Cosa si cela dietro l’uscita del Qatar dall’Opec?

Cosa si cela dietro l’uscita del Qatar dall’Opec?

6 dicembre 2018

Federico Ferrari

Con prezzi del greggio in caduta libera, Doha ha annunciato la volontà di uscire dal cartello dei maggiori paesi produttori. Una strategia che, nonostante gli annunci, sembra celare motivazioni più politiche che tecniche

 

Con un comunicato diffuso il 4 dicembre scorso le autorità del Qatar hanno annunciato, dopo 59 anni di permanenza, l’uscita dall’Opec. Si tratta di un evento inatteso, con pochissimi precedenti in passato, che è stato motivato con la volontà di concentrare gli investimenti sulla produzione di gas naturale, di cui l’emirato è da tempo uno dei leader del mercato globale. 

In generale, è plausibile che il gas naturale rappresenti una fonte energetica con maggiori potenzialità di crescita rispetto al petrolio, specie alla luce delle brillanti prospettive di sviluppo dei consumi nei principali paesi asiatici: da un punto di vista “ricardiano”, l’abbandono del Qatar può essere giustificato da una strategia volta a massimizzare le rendite future, che preveda di concentrare gli investimenti nei processi estrattivi in cui, grazie ai fortissimi investimenti operati nell’ultimo decennio, il paese detiene un vantaggio comparato nei confronti dei competitor (ci riferiamo in particolare al gas liquefatto NGL).

 
Cosa si cela dietro l’uscita del Qatar dall’Opec?
 

Al tempo stesso, se si guarda oltre al comunicato stampa, è difficile non considerare l’uscita di scena di Doha come una nuova tessera da inserire nel puzzle dei rapporti geopolitici che caratterizzano l’area del Golfo Persico. La conflittualità delle relazioni tra l’emirato e i principali paesi arabi non è una novità, e solo 18 mesi fa era sfociata in un embargo commerciale totale imposto da Arabia Saudita, Emirati Arabi, Egitto e Bahrain nei confronti di Doha. Non ci addentreremo ulteriormente nell’analisi geopolitica delle relazioni nell’area: in ogni caso, guardando con malizia a quanto occorso negli ultimi 30 giorni sui mercati petroliferi, è possibile affermare che, per arrecare il massimo danno ai rivali sauditi, il Qatar non avrebbe potuto scegliere un momento più favorevole per annunciare questa decisione.

Se a inizio ottobre il Brent fluttuava ancora in prossimità degli 80 Us$/barile, ai massimi dal 2014, nelle settimane più recenti si è innescata una spirale discendente che ha portato le quotazioni a maturare una delle flessioni più intense della storia recente, cedendo oltre il 30% nel giro di poche settimane. Diversi fattori si celano dietro a questa correzione. Tra questi, l’incremento della produzione saudita (caldeggiata dagli Stati Uniti) e l’”alleggerimento” dell’embargo statunitense sull’Iran, con l’esenzione di alcuni tra i principali clienti di Teheran (Italia inclusa) , sono probabilmente i due più rilevanti. I fari del mercato sono ora puntati all’odierno meeting Opec. Qualora i paesi produttori decidano di serrare nuovamente i rubinetti dell’offerta, è plausibile ipotizzare una ripresa delle quotazioni dai minimi attuali. In caso contrario, non è da escludere un ulteriore tracollo dei prezzi.

 
Cosa si cela dietro l’uscita del Qatar dall’Opec?
 
 

In un momento storico in cui il cartello necessita, quindi, della massima compattezza per risollevare il mercato, l’uscita del Qatar dall’Opec rappresenta una possibile crepa nel fronte dei maggiori paesi produttori.

Nel complesso, non ci aspettiamo comunque che questa mossa possa sortire un impatto rilevante, almeno nel breve termine: né direttamente, in conseguenza di variazioni nelle politiche di offerta petrolifera del Qatar, il cui peso è troppo ridotto da poter incidere sugli equilibri del mercato globale. Né per quanto riguarda le possibili scelte degli altri paesi membri che, almeno per il momento, non sembrano inclini ad abbandonare la linea strategica definita da Ryiad.

In conclusione, l’uscita del Qatar dall’Opec sembra assumere più i contorni di uno “sgarbo” di Doha nei confronti dell’Arabia Saudita (e un avvicinamento verso le posizioni della Casa Bianca, da tempo critica nei confronti delle policy del cartello) con un impatto limitato sui prezzi, ma con l’effetto di minare ulteriormente la credibilità e la rappresentatività dell’organizzazione dei maggiori paesi produttori di petrolio.

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