Crediti deteriorati, il nodo dei prezzi di mercato (e come venirne a capo)

13 giugno, 2016

riccardo.tedeschi@prometeia.com

Uno dei temi più dibattuti in questo momento sui media è il problema dell’eccessivo accumulo dei crediti “deteriorati” a livello di sistema e di quali meccanismi attivare per ridurre il peso di tali crediti sui bilanci delle banche italiane in modo da riportarli in linea con la media dei loro competitor europei, sia come rapporto sul patrimonio che sui crediti erogati a clientela.

 

I motivi dell’accumulo dei Non Performing Loans (NPLs) in Italia sono molteplici, ma sono sostanzialmente ricollegabili all’aumento delle insolvenze conseguente al prolungarsi della crisi economica a partire dal 2008, che sommandosi alla lentezza dei tempi di recupero nei procedimenti civili, ha reso difficile lo smaltimento dei crediti problematici.

La parte più compromessa di tali crediti, quelli cosiddetti in stato di “sofferenza”, potrebbe essere ceduta dalle banche italiane per accelerare il processo di pulizia dei loro bilanci, ma un vero e proprio mercato dei Non Performing Loans in Italia stenta a partire.

Il motivo per cui il mercato dei NPLs non decolla è legato all’ampia differenza esistente tra il prezzo cui le banche sarebbero disposte a vendere crediti in sofferenza ed il prezzo a cui gli operatori specializzati sono disposti a comperare, il cosiddetto spread bid/ask. Le banche italiane espongono in bilancio i crediti in sofferenza a un prezzo di carico pari a circa il 41% del valore dell’esposizione lorda, mentre gli operatori specializzati – solitamente hedge funds - sono disposti a comperare ad un prezzo di mercato di poco superiore al 22%: è tale differenza di circa 19 punti percentuali che frena drammaticamente lo sviluppo del mercato. Ma perché la differenza tra prezzi di bilancio e prezzi di mercato dei crediti in sofferenza è così ampia? 

 

PREZZI DI BILANCIO E PREZZI DI MERCATO

Una nota di recente pubblicata dalla Banca d’Italia (Banca d'Italia, Ciavoliello et al., 2016) analizza il tema della valutazione dei crediti deteriorati ed offre alcuni spunti utili di riflessione sul tema. I crediti esposti nei bilanci della banche sono contabilizzati, in base a delle regole fissate a livello internazionale (i principi contabili internazionali IAS-IFRS).

Tali regole prevedono che il valore del credito sia pari al valore attuale dei flussi di cassa futuri attesi nel futuro[1]. Nello scontare i flussi di cassa futuri deve essere usato il tasso di interesse effettivo originario dell’operazione. Oggi tale tasso si aggira su valori tra il 4 ed il 4.5%.

Questo approccio vale anche per la valutazione dei crediti deteriorati, nel calcolo del loro prezzo di bilancio la banca deve stimare: a) l’ammontare effettivamente recuperabile, tenendo conto anche delle garanzie esistenti; b) i tempi previsti per il recupero, diversi generalmente da quelli stabiliti contrattualmente. Nel calcolare i flussi di cassa recuperabili la banca deve dedurre i costi diretti della gestione dei NPLs (es. spese legali connesse alla vendita di un immobile ipotecato), mentre non deve considerare i costi indiretti (quali costo del personale interno o commissioni dei servicer esterni addetti ai recuperi) in quanto tali costi verranno registrati a conto economico nell’anno in cui si manifesteranno.

Gli investitori di mercato, avendo una prospettiva economica diversa da quella delle banche, applicano diverse metodologie di valutazione delle sofferenze. In particolare:

  1. Possono stimare in maniera diversa i flussi di cassa futuri attesi, per via delle asimmetrie informative presenti sul mercato del credito ed applicare degli haircut ai recuperi attesi previsti dalle banche;
  2. Considerano nel calcolo del prezzo di acquisto offerto tutti i costi che dovranno supportare nel corso del processo di recupero sia quelli diretti che quelli indiretti; 
  3. A parità di flussi futuri attesi, essi utilizzano un tasso di attualizzazione molto più elevato di quello usato dalle banche, che include un premio per il rischio, tanto più ampio quanto maggiore è la dispersione dei possibili recuperi intorno al loro valore medio (oggi tale tasso varia tra il 12% ed il 15%).

Gli autori della nota di Banca d’Italia dimostrano che lo spread bid/ask sul mercato dei NPLs dipende da vari fattori, ma in prima istanza è figlio dell’applicazione di diversi criteri di valutazione dei crediti in sofferenza.

 

MARGINI DI MANOVRA

E’ legittimo chiedersi, dunque, quali siano i margini di manovra per ridurre lo spread bid/ask oggi esistente ed innescare così un processo di creazione di un mercato per la cessione delle sofferenze in modo da ridurre lo stock dei deteriorati. Di seguito alcune considerazioni sul tema.

MIGLIORE INFORMATIVA SUI “TASSI DI RECUPERO”

Il miglioramento dell’informazione circa i possibili tassi di recupero ridurrebbe grandemente l’asimmetria informativa tra le banche cedenti ed i potenziali acquirenti dei crediti deteriorati, riducendo gli haircut che questi applicano alle stime di recupero delle banche.

Nel caso di crediti assistiti da garanzie (ipoteche o fidejussioni) poter essere in grado di fornire rapidamente ed in formato elettronico informazioni circa le caratteristiche delle diverse esposizioni creditizie consente agli acquirenti di completare le proprie analisi dei portafogli da acquistare in tempi brevi, riducendo i costi e le incertezze delle valutazioni.

Simili considerazioni valgono anche per i crediti chirografari (non assistiti da garanzie reali). Si consideri il credito di una media impresa costituita in forma di società di persone, la sua valutazione sarebbe molto diversa nel caso in cui i soci possedessero rilevanti patrimoni immobiliari potenzialmente aggredibili, rispetto al caso in cui gli obbligati principali non dispongano di alcun patrimonio.

Poter disporre di stime pubbliche dei tempi medi di escussione delle garanzie reali e personali e dei relativi tassi medi di recupero ad esempio per le diverse piazze italiane (tribunali) sarebbe un notevole passo in avanti in questa direzione.

L’importanza dell’elemento “informazione” e “trasparenza” probabilmente non è ancora ben percepita né a livello privato, né a livello pubblico.

RIDUZIONE DEL COSTO MEDIO DEL CAPITALE

La costituzione di vicoli specializzati per la cartolarizzazione dei crediti deteriorati (SPVs) consente di finanziare l’acquisto dei crediti deteriorati con un meccanismo di leverage – cioè con ricorso a capitale di debito che si aggiunge al capitale di rischio - che consente di ridurre il costo medio del capitale per il finanziamento delle posizioni cedute. Ad esempio per un veicolo in “leva 7” (con totale attivo pari a 7 volte il capitale di rischio) il “costo medio del capitale” potrebbe essere decisamente più basso di quelli visti in precedenza (variabili tra il 12 ed il 15%).

I meccanismi predisposti dal governo con la garanzia statale sulla tranche senior (GACS) e promossi dalle banche mediante il Fondo Atlante, vanno proprio nella direzione di ridurre il costo medio del capitale degli SPVs con un effetto positivo sul prezzo di cessione.

In particolare la GACS(Governo Italiano, 2016) consente il collocamento delle c.d. tranche senior (particolari obbligazioni emesse dagli SPVs) a tassi di poco superiori a quelli dei titoli governativi di lunga durata. Tuttavia l’effetto differenziale della GACS non è tale da colmare l’ampio divario tra prezzi bid/ask osservato sul mercato (le stime variano a seconda dei casi ma l’effetto rimane nell’ordine di 1-2%).

L’obiettivo di rendimento del Fondo Atlante per l’acquisto del capitale di rischio (c.d. tranche junior) degli SPVs pari al al 6/7% si colloca su livelli inferiori di quelli richiesti dagli operatori specializzati del mercato dei NPLs e dovrebbe consentire alle banche aderenti di realizzare un prezzo di cessione più elevato di quello di mercato, anche se pur sempre inferiore ai prezzi di bilancio. Le banche aderenti al fondo potranno cedere i loro crediti con perdite di cessione immediate più contenute.

Gli utili futuri degli SPV di cartolarizzazione dei crediti deteriorati, tuttavia, saranno caratterizzati da un grado di incertezza maggiore. In caso di evoluzione negativa della situazione economica e dei recuperi, le perdite si manifesteranno comunque in futuro e con un grado di probabilità più elevato. In altri termini esiste un trade off ineliminabile tra perdite immediate e rischi futuri.

RIDUZIONE DEI TEMPI DI RECUPERO

L’accelerazione dei tempi di recupero potrebbe potenzialmente ridurre grandemente l’ampiezza dello spread bid/ask sul mercato dei crediti deteriorati. Minori tempi di recupero implicano minore incertezze sui recuperi e minori oneri di finanziamento delle posizioni e dunque prezzi di cessione più elevati.

Stime di impatto dei tempi di recupero quantificano in circa +700 bps l’incidenza sul prezzo di cessione dei deteriorati di un accorciamento del tempo medio di recupero da 7 a 3 anni (Lusignani, 2016).

Le recenti misure di accelerazione dei tempi di recupero dei crediti varate dal governo il 29 aprile 2016 vanno nella giusta direzione, ma poiché non sono retroattive agiranno solo per il futuro, non incidendo sul saldo già esistente di crediti deteriorati.

Per aggredire lo stock esistente di crediti deteriorati sarebbero necessarie ulteriori e più incisive misure di snellimento delle procedure di recupero e di potenziamento delle strutture giudiziarie.

AUMENTARE IL GRADO DI DIVERSIFICAZIONE DEI PORTAFOGLI CEDUTI

Un elemento importante per ridurre le perdite derivanti dai recuperi a livello di sistema è l’effetto diversificazione. Se invece di costituire tanti SPV uno per ogni banca cedente, vi fosse un unico veicolo a livello di sistema, che mettesse in un unico pool i crediti deteriorati ceduti, il rischio per gli acquirenti delle tranche junior diminuirebbe sensibilmente. Questa è una semplice applicazione della cosiddetta “legge dei grandi numeri”. 

Se il portafoglio crediti deteriorati è concentrato su pochi settori e aree geografiche sarà assai probabile che si possa recuperare quasi tutto o in alternativa quasi nulla a seconda di come evolve la situazione economica ed il procedimento di recupero in quelle zone e settori. Vi è in altri termini un’ampia dispersione nei risultati possibili e gli eventi estremi hanno un elevato peso in termini di probabilità.

Se il portafoglio crediti deteriorati è ampio e diversificato e comprende tutte le regioni e settori economici del paese, vi sarà una sorta di compensazione tra gli esiti delle varie pratiche. La distribuzione dei risultati finali sarà più concentrata sui valori medi attesi e gli eventi estremi (recupero quasi totale e recupero quasi nullo) avranno una bassa probabilità di manifestarsi.

E’ questo un motivo importante per cui in altre realtà le bad bank per il recupero crediti deteriorati vengono impostate a livello di sistema (è il caso della Spagna, con la SAREB). Sarebbe auspicabile che nell’affrontare le soluzioni operative utili a consentire la cartolarizzazione dei crediti deteriorati delle banche si valutasse con grande attenzione la creazione di un unico SPV a livello di sistema o di pochi SPV specializzati per settore (es. mutui residenziali, crediti ad imprese etc.), in modo da sfruttare i benefici della diversificazione per ridurre i rischi dei soggetti finanziatori.

 

BIBLIOGRAFIA

ABI-CERVED. (2015). Outlook sulle sofferenze delle imprese - Dicembre 2015.
Banca d'Italia. (2016). Supplementi al bollettino statistico, marzo 2016.
Banca d'Italia, Ciavoliello et al. (2016). Quanto valgono i crediti deteriorati? Note di stabilità finanziaria e vigilanza.
CERVED. (2016). Indagine conoscitiva sulle tematiche relative ai rapporti tra operatori finanziari e creditizi e clientela, Commissione VI, Camera dei Deputati audizione del 3/2/2016.
Governo Italiano. (2016). Decreto Legge 14 febbraio 2016 n.18. Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana.
Lusignani, G. (2016). Legislatura 17ª - 6ª Commissione permanente Finanze e tesoro- Resoconto sommario n. 352 del 27/04/2016.

 

[1] E’ il cosiddetto criterio del “costo ammortizzato”. Questo senza contare i risparmi che si avrebbero se le attività di recupero crediti e di servicing fossero centralizzate a livello di sistema su un ristretto numero di operatori con conseguenti economie di scala per tali servizi.

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