L’export italiano alla prova del passaggio generazionale

L’export italiano alla prova del passaggio generazionale

30 ottobre 2017

claudio.colacurcio@prometeia.com

La sostituzione nella classe dirigente consentirà di tenere il passo di un mondo dove il potere decisionale e d’acquisto si sposterà dai padri ai figli

 

L’età media degli imprenditori italiani è la più elevata in Europa. Una recente edizione del Rapporto Analisi dei Settori Industriali mostra che oltre il 12% dei business man ha più di 64 anni, più del doppio della Germania (9,1%), più di quattro volte della Francia (4,5%). La sostanza non cambia guardando a tutta la classe manageriale nelle imprese (incluse quindi anche le figure apicali dipendenti), che, secondo Eurostat, è composta in Italia per il 7,3% da over 64enni, mentre in Germania lo stesso indicatore supera il 4% e in Francia è sotto il 2%. 

Anche per queste ragioni il passaggio generazionale dentro le imprese e l’evoluzione di un mercato dei capitali in grado di fluidificare questo processo risultano tra i temi chiave per il futuro dell’industria italiana. Garantire una sostituzione nella classe dirigente e nelle responsabilità tra generazioni non è solo naturale all’interno di una società moderna, ma può diventare nei prossimi anni uno strumento per tenere il passo di un mondo dove il potere decisionale e d’acquisto si sposterà dai padri ai figli. Guardando a quelli che sono oggi i primi 20 mercati di export per l’Italia più della metà dei loro consumatori nei prossimi dieci anni appartiene a coorti generazionali ben definite: Millenials, Postmillenials e Generazione X [1]. 

 
Scenario a 10 anni: millenials, post millenials e generazione X nei primi 20 mercati d’esportazione italiani (in % della popolazione complessiva) 
Fonte: Nazioni Unite
 

Le statistiche di demografia e consumo per i mercati internazionali disponibili in Prometeia MIO mostrano per esempio come la crescita del made in Italy negli Stati Uniti passerà attraverso la conquista di chi probabilmente non ha mai visto Roma negli occhi di Audrey Hepburn e la sua dolce vita, ma conosce l’Italia dai post e dalle storie raccolte on line. Considerazioni simili valgono per mercati lontani come Cina (72%), Giappone (55%), Corea (66%), ma anche per i più prossimi paesi europei (in Germania e Francia tra il 57 e il 62%). 

È chiaro che l’età è solo una proxy e dietro a queste categorizzazioni ci sono attitudini e comportamenti d’acquisto caratterizzanti e per certi versi trasversali ai diversi mercati. Al di là degli aspetti anagrafici (una parte della generazione X è ormai prossima o supera i 50 anni, ben oltre quella che una volta si definiva eufemisticamente mezza età), sono infatti gli stili di vita, i valori e gli strumenti di scelta a qualificare la forma mentis dei consumatori di domani. Dalla condivisione di spazi e utilizzi, alla sensibilità verso ambiente e benessere, dall’impiego di tecnologie per le scelte alla vocazione social per la loro piena valorizzazione sono tutti elementi che muoveranno le loro preferenze non solo come consumatori, ma anche per esempio come buyer industriali. Alle imprese italiane spetta oggi la sfida di intercettare per tempo queste novità, in un passaggio generazionale della domanda che potrà rendere quindi più dolce, e opportuno, anche quello dell’offerta. 

 

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