Effetto Trump sul Made in Italy: quando, cosa, dove…se

02 dicembre 2016

claudio.colacurcio@prometeia.com, alessandra.lanza@prometeia.com

Tra ritorno al protezionismo e dollaro forte, lo scenario per l’export italiano verso e in competizione con gli USA è rapidamente mutato. A vantaggio di chi?

Alla luce dei forti argomenti di politica economica e internazionale usati in campagna elettorale, la nomina di Donald Trump a prossimo presidente degli Stati Uniti pone diversi interrogativi sugli effetti del voto americano per l’economia globale. Inoltre, con 35 miliardi di euro importati nel 2015, gli USA rappresentano per l’Italia il terzo mercato di destinazione (il primo extra-europeo). L’attenzione è quindi anche sui riflessi commerciali del nuovo equilibrio politico, soprattutto considerando che si tratta di un mercato che negli ultimi anni ha visto sempre più interesse da parte delle imprese italiane (il suo peso sull’export nazionale è passato dal 6,2% al 9,2% tra il 2010 e il 2015) e del sistema di sostegno pubblico all’internazionalizzazione, attraverso le iniziative dedicate del Piano Straordinario per il Made in Italy e della promozione ordinaria.

 
Fig. 1: Export Italia negli Stati Uniti, mln € 2015
Fig. 2: Export Italia 2016 var. % tendenziale in € (Gen-Set)
 
Fonte: elaborazioni Prometeia su dati FIPICE
 
 

Difficilmente una politica commerciale anni Ottanta e pre-WTO (“Make America great again” la citazione reaganiana utilizzata da Trump) appare compatibile con l’attuale sistema di regole multilaterali di cui gli Stati Uniti stessi sono oggi garanti [1]. Riportare ad esempio le tariffe doganali a livelli pre-anni Novanta (nella simulazione, il 1989) avrebbe certamente un costo per le imprese straniere. Per quelle italiane la stima è di oltre 756 milioni di euro, il 2% degli attuali valori esportati verso gli Stati Uniti, con particolare penalizzazione per i settori del Made in Italy (dove i dazi sono storicamente più rilevanti) e della Meccanica (primo settore d’interscambio). Si tratta tuttavia di un’ipotesi che, per quanto tecnicamente possibile, equivarrebbe però a un vero e proprio rifiuto delle istituzioni e relazioni multilaterali in essere. In un sistema democratico e di bilanciamento dei poteri come gli Stati Uniti, questa azione non potrebbe certamente passare per l’iniziativa di un singolo: le sue conseguenze andrebbero ben oltre la maggior “vischiosità” dei rapporti commerciali.

 
Fig. 3: Maggiori dazi a carico delle imprese italiane in caso di un ritorno alle tariffe pre-anni Novanta, valori in migliaia di euro
Fonte: elaborazioni Prometeia su dati NBER, WTO e FIPICE
 

E’ quindi più probabile che l’idea di una politica “muscolare” da parte della nuova Amministrazione passi attraverso iniziative per lo più interne (spesa pubblica, immigrazione e dollaro forte), il cui riflesso sugli scambi internazionali sarà per certi versi indiretto, peraltro non necessariamente sfavorevole agli esportatori italiani, almeno nel breve. Se nel lungo periodo la politica di aumento porterà a nuovi squilibri macroeconomici (i twin deficit sono in fondo un déjà vu per le Amministrazioni repubblicane), nell’immediato una politica economica espansiva è destinata a rafforzare la domanda interna, offrendo occasioni di fornitura alle imprese internazionali (beni di consumo per quello che riguarda la detassazione sulle persone fisiche, beni d’investimento per i progetti infrastrutturali).

Certamente alcune intonazioni protezionistiche potranno riguardare il Public Procurement, ma occorre considerare che già oggi questa modalità vale poco più del 15% della spesa complessiva e al suo interno l’import dall’estero copre solo il 4% (dati US Trade Commission su Government Consumption and Global Value Chains). A ribadire la già citata forza delle regole, la storia recente insegna come la clausola del “Buy American” inserita nell’American Recovery and Reinvestment Act di Obama abbia avuto vita complessa, dovendosi alla fine adeguare alle regole internazionali sottoscritte dagli Stati Uniti in ambito WTO.

Uno dei maggiori impatti sugli scambi della nuova Amministrazione deriverà perciò più probabilmente dalle conseguenze della politica americana sulle quotazioni del dollaro (da inizio novembre il cambio è passato da 1,11 agli attuali 1,06). Stime Prometeia riportano che una valuta americana vicino alla parità con l’euro per tutto il 2017 varrebbe per l’Italia, a parità di altre condizioni, un aumento di circa il 2% in termini di maggior export nel mondo, a cui però occorrerebbe sottrarre in termini di crescita un onere maggiore di circa il 5% nell’approvvigionamento in euro di materie prime e altre importazioni (esiste infatti nei modelli Prometeia per l’industria un’elasticità negativa pari a circa 0,5 tra eurodollaro e il prezzo, in dollari, del paniere di materie prime utilizzate nella manifattura italiana).

Concentrandosi sugli effetti sull’export, il guadagno potenziale può avvenire in primo luogo all’interno degli Stati Uniti stessi, ma anche in tutti i mercati internazionali dove le imprese italiane si confrontano con imprese americane o di paesi a cambio fisso sul dollaro. Andando a guardare alle oltre 6.600 combinazioni prodotto/mercato con cui Prometeia analizza il commercio mondiale, emerge che nel 15% di queste Italia e Stati Uniti sono tra i primi cinque competitor. E’ quindi ragionevole aspettarsi un miglioramento della competitività italiana in seguito a un apprezzamento del dollaro sull’euro. Dal punto di vista dei singoli comparti, quelli più interessati da una sovrapposizione dell’offerta italiana con quella statunitense sono Meccanica, Alimentare e Moda, settori di assoluta rilevanza per l’export nazionale.

 
Fig. 4 : Quota export italiano in diretta concorrenza* con imprese americane, percentuale sul totale
*Italia e Stati Uniti entrambi tra i primi 5 concorrenti sul mercato nello stesso microsettore. Fonte: elaborazioni Prometeia su dati FIPICE
 

In termini di mercati invece, la competizione tra Stati Uniti e Italia è più serrata nel continente americano e in Medio Oriente. Tra i primi 20 mercati di esportazione dell’Italia, Brasile e Canada sono i paesi dove è maggiore la quota di export tricolore in concorrenza con fornitori americani, coprendo oltre il 50% dei flussi commerciali italiani. Altri mercati a cui le imprese nazionali possono guardare con più favore in caso di peggioramento della competitività americana sono Arabia Saudita, Corea ed Emirati. In Europa invece, oltre che in Svizzera, la concorrenza con gli Stati Uniti è più serrata in Regno Unito e Russia. Su questi ultimi due mercati l’attrattività delle imprese italiane sarà influenzata, nel bene o nel male, più dalle scelte prettamente politiche dell’Amministrazione americana, che condizioneranno fortemente quei passaggi fondamentali (Brexit e superamento delle sanzioni) a cui entrambi i paesi sono chiamati nei prossimi mesi. 


[1] Per un approfondimento sul tema si rimanda a http://www.prometeia.it/atlante/trump-protezionismo