Dazi Usa, quanto costa l’escalation (soprattutto per Trump)

Dazi Usa, un’escalation con l’Europa tutta da evitare

23 marzo 2018

Claudio ColacurcioAlessandra Lanza

Rimane ancora latente il rischio di una guerra commerciale, dato il carattere provvisorio dell’esenzione per l'UE

 

Alla fine il prigioniero sembra aver risolto il suo dilemma e anche l’Europa potrà contare su un’esenzione temporanea dall’aumento dei dazi su acciaio e alluminio stabiliti nella Presidential Proclamation dell’8 marzo. Lo scenario degli scambi tra le due sponde dell’Atlantico sembrava infatti riproporre una situazione da “dilemma del prigioniero” per i rapporti tra Europa e Stati Uniti, dove la mancanza di collaborazione rischiava di portare all’equilibrio peggiore: una guerra commerciale tra chi con oltre 700 miliardi di euro di interscambio rappresenta il principale flusso bilaterale negli scambi mondiali. 

Quello della guerra commerciale rimane in realtà un rischio ancora latente, visto il carattere comunque provvisorio dell’esenzione, e costituisce il vero punto d’attenzione per analizzare la nuova trade policy americana. Attraverso l’iniziativa su acciaio e alluminio l’amministrazione americana identifica infatti nel commercio internazionale e nel suo squilibrio (l’import dei due prodotti valeva nel 2017 43 miliardi di euro, più del doppio di quanto esportato) una vera e propria minaccia alla sicurezza nazionale sia in termini politico-strategici (entrambi i materiali entrano pesantemente nell’industria della difesa) sia economici (in particolare sotto il profilo occupazionale dei settori coinvolti). È certamente un’interpretazione piuttosto emblematica della situazione attuale: di fronte a un evidente deficit di competitività della propria squadra in un settore (tale è in fondo il messaggio di un saldo commerciale negativo) si chiamano in causa prima le regole del gioco in senso lato (un sistema degli scambi internazionali in vigore da oltre 20 anni) e poi si accusano in modo implicito di scorrettezza, non un singolo (esistono per questo strumenti di difesa commerciale come l’antidumping), ma in contemporanea tutti i partecipanti alla gara. 

 

Limitato l'impatto potenziale dei dazi su acciaio e alluminio per l'Italia

È quindi lo spirito di questo iniziative più che le immediate, e per ora scampate, conseguenze economiche a tenere alta la tensione. Già la campagna elettorale e le precedenti iniziative di difesa commerciale (in gennaio l’aumento delle tariffe aveva riguardato le lavatrici coreane e i pannelli solari cinesi) hanno del resto evidenziato una predisposizione ad azioni unilaterali dell’amministrazione americana, mettendo a rischio quel sistema di regole e di equilibri oggi sanciti dai principi del WTO. Se l’azione protezionistica fosse limitata ai soli acciaio e alluminio, l’impatto economico sarebbe stato evidentemente piuttosto contenuto. Guardando per esempio ai flussi dell’Italia, i 71 “codici prodotto” per cui la legge modifica il profilo delle tariffe valgono poco più di 500 milioni di euro: vale a dire appena l’1.2% delle esportazioni italiani complessive verso gli Stati Uniti. Per entrambi i prodotti poi, il mercato statunitense ha già oggi un ruolo piuttosto marginale per gli esportatori italiani di acciaio e alluminio, pesando rispettivamente il 3.7% per il primo (meno dell’Algeria e comunque ottavo mercato di destinazione) e il 2.4% per il secondo (meno della Slovenia e decimo paese di destinazione).

L’innalzamento dei dazi, sebbene su livelli così significativi, non annullerebbe poi del tutto la domanda americana verso l’Italia, vista la specializzazione in nicchie di prodotto, spesso non facilmente sostituibili anche dopo un aumento repentino dei costi. Stime Prometeia mostrano nell’ambito dei beni intermedi una relazione negativa tra export e livello tariffario: all’aumentare di un punto di dazio, le esportazioni calano dell’1.6%. Fatte le relative proporzioni, la perdita per l’Italia si assesterebbe quindi su quasi 200 milioni di euro di minori esportazioni (lo 0.04% dell’export italiano nel mondo nel 2017) in caso di scarico a valle completo sui prezzi; alternativamente le imprese esportatrici dovrebbero sacrificare quasi 115 milioni di margini, assorbendo i dazi sui propri listini, al fine di mantenere il posizionamento competitivo; un strategia plausibile soprattutto se l’iniziativa tariffaria è percepita come limitata nel tempo.

 
Fig. 1 Importazioni degli Stati Uniti di alluminio e acciaio, principali fornitori (quote di mercato)
 
Dazi Usa, un’escalation con l’Europa tutta da evitare
Prometeia su dati Eurostat e Istituti Nazionali di Statistica
 
 

La Cina tra i paesi più penalizzati

Ben più colpiti dell’Italia sarebbero stati altri fornitori, alcuni già esentati insieme all’Europa (oltre a Canada e Messico si sono aggiunti Corea, Brasile e Australia), altri per cui è ancora in corso una negoziazione, ma per cui è probabile una qualche forma di tutela (Giappone). Tra i paesi penalizzati rimane invece la Cina, che oltre all’iniziativa dell’8 marzo è stata recentemente minacciata di sanzioni in altri settori ben più strategici. Per quello che riguarda l’acciaio l’impatto sarà comunque piuttosto marginale: il paese asiatico già oggi subisce strumenti ad hoc di difesa commerciale (prevalentemente nella forma di dazi antidumping) e, con una quota di appena il 4% sulle importazioni americane, avrebbe assai poco da perdere da un inasprimento generalizzato delle tariffe. 

 

Le conseguenze per gli USA

Al di là di quanti entreranno nella lista finale dei buoni e dei cattivi secondo l’amministrazione americana, un altro aspetto per valutare la nuova politica commerciale sono le conseguenze dirette e indirette sull’economia americana stessa. Oltre alla trade diversion (la modifica dei fornitori non dettata da fattori competitivi, ma da politiche discriminatorie tra gli importatori), una misura di costi e benefici deve per esempio considerare anche l’impatto sulle imprese che utilizzano i due prodotti e l’impatto sui consumatori. 

La chiusura artificiale del mercato spingerebbe, infatti, gli utilizzatori finali a rifornirsi presso fornitori con prezzi superiori, portando a un aumento dei costi lungo la filiera e a una compressione del valore aggiunto generato. Confrontando, per esempio, i prezzi medi dell’acciaio europeo con quelli americani nei prodotti interessati dal provvedimento emerge come in 48 casi su 63 il prezzo dei produttori UE sia inferiore e che quindi un’eventuale sostituzione implicherebbe necessariamente un aggravio dei costi. L’aumento non riguarderebbe solo i produttori gravati dai nuovi dazi, ma si estende a tutti. Guardando al precedente storico del 2002 (analogo innalzamento delle tariffe sull’acciaio da parte dell’Amministrazione Bush), il prezzo medio dell’acciaio sul mercato americano è cresciuto nel primo anno di oltre 3 punti rispetto a un paniere di metalli non interessati da aumenti delle tariffe. Visto il peso delle materie prime colpite nei processi produttivi, si tratterebbe di una variazione piuttosto significativa, in grado di annullare ampiamente i possibili guadagni dall’aumento della produzione interna.

Nell’industria americana dei metalli, della meccanica, dell’automotive o del packaging il peso di acciaio e alluminio vale, per esempio, tra il 30% e il 5% dei costi degli input. In termini assoluti, quindi, replicando una dinamica relativa dei prezzi analoga al precedente storico, l’impatto sui margini dei principali settori manifatturieri (o sui prezzi finali in caso di scarico a valle) varrebbe da solo di oltre 10 miliardi di dollari, più di quanto è ragionevole stimare che possa aumentare la produzione interna. Non stupisce quindi che – come riportato di recente dall’Economist – il rapporto tra aziende americane contrarie a queste misure rispetto a quelle favorevoli sarebbe di 3.000 a 1.

Anche un saldo netto positivo tra il maggiore acciaio e alluminio made in USA e gli extra-costi lungo la filiera non giustificherebbe tuttavia la deriva protezionistica da parte americana. La storia economica insegna come ogni beggar-thy-neighbour policy porti infatti con sé più rischi che opportunità per tutti i paesi coinvolti, compresi gli stessi Stati Uniti. In particolare, le ultime settimane hanno messo in luce come le nuove misure protezionistiche possono facilmente fare da innesco a una vera e propria guerra commerciale di Washington con i suoi partner, rappresentando così una minaccia per la crescita economica globale.

 

I rischi di un'escalation

Il tit for tat vissuto con l’Europa in queste settimane è piuttosto rappresentativo della possibile escalation [1]. Dall’annuncio delle misure su alluminio e acciaio l’Unione Europea ha infatti predisposto una lista di prodotti made in USA di valore simile a quanto messo a rischio dalle nuove tariffe americane [2]. Secondo la prassi delle controversie commerciali, la lista copriva gli stessi settori colpiti dalle misure protezionistiche più altri beni specifici ritenuti particolarmente efficaci nel mettere pressione all’amministrazione americana (tra questi alcuni altamente simbolici dello stile di vita USA o collegati a specifiche lobby e territori). 

Gli Stati Uniti hanno successivamente risposto individuando nelle auto europee l’eventuale bersaglio in caso di contromisure da parte dell’UE. Non è difficile immaginare quale sarebbe stata la reazione di Bruxelles a questa, ben più rilevante, chiusura del mercato (pari a 27 miliardi dall’UE, 3 dall’Italia per le sole auto). In particolare è possibile organizzare una risposta simile, bloccando sia l’import di auto dagli Stati Uniti sia alcuni dei comparti di specializzazione dei principali swinging states (Florida, Pennsylvania, Ohio).

Fig. 2 Dimensione dell’interscambio coinvolto in caso di guerra commerciale USA-UE (valore in miliardi di euro) 
Dazi Usa, un’escalation con l’Europa tutta da evitare
Prometeia su dati Eurostat e Istituti Nazionali di Statistica
1. Stessi codici acciaio e alluminio + prodotti evocativi tra cui jeans, bourbon, burro d'arachidi, motociclette, cosmesi, mais e frumento
2. Auto USA + soia e altri prodotti agricoli + principali prodotti di specializzazione Florida, Ohio, Pennsylvania 
 

Si tratta come anticipato del tipico dilemma del prigioniero, lo schema d’analisi in cui l’assenza di dialogo tra due soggetti porta a un risultato peggiore di quello che si avrebbe attraverso una loro cooperazione.

La figura 3 riporta i possibili payoff in termini economici di quelle che sarebbero le conseguenze di una possibile guerra commerciale tra Europa e Stati Uniti. Regole condivise secondo il principio MFN del WTO (situazione corrente con dazi nulli o marginali) non implicano alcun cambiamento e hanno un payoff neutrale pari a zero per entrambi i blocchi.

 
Fig. 3 I rapporti commerciali tra Stati Uniti e Unione Europea: possibili payoff (delta export e produzione in miliardi di euro)
Dazi Usa, quanto costa l’escalation (soprattutto per Trump)
Prometeia su dati Eurostat e Istituti Nazionali di Statistica
N: non protegge; P: protegge
 

Il secondo (in alto a destra) e il terzo quadrante (in basso a sinistra) descrivono invece la situazione in cui Stati Uniti ed Europa decidono unilateralmente di innalzare le barriere commerciali, senza però subire reazioni dalla controparte. Nello specifico, il secondo quadrante descrive i payoff della messa a regime dell’imposizione unilaterale di dazi americani. Secondo le stime di un modello econometrico che lega il livello delle tariffe alle quantità esportate negli Stati Uniti, l’innalzamento dei dazi americani si tradurrebbe per l’Unione Europea in un calo di 2.1 miliardi dell’export di acciaio e alluminio (un terzo circa dei livelli attuali) [3]. Contemporaneamente gli Stati Uniti mostrerebbero un aumento di 1.9 miliardi, grazie soprattutto alla maggior produzione domestica. I due numeri (la perdita per chi subisce la discriminazione e il guadagno per chi impone il dazio) differiscono perché non tutto lo spazio competitivo lasciato libero dall’Europa sarebbe coperto da produttori americani (Canada e Messico, esenti da dazi, ne prenderebbero infatti una parte). Se invece fosse l’Europa ad imporre per prima dazi unilateralmente sui prodotti precedentemente citati gli Stati Uniti perderebbero 3,3 miliardi di export e l’Europa ne guadagnerebbe 2,9.

Oltre a mettere in evidenza il gioco a somma negativa del protezionismo (il guadagno di chi offende è comunque inferiore alla perdita di chi subisce la discriminazione), nessuno dei due quadranti intermedi rappresenta il risultato più probabile. In assenza di collaborazione sia gli Stati Uniti sia l’Europa hanno infatti l’incentivo a imporre dazi dando il via di fatto alla guerra commerciale e all’allargamento (dall’acciaio, al burro di arachidi, alle auto, etc.) dei prodotti gravati da dazi. È questo lo scenario descritto nel quarto quadrante, per ora scongiurato, dove le reciproche chiusure del mercato portano a una perdita netta per entrambi i partecipanti. Quello della guerra commerciale è in sintesi l’equilibrio peggiore anche per quei lavoratori americani che la stretta protezionistica dell’8 marzo avrebbe voluto tutelare. Vista dall’Europa tra la perdita di 4.4 miliardi e il guadagno di oltre 20 miliardi di maggiori esportazioni se il TTIP (l’accordo di libero scambio tra le due sponde dell’Atlantico) fosse giunto a compimento, c’è tutta la differenza di come una politica commerciale può contribuire allo sviluppo. Esula poi dalle finalità di questo articolo, ma rimane doveroso ricordare come spesso il commercio tra paesi non sia solo un gioco a somma positiva in termini di reciproca crescita. La storia dimostra come sia sempre stato un presupposto per garantire, grazie alla condivisione di interessi comuni, relazioni stabili e un dialogo aperto tra paesi anche molto diversi e distanti tra loro. Un ritorno generalizzato al protezionismo andrebbe quindi a minare non solo la ricchezza, ma il dialogo e la pace tra i paesi del mondo. 

Allo stesso tempo, l’esenzione dell’Europa dai nuovi dazi non rende meno urgente una riflessione su dove nascono l’attuale disagio e strumentalizzazione intorno al libero scambio. Ogni politica commerciale, per quanto improntata alla rimozione di barriere e alla creazione di crescita e benessere per le nazioni coinvolte, non è tuttavia neutrale, soprattutto nel breve periodo. Sistemi di redistribuzione e soprattutto di formazione permanente intra-stato non sono solo un utile strumento per rendere efficaci i trattati di libero scambio, ma oggi una necessità non derogabile per permettere al libero commercio di dispiegare completamente i propri effetti positivi, senza penalizzare quanti rimangono ai margini dei percorsi di globalizzazione e anzi massimizzando e distribuendo i surplus del libero commercio. Protezione senza protezionismo.

 
 
[1]  La minaccia di contromisure ha storicamente fatto da deterrente proprio nei rapporti commerciali tra Europa e Stati Uniti ed ha contribuito per esempio a ritirare dopo un anno il già citato aumento dei dazi del 2002.
[2] Per il dettaglio si rimanda a http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2018/march/tradoc_156648.pdf
[3] Gli importi sono differenti per il diverso livello di import penetration tra paesi e prodotti coinvolti.

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