Il manifatturiero italiano con la crisi ha cambiato pelle. Ma servono altri sforzi

26 maggio 2017

cristina.rossi@prometeia.com

Il manifatturiero italiano appare “rimpicciolito”, ma con le carte in regola per affrontare le sfide future. Non ultima quella della trasformazione digitale, senza la quale la crescita rimarrebbe stabile ma modesta

 

A nove anni dalla Grande Crisi il manifatturiero italiano ha cambiato pelle. La metamorfosi di questi anni, virtuosa sotto molti aspetti, ha restituito un tessuto produttivo “rimpicciolito” con un calo del 13% del numero di imprese in attività tra il 2007 e il 2016, ma con le carte in regola per cogliere le opportunità e affrontare le sfide che il futuro riserva.

A fronte di un processo di selezione concentrato soprattutto sulle micro imprese e gli operatori meno efficienti, oggi ci troviamo di fronte a una base produttiva più strutturata, mediamente ben patrimonializzata e, per certi versi, più somigliante a quella tedesca (a partire dal 2013, la redditività sulle vendite media delle imprese manifatturiere italiane si è allineata a quella delle “sorelle” teutoniche). 

Il quadro della manifattura post-crisi

Il rafforzamento competitivo del manifatturiero si rispecchia anche nei buoni risultati ottenuti sui mercati internazionali che, pur in un contesto di commercio globale non particolarmente brillante, hanno visto tutti i settori conseguire un guadagno di quote nel 2016, grazie anche al ruolo di primo piano dell’Italia nelle catene produttive europee. Le imprese più strutturate attualmente attive sul mercato - quelle sopravvissute alla crisi e le nuove nate [1] - evidenziano, inoltre, una notevole vivacità in termini di fatturato (+18% tra il 2007 e il 2015), dimostrando la capacità di cogliere gli spazi di crescita offerti dal mercato; le performance sono buone non solo per le grandi imprese, ma anche per le PMI (sopra i 2 milioni di euro di fatturato), spina dorsale del sistema produttivo italiano.

Il bicchiere è però solo mezzo pieno. È innegabile che la crisi e la seguente profonda ristrutturazione abbiano fortemente ridimensionato il fatturato manifatturiero complessivo (-11% in valore, -16% in volumi rispetto ai livelli del 2007); per alcuni settori, inoltre, il processo di selezione non è ancora completato e, a livello generale, rimangono criticità nella rotazione del capitale investito – la più bassa tra i big-UE - che rallentano la risalita del ROI (Return on investment).

La convergenza con i concorrenti europei

Il processo di convergenza ai livelli di redditività operativa dei competitor europei potrebbe essere più rapido risolvendo alcune inefficienze, concentrate in particolare nella gestione del circolante, con una liquidità ancora amministrata in ottica cautelativa (soprattutto dalle PMI) per fronteggiare un’elevata esposizione commerciale dettata da tempi di incasso che restano alti [2].

Le previsioni per l’industria

La trasformazione del tessuto produttivo, andata di pari passo con la risalita dei livelli di attività a partire dal 2014, va nella direzione di restituire centralità alla manifattura, rivalutandone il ruolo di traino per la nostra economia.

Per i prossimi anni prevediamo [3] un consolidamento della fase espansiva per l’industria manifatturiera italiana, ma ancora su ritmi moderati (+1.6% nel 2017, +1.5% in media annua nel 2018-’21 per il fatturato a prezzi costanti). Un’evoluzione che comunque non consentirà di chiudere il gap con i livelli pre-crisi: al 2021 i volumi di attività sono stimati inferiori del 9% rispetto al 2007.

Il recente risanamento non sarà, infatti, sufficiente a imprimere un’accelerazione più intensa, dato il contesto internazionale ancora improntato all’incertezza (almeno nel breve termine) e la specializzazione in settori maturi. 

Demografia e digitalizzazione

A calmierare il potenziale di crescita nel medio-lungo periodo contribuiranno anche fattori strutturali. Tra questi l’arretramento demografico - stimato in Italia tra i più intensi a livello europeo - e il progressivo invecchiamento della popolazione, con conseguente proseguimento del trend di riduzione della fascia di popolazione attiva (15-64 anni). A rendere strutturale il ridimensionamento della base manifatturiera nazionale contribuirà anche la crescente digitalizzazione dell’economia, che alimenterà ulteriormente lo spostamento, già in atto, di mix tra manifattura e servizi, a beneficio di questi ultimi.

La trasformazione digitale rappresenta però anche, e soprattutto, un’importante opportunità. Se al momento il mercato dello smart manufacturing appare ancora in buona parte rivolto a grandi aziende o comunque ai settori sulla frontiera tecnologica, nel medio periodo il ripensamento e l’efficientamento dei processi di fabbrica interni e delle catene del valore in ottica “4.0” costituirà un presupposto discriminante per la competitività.  

La strada per crescere

Una integrazione tra prodotto “tradizionale” e tecnologie digitali più spinta rispetto a quanto ipotizzato nel nostro scenario potrebbe aumentare gli spazi sia per l’introduzione di nuovi prodotti che per l’arricchimento del contenuto di servizio dell’offerta. Se il sistema produttivo saprà cogliere questi spunti in maniera pervasiva si potranno aprire importanti occasioni di innovazione dei modelli di business delle imprese, con positivi riflessi in termini di innalzamento del potenziale di crescita oltre che di miglioramento di efficienza e produttività.

 
Fig. 1 - Manifatturiero: contributi % alla variazione del fatturato(medie annue a prezzi costanti)
Fig 2 - I volumi di attività resteranno distanti dal pre-crisi
(fatturato a prezzi costanti, indice 2007=100)
 

Fonte: Analisi dei Settori Industriali, Prometeia – Intesa Sanpaolo, maggio 2017

 

Questo articolo è estratto dal Rapporto Analisi e Settori Industriali Prometeia - Intesa Sanpaolo di maggio 2017. Per maggiori informazioni vai qui.


[1] Al netto delle micro imprese.
[2] Nonostante una tendenza all’accorciamento delle dilazioni, nella media del manifatturiero i tempi di incasso si attestano a 90 giorni per le imprese italiane, a fronte dei 30 giorni delle imprese tedesche e dei 60 di quelle francesi.
[3] Analisi dei Settori Industriali, Prometeia – Intesa Sanpaolo, maggio 2017.