Per l’export Made in Italy è emergenza emergenti

24 febbraio 2016 

andrea.dossena@prometeia.com

Le tante crisi che interessano i paesi emergenti stanno colpendo l’export italiano in misura significativa, sia per un’eccessiva specializzazione verso i beni d’investimento, la componente di domanda più penalizzata in questa fase, sia per un’offerta del Made in Italy qualitativamente non orientata alla composizione dei consumi.[1]

Il 2015 potrebbe passare alla storia come l’anno in cui il canale estero ha perso il ruolo di traino per la crescita dell’industria italiana. Un effetto legato alla forte espansione delle importazioni. Di fatto però, stanti le prospettive per il 2016, si apre una parentesi nella lunga fase in cui solo le imprese in grado di misurarsi sui mercati internazionali erano capaci di cogliere opportunità di sviluppo in tempi di crisi.

Dopo un biennio di ritrovata competitività internazionale per l’industria italiana, nell’anno appena concluso il ritmo di crescita del valore delle esportazioni è risultato inferiore sia alla dinamica complessiva del commercio mondiale che, soprattutto, a quella dei principali concorrenti europei. Se problemi strutturali di specializzazione settoriale e orientamento geografico dell’export italiano spiegano in gran parte i risultati non esaltanti su scala globale (basti pensare al contributo rilevante dato alla crescita del commercio mondiale dall’elettronica e dalle importazioni asiatiche), gli stessi fattori non sembrano poter giustificare il ritardo verso i competitor europei, dato un posizionamento commerciale che sembrerebbe favorire le aziende italiane (Fig. 1).

 
Fig. 1 Peso % su export dei maggiori concorrenti europei dei 5 importatori e settori più dinamici nel commercio mondiale 2014
Fonte: elaborazioni Prometeia su dati GTI e Eurostat
 

Altri sono gli elementi di debolezza: una specializzazione settoriale ancora fortemente legata agli investimenti, specie nei paesi emergenti più in crisi, penalizzati dal crollo dei prezzi delle commodity; le caratteristiche qualitative del Made in Italy tradizionale, che ancora non riesce ad affermarsi nei nuovi mercati, dove a ottenere i maggiori successi sono i beni di lusso e quelli a prezzo più contenuto. Nella moda, ad esempio, il lusso francese e il fast fashion spagnolo hanno una posizione competitiva molto migliore dei nostri prodotti (Fig. 2).

Dopo aver riqualificato la propria offerta di base per sfuggire alla competizione di prezzo dei nuovi produttori emergenti, dopo aver diversificato gli sbocchi commerciali per intercettare nuove fonti di domanda, la polarizzazione dei gusti e della spesa nei mercati mondiali appare la nuova sfida strategica per l’industria italiana. Amplificata nell’immediato futuro dalle tensioni, finanziarie e sulle commodity, che interessano gran parte delle economie emergenti, influenzandone modelli e intensità di sviluppo.

Solo fino a pochi anni fa il nuovo traino della domanda mondiale sembrava lo sviluppo della middle class globale, verso la quale l’Italia aveva orientato gran parte della produzione per i mercati internazionali. Adesso questo modello viene messo in ombra. E’ sempre più concreto invece il rischio di una crescita polarizzata, più intensa nelle fasce di prezzo più basse, da cui l’offerta italiana si è ritirata, e guidata dal controllo dei canali distributivi, da cui l’Italia è sostanzialmente assente, e al contempo nelle fasce di lusso, dove l’Italia partecipa soprattutto come fornitore di know how manifatturiero per altri paesi (emblematico il caso dei grandi marchi di moda francesi). 

 
Fig. 2 Esportazioni di prodotti moda verso i mercati extra UE (var. % tendenziale gen-ott 2015, Euro correnti)
Fonte: elaborazioni Prometeia su dati Eurostat

[1] L’analisi qui riportata costituisce un estratto dell’ultima edizione di Analisi dei Settori Industriali, febbraio 2016, a cura di Prometeia e Intesa Sanpaolo.

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