Argentina, ultimo tango a Buenos Aires?

Argentina, ultimo tango a Buenos Aires?

25 giugno 2018

Luca Agolini

Valuta in caduta libera, fuga di capitali, inflazione fuori controllo: un copione già visto per l’economia argentina

 

L’Argentina sta attraversando l’ennesima crisi della sua travagliata storia economica. Nel corso di maggio la valuta argentina si è deprezzata di oltre il 20% rispetto al dollaro e, dopo un temporaneo allentamento delle tensioni, è tornata a perdere terreno intorno alla metà di giugno, arrivando a toccare un nuovo minimo storico, oltre la soglia di 28 peso per dollaro, in concomitanza con l’annuncio delle dimissioni del governatore della Banca centrale. La caduta del peso ha sottoposto a forti pressioni le autorità monetarie che hanno reagito in difesa della valuta sia con interventi diretti sul mercato sia con ripetuti aumenti dei tassi di interesse - per complessivi 12.75 punti percentuali - fino al livello record del 40%. Fattore di innesco della crisi è stato il trend di apprezzamento del dollaro in atto sui mercati valutari dalla fine di aprile, che trova giustificazione nel percorso di rialzo, seppur graduale, dei tassi di interesse intrapreso dalla Federal Reserve e che si sta manifestando con particolare intensità nei confronti delle valute emergenti. Hanno tuttavia contribuito anche fattori locali, in primo luogo il massiccio “sell-off” di Lebac, i titoli a breve termine denominati in peso, dopo l’introduzione dell’imposta del 5% sui guadagni in conto capitale.

 
Fig.1: Evoluzione del cambio: peso argentini per dollaro
Argentina, ultimo tango a Buenos Aires?
Fonte: Thomson Reuters
 

La nuova crisi conferma, nonostante lo sforzo riformatore del Presidente Macri, le difficoltà di questa economia ad affrancarsi dal tradizionale modello di sviluppo trainato dall’export di materie prime e a intraprendere un sentiero virtuoso di stabilizzazione macroeconomica. In un contesto di rallentamento del ciclo delle commodity, il nuovo governo non è riuscito a invertire la tendenza al deterioramento delle finanze pubbliche e dei conti con l’estero aggravata dalle politiche economiche espansive, a sostegno di un indirizzo populista, seguite dalla precedente amministrazione. In particolare, il deficit di conto corrente della bilancia dei pagamenti, anche in conseguenza della siccità che ha colpito le esportazioni di beni agricoli, si è ampliato a fine 2017 in prossimità del 5% del Pil. Si aggiunga il problema della credibilità della politica monetaria, che ha proseguito nella monetizzazione dei disavanzi pubblici, impedendo di riportare sotto controllo un’inflazione che nei primi mesi del 2018 ha superato tassi del 25% su base annua.

 
Fig.2: Saldo di bilancio pubblico e di conto corrente (in % Pil)
Argentina, ultimo tango a Buenos Aires?
Fonte: Indec e FMI
 

A sostegno dell’economia argentina il Fondo Monetario ha appena approvato un Accordo Stand-By (SBA), per complessivi 50 miliardi di dollari in tre anni, con una prima tranche di finanziamento di 7.5 miliardi. Il programma è subordinato a un percorso di progressivo aggiustamento fiscale, con l’obiettivo di equilibrio del saldo primario al 2020, e al rafforzamento dell’indipendenza della Banca Centrale, prevedendo un divieto esplicito al finanziamento dei deficit pubblici. Quest’ultima condizione è affiancata dai nuovi target inflazionistici, fissati rispettivamente al 17% per il 2019, al 13% nel 2020 e al 9% nel 2021. Altri obiettivi del piano, che comunque si propone di mantenere la coesione sociale e di garantire la protezione delle fasce più deboli della popolazione, riguardano la maggiore flessibilità del tasso di cambio e la riduzione dei sussidi all’energia.   

Il pacchetto di aiuti del Fmi dovrebbe contribuire a recuperare fiducia sui mercati internazionali e soprattutto ad arrestare la discesa del peso, da cui rischiano di derivare problemi di sostenibilità per il debito estero, denominato in larga parte (quasi il 90%) in valuta estera e arrivato a superare il 36% in rapporto al Pil a fine 2017. Al tempo stesso, non si può escludere che questa crisi possa aggravarsi ed estendersi alle altre economie emergenti più vulnerabili, specialmente nell’eventualità di un’accelerazione nel percorso di rialzo dei tassi della Fed.  

 
 
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