Criptovalute: moneta oppure no?

Criptovalute: moneta oppure no?

28 agosto 2017

michele.burattoni@prometeia.com

Le divise digitali non sembrano per ora avere le caratteristiche teoriche che dovrebbe avere una moneta

 

Una galassia di “monete” digitali (a oggi se ne contano 757) con capitalizzazioni variabili che, nel caso dei Bitcoin, raggiungono anche i 45 miliardi di dollari: sono le cosiddette criptovalute, di cui sempre più spesso si legge sui giornali. È dubbio però che si possa parlare effettivamente di “monete”: non tanto perché non esistano fisicamente, quanto perché non rispettano, in tutto o in parte, le caratteristiche teoriche che una moneta dovrebbe avere.

 

Cosa sono e come funzionano i bitcoin

Una moneta elettronica è per natura una semplice stringa di bit. Come tale potrebbe essere usata per effettuare molteplici pagamenti (double spending), problema che, nelle valute “standard”, viene risolto dalla moneta fisica o, per quella dematerializzata, dalla presenza di una terza parte che ha la fiducia dei partecipanti e un registro centralizzato di bilanci e pagamenti aggiornato (per esempio una banca centrale).

Per le criptovalute esiste invece un meccanismo di controllo decentralizzato, basato sulla complessa tecnologia blockchain: una sorta di libro mastro di transazioni verificate. Le transazioni sono messe in rete a blocchi e verificate dai cosiddetti “minatori”: questi, rivedendo tutta la catena delle creazioni e transazioni passate (la blockchain dall’inizio della sua storia!), controllano che il pagatore possieda il necessario per pagare. I blocchi convalidati vengono accodati alla catena precedente [1]. Il processo di validazione richiede la soluzione di problemi che non necessitano inventiva, ma solo potenza computazionale (il cui costo cresce al crescere della blockchain ed è ora di migliaia di dollari per hardware ed energia). L’emissione di nuova criptovaluta avviene remunerando i minatori che validano un blocco per primi.

Fig. 1 Prezzo del Bitcoin in dollari USA
Fig. 1	Prezzo del Bitcoin in dollari USA
 

L’uso come moneta

Il portafoglio di ciascun (anonimo) partecipante alle transazioni è quindi certo in ogni istante, scritto nella “pietra” del blockchain che è pubblico per le verifiche, copiato sui computer dei minatori per cui è quasi impensabile, sia dal punto di vista economico che tecnico, sostituire la storia vera con una alternativa (per esempio da parte di un attacco hacker). Con tali controlli un’unità di criptovaluta può essere spesa da un soggetto una sola volta, alla stregua di una moneta fisica e nessuno può creare/usare fondi che non ha. Questo genera fiducia nello strumento rendendone possibile l’utilizzo come mezzo di pagamento per le transazioni. Ma si tratta di vera moneta? 

In effetti, l’acquisto, la vendita e l’utilizzo come mezzo di pagamento delle criptovalute non sono minimamente equiparabili per semplicità a quelli di una comune carta di credito e i tempi di validazione delle transazioni sono crescenti, e questo le rende inadatte a vari scopi. Va inoltre sottolineato che le criptovalute sono poco diffuse e poco appetibili per i venditori e l’offerta è spesso rigida, tanto che per rispondere a questi problemi si sono via via evolute dopo il Bitcoin altri schemi di criptovaluta. 

Anche come riserva di valore e unità di conto esse sono poco efficaci, date le loro variazioni di prezzo repentine e violente che le rendono più simili ad azioni che a moneta. Il prezzo del Bitcoin (e di gran parte delle altre criptovalute, vedi grafico) ha avuto da inizio 2017 un andamento esponenziale, da bolla speculativa, con sbalzi enormi scatenati da report o da semplici voci: ai suoi massimi,  il Bitcoin era cresciuto del 160%, Ethereum del 4200% circa! Il 16% delle variazioni giorno su giorno del prezzo dell’Ethereum era stato superiore al 10%, positivo o negativo (il 3.5% superiore al 20%) e per il Bitcoin il 4.7% era stato superiore al 10% (grafico). Non è chiaro cosa sia stato alla base di questi fenomeni e non si può escludere che, accanto a una crescita di domanda generata da varie fonti, non vi sia stata anche domanda a fini speculativi. Comunque un’attività finanziaria soggetta a tali variazioni di prezzo è troppo rischiosa per fungere da riserva di valore e troppo volatile per essere unità di conto. Le autorità monetarie le hanno accolte in modo non uniforme, ma dai loro studi e valutazioni sembra emergere sempre più una natura di attività finanziaria (o di commodity) più che di moneta.

 
Fig. 2: Scala in punti percentuali, ultimo anno
Fig. 2: Scala in punti percentuali, ultimo anno
 

Conclusioni

In sintesi, le criptovalute non presentano per ora le peculiarità di una moneta e, pur avendo le caratteristiche tecniche per funzionare come mezzo di pagamento, sembrano ancora immature e poco diffuse per svolgere un vero e proprio ruolo di moneta alternativa. L’offerta relativamente rigida e la volatilità dei prezzi le rendono equiparabili ad asset rischiosi, soggetti in modo ancora isterico alle news: gli sviluppi in corso ne stanno modificando non solo gli aspetti tecnologici ma, in alcuni casi, anche la natura, giustificando l’attenta valutazione da parte delle autorità monetarie.

 
 
 
 
[1] Queste sono dette criptovalute “mineable” e utilizzano questo processo chiamato POW (proof of work). Esistono anche criptovalute “unmineable” per le quali esiste un meccanismo alternativo alla estrazione (POS, proof of stake) e che per ora capitalizzano circa un decimo del valore delle altre.

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