ANTEO

Il nuovo faro dei mercati: la geopolitica

Anteo 105 - Febbraio 2020

Alessandro Acquaviva, Founding Partner ETM Capital

 

Nella narrativa dei mercati finanziari, la la politica estera è ormai la chiave di lettura per comprendere gli interessi dei Paesi e le implicazioni strategiche dei loro comportamenti

 

Dall’elezione di Donald Trump alla Brexit, dalla precaria politica dell’equilibrio in Medio Oriente all’emergere del populismo e all’erosione di importanti alleanze bilaterali: nel corso degli ultimi anni l’ordine globale è stato messo alla prova da molteplici rischi di matrice geopolitica. Molti di questi sono stati esacerbati dalla politica America First, sulla base della quale Trump ha marginalizzato accordi multilaterali, spesso incentrando la sua strategia negoziale su attacchi e minacce, inserendo un’ondata di nuovi dazi e sanzioni nei confronti di Paesi considerati alleati storici (ad esempio la Turchia).

Il 2020 potrebbe rappresentare uno snodo focale, in quanto il campo delle relazioni internazionali non è mai stato così minato di incertezza dai tempi della Guerra Fredda. Alla luce della parabola discendente nel dialogo tra nazioni, l’architettura internazionale ha un disperato bisogno di una nuova prospettiva che sia politica ed economica allo stesso tempo, al fine di smussare i cambiamenti in corso che inevitabilmente genereranno instabilità. È troppo tardi per fermare gli ingranaggi di un sistema globale che muta da ormai dieci anni — il mondo è sempre più polarizzato — dunque risulta fondamentale navigare con attenzione le correnti geopolitiche per compiere un’analisi più consapevole dei mercati finanziari.

Partendo da uno degli argomenti più caldi del momento, ovvero la guerra dei dazi fra Cina e Usa, è importante considerare i diversi obiettivi (geo)strategici dei due Paesi. Quello in corso sarà il terzo anno di confronto aperto: ci si aspetta che la divergenza possa manifestarsi con maggiore forza sia da un punto di vista di commercio globale sia tecnologico. Se da un lato Trump continuerà a fare di tutto per esaltare il recente accordo (Phase 1 Deal), seppur limitato, come una vittoria per gli Usa, dall’altro Xi rimarrà cauto nel rispondere alle provocazioni americane, nonostante la necessità di ridurre la propria dipendenza economica dall’estero e soprattutto dagli Usa stessi. 

 
 

A che cosa dobbiamo queste divergenze strategiche? Trump ha bisogno di un trionfo sul fronte della politica estera per le elezioni presidenziali di novembre. Il prolungato tentativo di gestire le tensioni in Medio Oriente, in particolare con l’Iran, non è andato a buon fine, e sul fronte della politica interna si trova in altrettanta difficoltà, quindi necessita di una vittoria sul campo commerciale per avvicinarsi alla rielezione. In Cina, invece, il processo di elezione democratica non esiste: Xi può concentrarsi sulle politiche di innovazione e sviluppo industriale e tecnologico che avranno effetti in un lasso di tempo molto più ampio di un mandato politico, ridisegnando così la produzione nazionale, e la proiezione internazionale per gli anni a venire (Made in China 2025, Belt and Road Initiative, ...).

La tecnologia sarà la chiave di volta nel confronto tra le due superpotenze: è sempre più evidente, infatti, che questo tema rappresenta il principale terreno di scontro. Ciò crea un filo conduttore con la decisione di Trump di bloccare Huawei e ZTE dal fornire apparecchiature tecnologiche di telecomunicazione alle agenzie americane, così come la disapprovazione degli Usa in merito alla scelta del Regno Unito di continuare a servirsi di componenti fornite da Huawei per la realizzazione del sistema di telecomunicazioni 5G. Questi eventi si sono riflessi sui mercati finanziari tramite mesi di elevata volatilità legata a una crescente tensione degli investitori, con effetti significativi sui rendimenti dei principali titoli sovrani e il prezzo di alcune materie prime, percepite come beni rifugio.

Ancora più importante è la decisione di Pechino di costruire un sistema di tecnologie cinesi completamente separato, basato su standard, infrastrutture e filiera proprietari: un’importante decisione geopolitica che potrebbe avere ricadute enormi. È fondamentale sottolineare come l’apparato tecnologico americano sia costruito dal settore privato e regolato dal governo, mentre in Cina tutto il processo sia controllato a monte da autorità statali. Le due sfere di dominio tecnologico separate non saranno solo motivo di crescenti disaccordi fra Cina e Usa, ma l’inevitabile necessità di decidere fra uno dei due sistemi diventerà una linea di demarcazione anche per l’Europa e il Medio Oriente, che saranno costretti a schierarsi. 

 
 

Oltre all’imminente allineamento tecnologico, l’Unione europea si troverà a fare i conti anche con la questione iraniana. In seguito all’uccisione da parte degli Usa del generale Qassem Soleimani, che ha fatto temere una risposta iraniana su ampia scala, gli europei hanno avviato il meccanismo di risoluzione delle controversie previsto dal Joint Comprehensive Plan of Action, l’accordo sul nucleare iraniano siglato nel 2015. Questa decisione ha marcato una delle prime scelte politicamente significative per preservare l’accordo, soprattutto dopo il fallimento di Instex (il sistema di pagamento Ue-Iran volto ad aggirare i blocchi americani). Nonostante il JCPOA, è probabile che l’Europa manterrà una linea relativamente neutrale, e che continuerà a gestire le tensioni fra Iran e Usa tramite dichiarazioni congiunte in cui inviterà gli Stati firmatari dell’accordo nucleare ad abbassare i toni. Tale atteggiamento è dovuto in parte al fatto che il deal esonera l’Ue dal doversi schierare in modo esplicito con gli Americani o gli Iraniani, ma potrebbe anche essere motivato dalla paura che il ripristino delle sanzioni delle Nazioni Unite potrebbe segnare la fine del JCPOA. 

Non possiamo inoltre escludere uno scontro fra Bruxelles e Pechino. Persistono le questioni calde come il Mar Cinese Meridionale, Hong Kong, Taiwan, e anche il ruolo del presidente francese Emmanuel Macron. La Cina teme, infatti, che quest’ultimo possa promuovere controlli più stringenti in Europa su tutti i progetti della nuova Via della Seta. La Cina preferirà allinearsi con il sistema di 27 Stati, oppure con ogni singolo Paese? 

Il fronte interno dell’Ue dovrebbe rivelarsi più propositivo, anche grazie alla nuova Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen. L’esclusione dei populisti dalle più influenti istituzioni europee dovrebbe garantire maggiore unanimità, e di conseguenza reattività, per questioni riguardanti l’ambiente, il commercio e la politica estera. Come anticipato, Bruxelles non dovrà solo trovare un modo per conformarsi con i colossi tecnologici, ma anche con piani cinesi e con il JCPOA. L’urgenza di questi temi potrebbe spingere l’Europa ad essere più reattiva e compatta. 

Spostiamo per un attimo il focus geopolitico sul Medio Oriente: questa regione, come tante altre nel corso del 2019, è stata tormentata da massicce proteste antigovernative, soprattutto in Libano, Iraq e Iran. 
Il Libano continua a essere in preda a scontri, scioperi e proteste, così come resta esposto a una possibile guerra civile. L’Iraq pare non avere via d’uscita dall’attuale crisi costituzionale e l’Iran, nonostante il rallentamento delle proteste, rimane sotto costante pressione americana. Gli investitori hanno avuto modo di vedere gli effetti sul prezzo del petrolio che non solo è correlato al valore di mercato dei produttori, ma assume anche un notevole peso nelle aspettative di inflazione globale, influenzando i bilanci di decine di Paesi. Le possibilità di una riapertura dei negoziati fra Iran e Usa rimangono minime: l’Iran si aprirà al dialogo solo a seguito di una rimozione delle sanzioni americane. 

In Medio Oriente inoltre ci sono in gioco gli interessi strategici di innumerevoli Paesi. Se le tensioni dovessero aumentare ulteriormente in Iran, ad esempio, la Cina tenterà di mediare, i russi e i turchi cercheranno di guadagnare terreno, gli europei non interverranno, e l’Iraq si ritroverà, malvolentieri, in prima linea.

Per tirare le fila del discorso, salvo imprevisti, i principali trend geopolitici del 2020 sembrano essere già segnati ma, soprattutto, irreversibili. Usa e Cina andranno ben oltre i dazi. L’Ue si troverà davanti a un bivio di decisioni. E, nonostante il rapporto sempre più destabilizzante fra Usa e Iran, una guerra in Medio Oriente rimane improbabile nel breve termine. Nella sfaccettata narrativa dei mercati finanziari, la geopolitica è ormai diventata la chiave di lettura essenziale per comprendere gli interessi dei Paesi e le implicazioni strategiche dei loro comportamenti a livello nazionale, regionale e globale.