La Grande Incertezza a breve termine penalizza le quotazioni azionarie UEM. Soprattutto delle banche

9 novembre 2020

Ugo Speculato

Anche prima delle recenti nuove tensioni, i prezzi azionari nell’UEM non avevano recuperato i livelli pre-COVID. Ciò vale in particolare per le banche, penalizzate dalle incertezze sulle prospettive di più breve termine

 

Dalla seconda metà di marzo è iniziato un trend positivo sui mercati azionari grazie alle misure messe in campo dalle autorità fiscali e monetarie di tutto il mondo. Gli interventi non solo sono stati di entità senza precedenti ma, a differenza della crisi precedente, più tempestivi: al continuo sostegno della politica monetaria si è infatti aggiunto lo stimolo fiscale, per adesso di portata superiore negli Usa, in attesa dei fondi europei (in particolare del Next Generation EU). Una tempistica che ha contribuito a ridurre l’avversione al rischio dai massimi raggiunti poco dopo lo scoppio in Occidente della crisi COVID-19, con un trend che si è consolidato con la progressiva rimozione del lockdown e i primi segnali di ripresa economica. Così, dopo uno dei peggiori sell-off della storia c’è stato un altrettanto repentino recupero delle quotazioni azionarie, più marcato di quanto osservato dopo la crisi Lehman del 2008.

Nonostante il recupero, le quotazioni azionarie dell’Eurozona, a differenza di quelle americane, non sono tornate però ai livelli pre-crisi, con perdite da inizio anno che, complici anche i rinnovati timori per il peggioramento della pandemia, sono intorno al 10% per l’indice aggregato e del 16% per quello italiano. Le prospettive per i mercati azionari sono tuttavia ancora moderatamente positive – sostenute dalle ipotesi di rimbalzo dell’attività economica e da politiche monetarie espansive sempre più a lungo, in un contesto di quotazioni storicamente compresse.

Cosa giustifica il minore vigore dei mercati europei? Adottando un approccio della Bank of International Settlements, dall’analisi Prometeia emerge che le quotazioni dell’area euro sono tenute basse dalla debolezza delle prospettive degli operatori sulla redditività di più breve termine, implicite nei prezzi dei dividend futures. La componente di breve dell’indice ha infatti contribuito al crollo di febbraio-marzo, mentre il successivo recupero è stato debole ed effimero, con un nuovo deterioramento durante i mesi estivi.

Estendendo l’analisi al settore bancario emerge che dopo lo scoppio della pandemia non solo le prospettive di breve termine si sono deteriorate in misura decisamente maggiore, ma anche che queste non sono migliorate – anzi, recentemente sono ulteriormente peggiorate – contribuendo a mantenere l’indice bancario UEM su livelli non lontani dai minimi dello scorso marzo, oltre il 40% in meno da inizio anno (Fig. 1).

 
Fig. 1: Scomposizione degli indici azionari UEM
Fonte: Refinitiv, elaborazioni Prometeia; dati al 5/11/20. Nota: componente di breve termine calcolata in base ai prezzi dei dividend futures 2020-2024; componente di lungo termine calcolata come residuo rispetto al prezzo dell’indice.
 

Il deterioramento delle aspettative degli investitori sulla capacità delle banche di creare profitto è visibile soprattutto nei livelli del Price/Book Value, sceso sotto 0.4 da 0.6 di inizio anno. A questo riguardo qualche segnale positivo per gli istituti italiani comunque emerge: gli intermediari di casa nostra hanno avuto un andamento relativamente migliore rispetto alle altre banche dell’area – anche per gli effetti positivi del calo dello spread BTP-Bund (ora sotto i 130 punti base) – e dall’inizio del secondo semestre 2020 stanno mantenendo un Price/Book Value più alto, anche se di poco (Fig. 2).

 
Fig. 2: Price/Book Value del settore bancario UEM
Fonte: Refinitiv, elaborazioni Prometeia; dati al 5/11/20. Nota: Campione composto da 39 banche vigilate (di cui 8 italiane) al 2020, aggregate in base al numero di azioni in circolazione (corretto per gli eventi di capitale); UBI esclusa dal 30/9/20 per de-listing dopo la fusione con Intesa-Sanpaolo.
 

Gli investitori si aspettano una ripresa difficile per la redditività delle banche. Le banche hanno affrontato la crisi pandemica da una posizione patrimoniale molto più solida rispetto al passato. Tuttavia, sebbene le trimestrali siano state migliori delle attese anche nel terzo trimestre, gli investitori sono preoccupati dalla possibilità che gli accantonamenti fatti finora non siano sufficienti a coprire la futura emersione di Npl. In aggiunta, una curva dei rendimenti piatta ancora per molto tempo penalizza la redditività prospettica di tutto il settore: se fino a qualche tempo fa c’era l’attesa di una seppure contenuta risalita dei tassi, con la crisi COVID è aumentato il rischio di disinflazione per i prossimi anni e questa prospettiva si è allontanata ancora di più.

Gli operatori sembrano prezzare lo scenario peggiore per il sistema bancario. A corollario, pertanto, ogni segnale meno negativo delle attese potrebbe contribuire a una ripresa delle valutazioni di settore.

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