Per Draghi l’euro è irreversibile, a metterlo in discussione ci si fa male

Per Draghi l’euro è irreversibile, a metterlo in discussione ci si fa male

15 giugno 2018

Lea Zicchino

Nonostante l'annuncio della fine del QE rimane aperta l'opzione di un prolungamento

 

Un po’ prima di quanto ci si potesse aspettare, la Bce ha annunciato il termine del programma di QE alla fine di quest’anno. Gli acquisti da 30 miliardi al mese cesseranno a settembre per passare a una breve fase di tapering, 15 miliardi al mese fino a dicembre. I tassi di politica monetaria rimarranno sui livelli correnti almeno fino all’estate (luglio? settembre? Nonostante le ripetute richieste di chiarimenti in conferenza stampa, Draghi non ha dato indicazioni più precise) ed è stato confermato che il programma di reinvestimento dei titoli in scadenza sarà mantenuto fino a quando necessario. 

Draghi comunque ha tenuto a evidenziare le “opzionalità” che caratterizzano tutte le decisioni annunciate. La più importante riguarda proprio il programma di QE. Se è vero che ne è stata comunicata la fine, questa è tuttavia condizionata a una conferma, dai dati che si renderanno disponibili fino a settembre, delle prospettive di inflazione a medio termine. Inoltre i tassi rimarranno fermi almeno fino alla prossima estate (ma anche più a lungo se necessario) e il reinvestimento del capitale rimborsato sui titoli in scadenza sarà mantenuto per un periodo prolungato dopo la conclusione degli acquisti netti, fino a quando sarà ritenuto necessario per mantenere condizioni di liquidità favorevoli.

La prima opzionalità lascia quindi la porta aperta a un prolungamento del QE se qualcuno dei rischi principali per le prospettive dell’economia europea, e quindi dell’inflazione, dovesse materializzarsi: un forte deterioramento della fiducia sui mercati per gli impatti sull’economia reale delle incertezze politiche o una escalation della rappresaglia sui dazi tra Stati Uniti e resto del mondo in una vera e propria guerra commerciale.

Ma il messaggio più importante che Draghi ha voluto lanciare è stato forse alla classe politica italiana. A una domanda sul possibile impatto sull’economia del ritorno del rischio di ridenominazione di fine maggio, Draghi ha dichiarato che in realtà gli eventi politici in Italia non hanno avuto un impatto visibile. Non si è verificato un attacco all’euro – è la linea del presidente Bce – cioè non è stata messa in dubbio la tenuta della valuta attraverso la vendita simultanea di titoli di Stato di più paesi dell’area, come invece successo durante la crisi del debito sovrano nel 2011-12: le pressioni sui titoli italiani non hanno infatti avuto effetti negativi, di contagio, sugli altri paesi, se non in misura molto marginale. Si è trattato di un problema “locale”, che, in quanto tale, non può essere affrontato dalla Bce, che seguirà dunque il previsto percorso di normalizzazione monetaria. 

Draghi è stato comunque chiaro: mettere in discussione l’esistenza dell’euro, di qualcosa di irreversibile, è controproducente.

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