Usa v Cina: si vis pacem, para bellum

Usa vs Cina: si vis pacem, para bellum

24 maggio 2018

Claudio ColacurcioAlessandra Lanza

Dopo mesi sull’orlo del baratro di una guerra commerciale, gli animi sembrerebbero essersi rasserenati

 

Tra roboanti annunci e minacce di contromisure, la spada di Damocle di una escalation tra le due superpotenze ha aleggiato per diverse settimane sul destino degli scambi globali e quindi anche su quello dell’economia mondiale. Del resto, quello tra Stati Uniti e Cina è oggi il secondo più grande flusso d’interscambio bilaterale tra paesi, un valore (ovviamente sbilanciato verso Pechino) di quasi 700 miliardi di dollari nel 2017. Di poco superiore è quello tra Stati Uniti e Ue (analogamente sbilanciato in favore della seconda), anch’esso peraltro coinvolto da tensioni commerciali nei mesi recenti.  

Confrontando il quadro di oggi (il 20 maggio il segretario al Tesoro americano e il vice premier cinese annunciavano a poche ore di distanza una rinnovata collaborazione tra i due paesi, congelando l’aumento dei dazi, ma le schermaglie potrebbero sempre riprendere) e quello immaginabile a inizio marzo (notizia dei primi dazi su acciaio e alluminio), la tentazione sarebbe di liquidare questo periodo come “troppo rumore per nulla”. Sarebbe tuttavia superficiale: l’impressione è che le settimane di tensione lasceranno comunque un segno negli equilibri globali, ponendo le basi per un ribilanciamento delle forze in gioco.

Con il solo effetto annuncio e la gestione della crisi la presidenza americana sembra infatti aver guadagnato posizioni su almeno quattro fronti fondamentali per Washington: il consenso interno, lo squilibrio commerciale, la leadership tecnologica verso la Cina e quella geopolitica verso l’Europa. Analizzandoli uno ad uno, è possibile cogliere come un atteggiamento muscolare sugli scambi possa contribuire favorevolmente allo scenario americano.

 

Gli Usa acquisiscono un vantaggio sul fronte commerciale

Il fronte interno, per esempio, ha visto compattarsi intorno alla presidenza settori e gruppi di interesse che, a torto o a ragione, ritengono di aver sopportato un costo iniquo dalla globalizzazione. I costi della globalizzazione sono un fenomeno reale che qualsiasi amministrazione dovrebbe affrontare con strumenti interni e non ricorrendo a politiche commerciali restrittive, pur perseguite in questo caso utilizzando un sistema di “moral suasion” atipico e muscolare. 

L’idea di arginare l’ascesa della Cina e la connessa perdita di occupazione interna sono stati temi politicamente premianti, fondamentali visto l’approssimarsi delle elezioni di midterm di novembre e i risultati poco brillanti dell’amministrazione su altri fronti. In realtà l’impatto occupazionale che sarebbe derivato dall’imposizione dei dazi su acciaio e alluminio sarebbe stato pressoché nullo sul territorio americano: la retorica è semplicemente servita ad aumentare il consenso, ma ha contestualmente prodotto il lodevole risultato di ricomporre i rapporti commerciali con la Cina su un terreno di gioco più equo e a maggior valore.

Molto evidente è, infatti, il vantaggio acquisito sul fronte commerciale. A seguito delle minacce protezionistiche, la Cina (cui possono ascriversi 400 dei quasi 900 miliardi di deficit commerciale americano) si è pubblicamente impegnata a ridurre il proprio squilibrio tra esportazioni e importazioni, aumentando nello specifico gli acquisti di merci e servizi made in Usa. Oltre a dichiarazioni formali di principio, la Cina ha inoltre nell’immediato rimosso il dazio antidumping sul sorgo Usa e ridotto le tariffe sull’import di auto (il secondo prodotto di esportazione americana nel paese, dopo la soia).

Forse più sottile, ma in fondo altamente strategico per la posizione degli Stati Uniti nel medio termine, aver inoltre fatto passare su scala internazionale il messaggio che uno sbilanciamento tra import ed export non sia principalmente un problema di competitività interna, ma il risultato di qualche generica ingiustizia che giustifica un cambio delle regole commerciali. Un concetto tutt’altro che scontato, per certi versi senza alcun razionale economico, ma che garantisce agli Stati Uniti (detentori del più grande deficit commerciale su scala globale) una prerogativa negoziale positiva ai prossimi tavoli multilaterali.

 
Usa v Cina: si vis pacem, para bellum
 
 

Il fronte tecnologico e quello geopolitico

Meno reclamizzato, ma probabilmente di maggior impatto, è stato il successo sul fronte tecnologico, con l’impegno da parte di Pechino per un mutuo riconoscimento della tutela della proprietà intellettuale e una maggior correttezza e trasparenza sul fronte della collaborazione industriale. Se il dualismo con la Cina preoccupa nell’immediato in ambito commerciale, è infatti sul piano tecnologico che il confronto diventa una sfida di lungo periodo. Guardando agli ultimi 20 anni e alle tecnologie 4.0, gli Stati Uniti sono infatti il leader indiscusso su scala globale, con quasi il 75% dei brevetti (l’Europa è al 15%, Giappone, Cina e Corea tra il 2 e il 5%). Ben più precaria appare però questa leadership osservando l’evoluzione temporale dell’innovazione. Negli ultimi dieci anni la crescita di brevetti cinesi è stata più che doppia rispetto a quella americana e la sua specializzazione è oggi focalizzata su tecnologie (Big Data, IoT, Cloud Computing) destinate a segnare la frontiera tecnologica dei prossimi lustri. Una maggior collaborazione con la Cina su questi aspetti rappresenta quindi da parte degli Stati Uniti un presupposto per mantenersi al centro, riuscendo a beneficiare di un rinnovato vantaggio competitivo negli scenari tecnologici futuri. 

Discorso simile per la leadership geopolitica. Il “dialogo” sul commercio è stata infatti l’occasione per riportarsi al centro del dibattito internazionale, consolidando alleanze su alcuni dei temi più strategici, dalla questione della Corea del Nord a quella dell’Iran. La pace commerciale con la Cina prelude ad un altrettanto fondamentale “dialogo” con l’Europa che dovrà trovare una voce unica, forte e sicura sui molti fronti aperti: dalla politica commerciale nei confronti degli Stati Uniti, a Brexit, dalle sanzioni verso l’Iran a quelle verso la Russia, pena la perdita di centralità geopolitica, garantita in natura dalla propria collocazione geografica. 

 
Usa v Cina: si vis pacem, para bellum
 

Se guerra non c’è stata, non mancheranno comunque vincitori, vinti e vittime collaterali. Mentre l’Europa deve ancora cominciare la partita.