Ricomincio da Teh(eran)

31 maggio, 2016

claudio.colacurcio@prometeia.com

La fine delle sanzioni apre una nuova stagione delle relazioni commerciali dell’Iran con l’occidente. Per l’Italia si tratta di ricominciare dai successi di un passato non troppo lontano.

 

"Là fuori, oltre a ciò che è giusto e a ciò che è sbagliato, esiste un campo immenso. Ci incontreremo lì"[1]. Le parole di Jalāl al-Dīn Rūmī, poeta persiano del XIII secolo, raccontano di un incontro possibile, al di là di tante criticità. Allo stesso modo oggi, in mezzo a mille contraddizioni, l’accordo sul nucleare e il venir meno delle sanzioni verso l’Iran aprono una nuova stagione di relazioni dell’Italia e della comunità internazionale. Seppure permangano difficoltà dal punto di vista operativo[2], i dati d’interscambio nei primi mesi dell’anno mostrano segnali incoraggianti. Nel periodo gennaio-marzo la crescita tendenziale in euro dei primi tre esportatori europei è stata infatti rispettivamente del 7% per la Germania, del 10% per l’Italia e del 13% per la Francia. 

Si tratta di un incontro possibile, quello tra l’industria italiana e il mercato iraniano, che sarebbe però meglio definire un ritrovo. Portando indietro di un decennio le lancette della storia, quindi a un tempo antecedente le prime risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel 2006, i livelli di interscambio commerciale, ma anche quelli legati a commesse e investimenti diretti nel paese mostravano un rapporto particolarmente intenso tra i due paesi. Anche in virtù di un’attenzione politica radicata nel tempo (nel 1998 la visita del Primo Ministro italiano fu per esempio la prima di un capo europeo dai tempi della Rivoluzione Islamica), nel 2005 l’Italia era stata il terzo fornitore internazionale dell’Iran (dopo la Germania e superata proprio in quell’anno dalla Cina), così come rappresentava la terza destinazione del suo export (dopo Giappone e Cina). 

Dieci anni dopo, dimensione e struttura dell’interscambio del paese mostrano invece tutte le cicatrici della storia geopolitica recente. Già il grado di apertura relativo dell’Iran (la somma di esportazioni e importazioni in percentuale del PIL) segnala come il paese abbia scontato una marginalizzazione crescente. L’indicatore si è ridotto dal 56% nel 2005, quindi più alto di tre punti rispetto alla media mondiale nello stesso periodo, al 43% oggi, più basso di quasi 15 punti rispetto al dato medio. Guardando poi alla mappa dei paesi coinvolti nell’interscambio con l’Iran emerge inoltre un vero e proprio spostamento a est del baricentro strategico. La Cina è diventata il principale riferimento commerciale, originando il 42% dell’import (4 volte i livelli del 2005) e assorbendo il 50% del suo export (dal 15% del 2005), incentrato chiaramente sul settore energetico per via dell’embargo da occidente. Più contenuto, ma altrettanto strategico è il guadagno dell’India, origine ormai del 7% dell’import e destinatario del 20% dell’export. L’Italia e tutta l’Europa hanno simmetricamente perso posizioni e non solo in termini relativi (la quota italiana è passata dal 9 al 3% delle importazioni dell’Iran dal mondo). Anche in termini di dimensione assoluta dell’export italiano, il punto di partenza di un’auspicata nuova stagione vale oggi, a prezzi costanti, il 60% di quanto venduto in Iran dieci anni fa.

Tra i settori si è erosa in particolare la storica leadership italiana nelle forniture meccaniche. Nel 2005 le imprese italiane originavano, superando la Germania, il 23.8% delle importazioni iraniane dal mondo; oggi questa quota è pressoché dimezzata. Una parte del calo è in qualche maniera più statistica che reale in quanto legata a rotte alternative delle merci italiane in seguito alle sanzioni (molto frequente è stata per esempio la triangolazione via Emirati e Turchia). Tuttavia la contemporanea salita della Cina come primo esportatore meccanico rischia di frenare il potenziale delle imprese italiane in un momento di ripartenza del mercato. Secondo stime Prometeia, perché il ritorno del greggio iraniano sulle piazze estere diventi effettivo, necessita di investimenti tecnologici che aumentino di almeno 1 milione di barili al giorno la capacità produttiva del settore estrattivo, comparto che rappresenta storicamente uno dei principali sbocchi delle forniture italiane nel paese. Più in generale pesando le prospettive attese per l’import iraniano dal mondo nel prossimo biennio[3]  con la quota italiana prima delle sanzioni, le opportunità per le imprese dei comparti tecnologici (quindi meccanica, ma anche elettrotecnica e mezzi di traporto) arriverebbero a 900 milioni di euro su base annua. 

Discorso analogo vale per i settori legati alle infrastrutture, un ambito dove l’Italia può vantare una lunga tradizione di collaborazione con il paese. Secondo le stime di un modello Prometeia per il calcolo del potenziale infrastrutturale a medio termine, l’Iran, con quasi 70 miliardi di dollari di fabbisogno stimato nei prossimi 5 anni, rappresenta tra gli emergenti il 10° mercato al mondo per volume d’affari potenziale. Alla luce della loro quota media nelle gare internazionali in Iran prima del 2006, per le imprese italiane di progettazione e costruzione questo flusso d’investimenti potrebbe tradursi in almeno 200 milioni di appalti, a cui aggiungere il cosiddetto effetto indotto per i settori collegati (prodotti intermedi e tecnologia). 

Il processo di normalizzazione dei rapporti con l’occidente passa poi anche per un avvicinamento nei costumi, negli stili di vita e quindi anche nei modelli e prodotti di consumo. Per quanto esistano segnali evidenti di differenze culturali profonde, gli aspetti sociodemografici collocano l’Iran tra i mercati più attrattivi, soprattutto se rapportato agli standard della regione. La dimensione assoluta della popolazione e la sua giovane età media (rispettivamente quasi 80 milioni e 28 anni), i tassi di alfabetizzazione e urbanizzazione (85% e 70% entrambi sopra la media regionale), la presenza di una classe benestante numerosa e in crescita (oltre 10 milioni nel 2015 secondo le stime del Centro Studi Confindustria e Prometeia) sono tutti fattori favorevoli allo sviluppo del made in Italy sul mercato.

Questi indicatori sociodemografici collocano l’Iran tra i mercati più interessanti in termini di qualità del consumo potenziale. Tuttavia anche per quantità, le prospettive economiche rimangono tra le più brillanti nell’area medio orientale. In termini di crescita del PIL, l’Iran è atteso superare nel prossimo biennio paesi come Emirati, Qatar ed Arabia Saudita. A ciò occorre aggiungere un probabile effetto rimbalzo per una domanda che, rimasta costretta negli anni delle sanzioni, potrà finalmente liberare il suo vero potenziale. Per dare una dimensione a queste opportunità, è sufficiente considerare che riportando ai livelli di prima delle sanzioni il posizionamento italiano, l’export nei settori di consumo arriverebbe a oltre 400 milioni di euro, coinvolgendo in particolare i settori di moda, arredo e alimentare. Proprio in quest’ultimo comparto, la quota italiana ha già sperimentato nell’ultimo decennio un rafforzamento. Per quanto contenuto, dallo 0.4% nel 2005 allo 0.6% nel 2015, il guadagno stesso di quota, più che la sua entità, è il dato significativo e promettente per il futuro; indica infatti un’attrattività dell’offerta italiana presso il consumatore iraniano che ha già saputo andare oltre le chiusure artificiali che hanno caratterizzato il mercato negli ultimi anni o, per riprendere le parole di Rumi, oltre a ciò che è giusto e a ciò che è sbagliato.

 
Figura 1 -  Struttura dell'import iraniano: quote per paese fornitore nel 2005 e nel 2015 (valori percentuali)
 
 
Figura 2 - Quota italiana sulle importazioni dell'Iran dal mondo per settore (valori percentuali)
 

[1] L’articolo prende spunto da una recente ricerca di Prometeia sulle opportunità per le imprese italiane sul mercato iraniano presentata nell’ambito del seminario La nuova era nelle relazioni commerciali tra Italia e Iran organizzato dall’International Chamber of Commerce.  [2] Tra le criticità permangono per esempio le difficoltà nelle transazioni regolate in dollari che coinvolgono intermediari o filiali in territorio americano. Numerose banche europee continuano infatti a mostrarsi prudenti nella concessione di strumenti di credito commerciale per non incorrere nelle cosiddette sanzioni primarie ancora in vigore da parte degli Stati Uniti verso l’Iran.
[3] Queste previsioni utilizzano il modello MOPICE per il commercio estero, attraverso cui Prometeia dispone di previsioni puntuali sull’evoluzione dell’import mondiale per 72 paesi e 124 settori.