Green stocks alla prova della crisi da Covid-19

10 giugno 2020

Luca D’Amico, Alessio Iacopino, Lorenzo Prosperi

La recente fase di vendite sperimentata sui mercati finanziari ha evidenziato la maggiore resilienza dei prodotti ESG, confermata anche dai dati di raccolta netta dei fondi comuni collocati agli investitori italiani. In Europa le performance azionarie aggiustate per il rischio delle società “green” sono state superiori rispetto a quelle delle società “brown” dal 2006 ad oggi, e le prime hanno avuto una performance migliore soprattutto nelle fasi di stress garantendo agli investitori una maggiore protezione del valore dei portafogli

 

La pandemia di Covid-19 ha costretto le principali economie mondiali a imporre un mix di distanziamento sociale e lockdown dell’attività economica, generando pesanti conseguenze negative sul sistema economico-finanziario. Come già segnalato in un precedente articolo, la fase di sell-off sui mercati finanziari che si è verificata allo scoppiare dell’emergenza sanitaria è stata ancora più intensa, in termini di velocità, di quanto sperimentato durante la grande crisi finanziaria del 2007-2009.

Le perdite sono state generalizzate per tutte le asset class, inclusi alcuni beni rifugio, e hanno riportato la correlazione fra equity e bond su valori positivi. Tuttavia, alcuni strumenti finanziari sono risultati più resilienti di altri, permettendo di contenere le perdite e offrire protezione agli investitori. 

In particolare, la raccolta netta dei fondi comuni ESG collocati agli investitori italiani è stata positiva durante la crisi Covid in Italia, e più in generale, in Europa e nel mondo, con flussi che non hanno subito grosse cadute nel I trimestre 2020. Sul mercato italiano (Fig.1) le tendenze in atto evidenziano maggiore capacità di tenuta di questi prodotti durante le fasi di turbolenza dei mercati, come accaduto durante l’ultimo trimestre 2018 e nel I trimestre 2019, quando sono stati gli unici positivi.  In particolare, questa caratteristica è evidente per i prodotti azionari: i fondi classificati ESG hanno evidenziato flussi positivi anche nel I trimestre dell’anno (1.4 miliardi di euro).

 
Fig. 1: Raccolta netta dei fondi comuni azionari collocati a investitori italiani (€ mld)
ESG label: fondi classificati da Assogestioni e contenenti la label ESG, Environmental, Social, Govenrance, SRI, Social Responsable, Green)
 
Fig. 2: Green Risk Factor e Market Risk Premium
Fasi di correzione (da sx. a dx.): Grande Crisi Finanziaria (2007-09), Crisi Debito Sovrano (2011), Crisi Emergenti (2015-16), Rischio recessione (2018) e Covid-19 (2020).
 

Ci concentriamo in questa analisi su specifici investimenti ESG, le azioni di società “green”. L’investimento in società più sensibili ai temi ambientali dovrebbe consentire agli investitori di godere di una maggiore protezione da potenziali rischi che diventerebbero più tangibili in uno scenario di surriscaldamento globale e/o di transizione, ossia dovuti alle eventuali risposte di policy per ridurre i rischi fisici [1]. Ma come sembrano suggerire i dati della raccolta, questa classe di investimenti sembrerebbe proteggere in misura maggiore il valore del portafoglio degli investitori anche durante le fasi di elevata volatilità nei mercati finanziari, non necessariamente legate a fattori climatici. 

Per studiare questo fenomeno e verificare l’effettiva protezione offerta dagli strumenti Green in fasi di stress Prometeia ha effettuato un’analisi sui titoli azionari europei inclusi nello STOXX Europe Total Market Index, fra gennaio 2006 e marzo 2020 sulla scorta di un recente paper del Joint Research Centre della Commissione europea [2]. Per ciascuna società dell’indice, sono state identificate come società Green quelle che si contraddistinguono per bassi livelli di emissioni in rapporto al fatturato e un’elevata attenzione ai temi ambientali nella Governance della società, misurato da un Environmental Score [3] (fonte Refinitiv). Pertanto per costruzione queste società dovrebbero garantire maggiore protezione del valore dell’investimento in presenza di rischi climatici. Per confronto, è stato costruito un portafoglio Brown, costituito da tutte le società dell’indice appartenenti a settori più inquinanti [4] e che presentano livelli contenuti dello score. 

Il primo aspetto rilevante è che, nell’orizzonte di analisi, il rendimento medio del portafoglio Brown è superiore al portafoglio Green, mentre la deviazione standard dei rendimenti di quest’ultimo è molto inferiore rispetto al portafoglio Brown. Questo porta a considerare il portafoglio Green migliore in termini di sharpe ratio. 

Inoltre, la definizione di queste due tipologie di portafogli ha permesso di creare un Green Risk Factor, un fattore di rischio legato ai temi ambientali, calcolato come la differenza fra i rendimenti dei portafogli Green e Brown. Valori positivi di questo fattore indicano fasi di mercato in cui le società Green hanno avuto una performance migliore delle società Brown. Nella figura 2 si osserva che l’andamento di questo fattore di rischio è correlato in modo negativo con il rischio di mercato [5], in particolar modo nelle fasi di maggiore turbolenza per i mercati finanziari. Questo indica che i titoli delle società più attente all’impatto ambientale del proprio ciclo produttivo offrono davvero una maggiore protezione del capitale in caso di shock sul mercato.

 
Fig. 3: Beta rendimento portafogli Green e Brown
Fonte: Refinitiv, Fama & French https://mba.tuck.dartmouth.edu/pages/faculty/ken.french/data_library.html elaborazioni Prometeia; dati mar-20, Beta MRP significativi all’1%.
 
Fig. 4: Herfindahl Index Settoriale per portafoglio
Fonte: Refinitiv, elaborazioni Prometeia; dati a mar-20.
 

L’evidenza della tenuta dei titoli Green può essere spiegata dal fatto che la strategia di portafoglio che mira a identificare le società top performer per attenzione all’ambiente tenderebbe a selezionare aziende appartenenti a settori meno ciclici e/o a costruire un portafoglio più diversificato rispetto al mercato. Tuttavia, come si nota nella figura 4, un’analisi più approfondita sul livello di concentrazione all’interno dei tre portafogli (Green, Brown e mercato) sembra indicare che 1) il portafoglio Brown è molto concentrato, poiché esposto per costruzione a pochi settori 2) il portafoglio Green, seppure in misura inferiore al Brown, è meno diversificato del mercato. La maggiore resilienza del portafoglio Green è quindi da ricondurre principalmente a uno stock picking implicito di società più difensive piuttosto che a una tendenza a costruire un portafoglio più diversificato rispetto al mercato.

In sintesi, i titoli Green, di società più attente all’impatto ambientale del proprio ciclo produttivo, si sono rivelati più resilienti nelle fasi di turbolenza nei mercati finanziari. Hanno mostrato una minore correlazione con l’andamento del mercato e volatilità dei rendimenti più contenute, generando così rendimenti aggiustati per il rischio maggiori. Gli investimenti azionari Green sembrano quindi offrire un duplice vantaggio per gli investitori, offrendo maggiore protezione, sia con il consolidarsi dei rischi climatici avversi, che nelle situazioni di elevata volatilità nei mercati finanziari. Gli investitori sembrano premiare queste caratteristiche già da tempo come evidente dal fatto che la raccolta netta negli ultimi due anni è stata sempre positiva, anche quando gli altri fondi hanno incontrato delle difficoltà.

 
[1] Si veda Bolton, Patrick, et al. "The green swan." (2020) per una descrizione dei rischi fisici e di transizione
[2] Alessi L., Ossola E. and Panzica R., The Greenium matters: greenhouse gas emissions, environmental disclosures, and stock prices. European Commission – Joint Research Centre, Working Papers in Economics and Finance, 2019/12.
[3] Environment Pillar Score di una società misurato in base alle informazioni ambientali riportate dalla società e agli score in altre categorie ambientali monitorate da Refinitiv.
[4] Come proposto in Alessi et al. (2019), settori responsabili dell’85% delle emissioni totali di GHG nell’UE fra il 2008 e il 2017.
[5] Definito come differenza tra rendimento dell’indice azionario Europeo e il tasso risk free, fonte Fama&French
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