Covid-19: Emergenti di nuovo sulla linea del fuoco dei mercati finanziari globali

23 aprile 2020

Lorena Vincenzi

Alcuni Paesi emergenti non solo non hanno sufficienti risorse per affrontare l’emergenza sanitaria, ma devono fare i conti con condizioni finanziarie più stringenti che mettono a rischio l’economia interna e minano la stabilità globale

 

In tempi di coronavirus, alcuni Paesi emergenti (EM) non solo non hanno sufficienti risorse per affrontare l’emergenza sanitaria, ma devono fare i conti con condizioni finanziarie più stringenti che mettono a rischio l’economia interna e minano la stabilità dei mercati finanziari globali. Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale hanno già stanziato fondi a supporto di questi Stati soprattutto per l’emergenza sanitaria, ma la dimensione e la struttura del debito di queste economie mantengono elevato il rischio di turbolenze finanziarie. 

 
Fig. 1 Crisi a confronto, tasso di cambio vs il dollaro (indice, mese pre-crisi = 100)
Fonte: elaborazioni Prometeia su dati Refinitiv
 

A conferma delle tensioni finanziarie sugli EM legate alla diffusione di Covid-19, dalla fine dello scorso anno molte delle loro valute si sono deprezzate nei confronti del dollaro. Per alcune monete, il deprezzamento è superiore a quello subìto in altri due episodi di gravi tensioni sui mercati finanziari globali: nel 2018, per timore di un rapido aumento dei tassi di policy Usa e nella seconda parte del 2013, quando l’allora presidente Ben Bernanke dichiarò il possibile inizio del tapering della Fed (riduzione degli asset in portafoglio) (Fig. 1). 

In particolare, dalla fine dello scorso anno si sono deprezzate soprattutto le valute dei Paesi esportatori netti di materie prime come Brasile, Russia, Sudafrica, Messico e Cile, per i quali allo shock da Covid-19 si aggiunge l’effetto depressivo legato alla caduta della domanda mondiale attesa e al crollo dei prezzi internazionali delle materie prime. 

Anche il debito cumulato in passato diventa una zavorra per la crescita. Le politiche monetarie messe in campo per contrastare la grande recessione del 2008 hanno creato condizioni globali favorevoli in termini di disponibilità di liquidità e basso costo del credito: gli emergenti hanno così fatto sempre più finanziato la crescita attraverso l’emissione di titoli di debito sul mercato. D’altro canto, il forte impegno delle autorità di politica economica a perseguire la stabilità macroeconomica in questi Paesi ha determinato un mix di rendimento e rischio che ha incontrato il favore degli investitori internazionali, sia in relazione ai corporate bond sia ai titoli sovrani (Fig. 2). 

Con l’eccezione dell’India, relativamente più chiusa rispetto ai Paesi qui considerati, a inizio 2018 il debito delle imprese non finanziarie in termini di Pil era infatti più alto di quanto non fosse a metà 2013, mentre a fine 2019 qualche paese aveva già iniziato a ridurre il peso di tale debito su Pil. È bene ricordare che la sostanziale diversa dimensione tra i Paesi qui riportati riflette anche l’incidenza delle imprese a partecipazione pubblica, che contribuiscono in misura determinante al debito di questo settore in Cina, Cile e Brasile. Per la Cina, secondo i dati dell’Institute of International Finance, a fine 2019 l’85% del debito delle imprese non finanziarie era riconducibile alle imprese a partecipazione pubblica, il 53% nel caso del Brasile.

Per quando riguarda il debito lordo del settore pubblico, invece, tutti i paesi qui considerati hanno visto aumentarne il peso in termini di Pil con regolarità dal 2013 al 2019. 

 
Fig. 2 Debito lordo di alcuni settori istituzionali in % del PIL nazionale
Fonte: elaborazioni Prometeia su dati IIF
 

In parecchi casi, per beneficiare di costi di finanziamento ancora più bassi, molti Paesi emergenti si sono indebitati in valuta estera, dollari ed euro: a fronte di tassi di policy a zero (o negativi) su queste valute, infatti, i tassi di interesse sui titoli statunitensi ed europei hanno raggiunto i minimi storici. L’esposizione nei mercati valutari internazionali concorre però ad aumentare il rischio associato a questi Stati perché, in caso di deterioramento della fiducia (e quindi di uscita di capitali e indebolimento della valuta nazionale), il costo in valuta nazionale del debito denominato in valuta estera si moltiplica rapidamente, sottraendo risorse alla crescita e, nel caso estremo, portando l’economia al default. 

 
Fig. 3 Composizione per valuta del debito lordo (Q4 2019, quote % sul totale)
Fonte: elaborazioni Prometeia su dati IIF
 

Tra i Paesi più esposti al rischio di cambio si segnalano Messico, Turchia, Sudafrica, Brasile, quindi ancora una volta gli esportatori netti di materie prime (ad eccezione della Turchia). Al di là del Messico, molto sbilanciato nel mercato del dollaro Usa, la Turchia è fortemente esposta nei mercati valutari internazionali con una quota di debito denominata in valuta estera intorno al 40% sia per le imprese non finanziarie che per il settore pubblico. Altrettanto a rischio le imprese non finanziarie in Sudafrica e Brasile, dove però l’esposizione del settore pubblico è meno rilevante (Fig. 3). 

 
Fig. 4 Riserve valutarie in % delle importazioni annue di merci e servizi
Fonte: elaborazioni Prometeia su dati IMF
 

Uno stock di riserve ufficiali che ha mantenuto sostanzialmente costante, se non in riduzione, la capacità di finanziamento delle importazioni a fronte di un debito in valuta estera crescente non contribuisce a ridurre l’incertezza ad esso associata (Fig. 4). Per il Brasile lo stock relativo di riserve è in calo dal 2017 e arriva a finanziare 1.3 anni di importazioni. A fine 2019 il Sudafrica aveva uno stock di riserve in grado di finanziare 0.8 anni di importazioni di merci e servizi, valore sostanzialmente stabile dal 2016. Per il Messico invece le riserve finanziano poco più di un mese di importazioni, anche se questo dato potrebbe essere distorto dall’elevata integrazione con gli Usa nelle catene del valore, soprattutto in relazione al settore auto. In quest’ottica, il dato relativamente più preoccupante è forse quello per la Turchia: la capacità dello stock di riserve di finanziare le importazioni è sostanzialmente stabile da 20 anni ma il debito in valuta estera (pubblico e delle imprese non finanziarie) è cresciuto di 25 punti percentuali di Pil da fine 2009. 

In questa fase di incertezza e profonda necessità di liquidità, dunque, i Paesi emergenti con elevato debito in valuta estera sono nuovamente sulla linea di fuoco dei mercati finanziari: un richiamo agli organismi internazionali ad ampliare gli aiuti e ai paesi coinvolti a ridurre questo rischio, una volta superata l’emergenza.  

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