Per crescere l’Italia ha bisogno di hi-tech

Per crescere l’Italia ha bisogno di hi-tech

18 gennaio 2019

Monica Ferrari

Nel nostro Paese la propensione a questo tipo di investimenti è ancora bassa. La politica economica dovrebbe agevolare sia l’accumulazione di capitale sia l’adozione di investimenti tecnologici all’avanguardia

 

Da oltre vent’anni la crescita dell’economia italiana è penalizzata dall’evoluzione deludente della produttività, sia di quella totale dei fattori, che misura l’efficienza sistemica, sia di quella apparente del lavoro, espressa dal rapporto tra PIL e numero di addetti. Nel periodo 1995-2017, la prima ha dato un contributo negativo alla crescita media annua del PIL di 0.1pp, un risultato analogo a quello della Spagna ma opposto a quello della Germania e della Francia, dove il contributo è stato positivo (0.8pp e 0.4pp, Fig. 1). Sulla produttività del lavoro l’Italia arretra in ultima posizione, avendo registrato in media nel periodo considerato una stagnazione a fronte di una crescita negli altri Paesi.

Tra le molteplici ragioni di tale divario vi è la bassa propensione dell’Italia a investire in tecnologie avanzate, le cui caratteristiche non si adattano al tessuto produttivo del Paese costituito da imprese di piccola e media dimensione. Sono, infatti, tecnologie spesso costose, che obbligano le imprese a rivedere i processi produttivi e che danno un rendimento solo nel medio-lungo periodo. Per alleviare questi problemi e per innescare un ciclo espansivo degli investimenti, ampiamente penalizzati dalle crisi, la politica economica è intervenuta introducendo degli incentivi fiscali, come l’iper-ammortamento per gli investimenti in tecnologie 4.0, il credito di imposta in ricerca e sviluppo e il super-ammortamento. La Legge di bilancio 2019 ha abolito il super-ammortamento e depotenziato l’iper-ammortamento e il credito di imposta. Un arretramento, quindi, rispetto al percorso iniziato tre anni fa e in contrasto al processo di rapida innovazione tecnologica con cui le imprese si devono confrontare per competere sui mercati globali. Il super-ammortamento, riducendo i coefficienti di ammortamento fiscale, aveva anche lo scopo di attenuare gli effetti negativi sulla domanda di beni di investimento derivanti da coefficienti fermi da lungo tempo, che non rispecchiano la veloce obsolescenza del capitale.

 
 

Il termine imprese 4.0 è ampio, fa riferimento a quei cambiamenti dei processi produttivi e delle catene globali del valore che provengono dall’adozione di differenti tecnologie come per esempio cloud computing, internet delle cose, intelligenza artificiale, robotica, big data, stampanti 3D, integrazione verticale e orizzontale. Un insieme di tecnologie ancora poco presenti nel tessuto industriale italiano, come è segnalato dall’indagine condotta dal Ministero dello sviluppo economico nel 2017. Infatti, solo l’8.4% delle imprese utilizza almeno una di queste tecnologie e considerando anche le imprese che hanno in programma questo tipo di investimenti nel prossimo triennio la quota sale al 13%, un valore ancora piuttosto basso. 

La propensione a utilizzare tecnologie 4.0 è correlata alla dimensione aziendale (Fig. 2); la quota di imprese che le utilizza è pari al 18.4% in quelle con 10-49 addetti, sale al 35.5% nelle aziende con 50-249 addetti e raggiunge il 47.1% in quelle con almeno 250. La concentrazione degli investimenti è su cyber security, integrazione orizzontale, e internet delle cose. Solo una minoranza adotta più di una di queste tecnologie ed è costituita da imprese di grandi dimensioni.

Rispetto ai grandi paesi dell’UEM, l’Italia è in una posizione di svantaggio. Nell’industria italiana l’adozione di robot in rapporto agli occupati è bassa se confrontata con quella della Germania; ma il divario si riduce considerando il settore manifatturiero al netto dell’auto: 191 robot multiscopo per 10 mila occupati in Germania e 160 in Italia. Un altro indicatore è la spesa in investimenti intangibili (quali le spese in ricerca e sviluppo, software, database), che in quota di PIL è più bassa in Italia (3%) e Spagna (3%) rispetto a Germania (3.7%) e Francia (5.8%).

Alla luce di questo quadro, la politica economica dovrebbe agevolare sia l’accumulazione di capitale, i cui effetti si traducono sempre in un miglioramento tecnologico dei processi produttivi, in quanto i nuovi investimenti sono qualitativamente superiori a quelli che vanno a sostituire, sia l’adozione di investimenti tecnologici all’avanguardia. Un processo quest’ultimo che, come visto sopra, non può non passare attraverso misure volte a favorire la crescita dimensionale delle imprese. 

 
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