontribuzione per i nuovi assunti a tempo indeterminato, introdotti nel 2015 e ridotti nell’entità per gli assunti nel 2016. L’effetto è evidente nell’incremento dei dipendenti (+630mila) e nella diminuzione dei lavoratori autonomi (-61mila).

La natura di tutti gli incentivi temporanei è di agire sulle scelte degli operatori anticipando decisioni che, probabilmente, sarebbero state comunque prese. Introdurre un incentivo alle assunzioni all’inizio di una fase di ripresa risponde alla logica di innescare un circolo virtuoso che faccia da volano alla ripresa e, favorendo la creazione di posti di lavoro stabili, possa risultare in un aumento netto di occupati anche una volta che gli incentivi siano terminati. Nel disegno di policy adottato, l’incentivo temporaneo è stato affiancato al Jobs Act, riforma strutturale di ampia portata con l’obiettivo di avvicinare il nostro paese agli standard europei in termini di flexicurity.

 

In sintesi

Un giudizio definitivo sull’efficacia di questa strategia sarà possibile solo nel medio periodo. Quello che sin da ora si può affermare è che se la crisi ha lasciato cicatrici ancora ben visibili, ha anche portato a spostamenti nella giusta direzione nell’offerta di lavoro femminile e degli over 55, nella domanda di lavoro stabile, così come nel ri-orientamento dell’occupazione verso il settore dei servizi. Ha invece acuito, allontanandone ulteriormente la soluzione, alcuni degli annosi problemi italiani, il divario territoriale innanzitutto. Ha inoltre drammaticamente aumentato la fragilità economica e sociale delle fasce più deboli della popolazione, fra i lavoratori meno scolarizzati, creando al contempo una nuova fascia di fragilità fra i lavoratori più anziani. 

 

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