ANTEO

Covid-19, uno shock per le nostre vite e per l’economia mondiale

Anteo 106 - Aprile 2020

Stefania Tomasini, Partner Prometeia

 

Una previsione (aggiornata al 3 aprile) che è, molto più di altri momenti, soggetta a grande incertezza

 

L’epidemia di Covid-19 che, a partire dalla Cina, ha colpito l’Italia in modo massiccio e si è diffusa in Europa e nel resto del mondo, sta sconvolgendo non solo le vite delle persone ma anche la vita economica dei Paesi. Le previsioni economiche non fanno eccezione e le revisioni si susseguono con la rapidità della diffusione del virus a sempre maggiori aree del mondo. Abbiamo tuttavia ritenuto di non poter venire meno al nostro compito, ossia fornire una valutazione economica dell’evolvere della situazione a servizio delle scelte dei nostri clienti, ora più che mai rese difficili da una situazione che non ha precedenti. Presentiamo quindi una previsione che è necessariamente condizionata alle informazioni oggi disponibili (3 aprile, ndr) e che è, molto più di altri momenti, soggetta a grande incertezza. 

Può essere utile partire facendo il punto sulla situazione pre Covid-19, la situazione alla quale “idealmente” faremo ritorno una volta terminata la fase acuta della pandemia e rispetto alla quale dovremo fare il conto delle perdite subite. 

Nel 2019 l’economia mondiale era in una fase di rallentamento, dopo il picco ciclico toccato alla fine del 2017, sia per ragioni fisiologiche sia come conseguenza della guerra tariffaria, avviata dall’amministrazione statunitense, che aveva rallentano gli scambi di merci e il ciclo degli investimenti a livello mondiale. Tuttavia, le politiche economiche messe in campo in Cina, in Giappone, negli Usa, nei Paesi europei (pur con differenze fra i vari Stati) ci parevano sufficienti a scongiurare sia una recessione sia anche una brusca caduta della crescita mondiale. Le nostre analisi ci portavano a prevedere una prosecuzione della crescita, pur se rallentata rispetto agli anni passati. In questo quadro, i Paesi europei erano accomunati nel rallentamento ma con intensità molto diverse, da quella modesta di Francia e Spagna a quelle ben più intense di Germania e Italia, i Paesi con maggiore vocazione all’export e alla produzione manifatturiera, i due ambiti più colpiti in modo più diretto dalle tensioni tariffarie e ulteriormente gravati dalle necessità di riconversione dell’industria automobilistica. L’Italia, in particolare, aveva smesso di crescere da metà 2018, ma qualche dato congiunturale ci portava a essere cautamente ottimisti sulla possibilità che nel 2020 si potesse riavviare una sia pure modesta ripresa.

Ebbene, lo scoppio della crisi sanitaria in Cina alla fine di gennaio ma, soprattutto, la rapida diffusione dell’epidemia di Covid-19 prima in Italia e poi nel resto del mondo nel mese di marzo, ha spazzato via tutte queste previsioni e portato in primo piano la necessità di valutare l’entità delle perdite economiche legate alle limitazioni al movimento delle persone e alle chiusure di esercizi commerciali, di molte attività dei servizi, di aziende manifatturiere, limitazioni che giorno dopo giorno hanno interessato sempre più aree mondiali.

Valutazione degli effetti economici che, non avendo precedenti storici su cui basarsi, deve muovere dalla formulazione di ipotesi. È utile allora procedere con ordine e partire dalla definizione di una tassonomia con la quale studiare gli effetti sull’attività economica della diffusione del virus. 

Vi sono innanzitutto degli effetti diretti sull’economia italiana. Questi sono rappresentati da effetti di offerta, ossia dai vincoli alla circolazione delle persone e dall’isolamento di intere aree del Paese che riducono la produzione di beni e servizi, e dai potenziali danni che possono derivare alle catene del valore per la mancanza di beni intermedi. Vi sono poi degli effetti di domanda, poiché i vincoli al movimento delle persone impediscono i consumi delle famiglie diversi da quelli necessari alla sussistenza e ad alcuni servizi fruibili attraverso i canali informatici. In queste settimane, a essere più colpiti sono di certo alcune tipologie di servizi, tutta la filiera del turismo (dai voli aerei agli hotel e ai ristoranti) e dell’intrattenimento (chiusi cinema e teatri, musei, ecc.), ma anche tutti i consumi di beni non indispensabili (dall’abbigliamento a molti durevoli, con l’esclusione degli acquisti effettuati via internet). La necessità di mettere in sicurezza i lavoratori limita inoltre anche la produzione manifatturiera: molte imprese avevano scelto di ridurre o anche sospendere l’attività, sospensione che in Italia è stata imposta per decreto a tutte le imprese manifatturiere “non indispensabili” a partire dall’ultima settimana di marzo. 

Vi sono tuttavia anche effetti indiretti di cui tenere conto, effetti che tenderanno a manifestarsi quanto più a lungo si protrarrà questa situazione di emergenza e tanto più l’emergenza coinvolgerà molti Paesi (dall’Europa agli Usa). Col trascorrere del tempo, agli effetti del blocco produttivo si aggiungeranno quelli della domanda, le imprese dell’indotto, lungo le catene del valore, subiranno le conseguenze del blocco di produzioni di altre imprese, potrebbero scarseggiare beni intermedi. Dovessero poi verificarsi fallimenti di imprese (soprattutto nei servizi ma non solo) e ridursi le posizioni lavorative (soprattutto il lavoro autonomo è a rischio), si contrarrebbe il reddito disponibile. Il calo della domanda proveniente dall’estero ridurrebbe le esportazioni e dunque la produzione interna. Tutto ciò innescherebbe effetti di “second round” con ulteriori riduzioni dei consumi da parte delle famiglie, degli investimenti da parte delle imprese, condizionate da prospettive di minore domanda e profittabilità, da maggiore incertezza. Inoltre, è verosimile che l’incertezza aumenterà la propensione al risparmio. La flessione degli investimenti, perpetuando nel tempo gli effetti negativi sul potenziale di crescita, frenerebbe le possibilità di rimbalzo una volta che l’emergenza sarà terminata. 

Infine, l’intensità e la durata degli effetti indiretti dipenderanno da quanto le politiche economiche, monetaria e fiscale, potranno/vorranno mettere in campo per compensare le perdite di reddito che si stanno verificando, per impedire le crisi di liquidità e i fallimenti, insomma per evitare che il circolo vizioso si inneschi.

Per stimare gli effetti diretti, che non avendo una origine economica non possono essere valutati con gli usuali strumenti dei modelli econometrici, abbiamo dovuto fare delle ipotesi su ciò che accade quando si diffonde il virus e sulla durata delle misure restrittive. Abbiamo due esempi su cui basarci: il caso cinese, il Paese dove la pandemia ha avuto origine, e quello italiano, il primo Paese occidentale ad essere colpito. Sia in Cina sia in Italia per contenere la diffusione del coronavirus sono state via via bloccate le attività produttive e i contatti sociali. In Cina, a distanza di circa un mese e mezzo dal blocco i nuovi contagi giornalieri si sono ridotti quasi a zero, e a distanza di un altro mese si stanno progressivamente riducendo le limitazioni allo spostamento delle persone. È dunque verosimile che entro i mesi estivi il sistema produttivo della Cina torni al potenziale produttivo pre-crisi. Nel caso dell’Italia, il processo di progressive restrizioni è durato in pratica un mese, dal 23 febbraio al 23 marzo, quando tutto il Paese, a parte i servizi essenziali, è stato confinato in casa. Misure simili sono state via via adottate in un numero sempre maggiori di Paesi, e al momento non è noto quando potranno venire rimosse. 

Basandoci sull’esperienza cinese abbiamo formulato l’ipotesi che, a fronte di una stabilizzazione dello stock dei contagiati nei primi quindici giorni di aprile, lo stato attuale delle limitazioni venga mantenuto sino all’inizio di maggio e che, in seguito, si possa proceda a una progressiva e controllatissima rimozione delle misure di emergenza per tornare, nel corso dei mesi estivi, a una situazione di “quasi normalità”. Inutile sottolineare come questo scenario sia condizionato all’attuale stima dell’efficacia delle misure di contenimento del contagio e come tale sia sottoposto a un elevato grado di incertezza.

Come quantificare dunque gli effetti sull’economia. Per l’economia cinese i primi dati disponibili confermano un’intensità della caduta dell’attività produttiva come non si era mai registrata in Cina, con una flessione del 13.5% della produzione industriale nel primo bimestre dell’anno, condivisa anche dal settore dei servizi. Nel frattempo i mercati finanziari mondiali, così come quelli delle materie prime, stanno registrando crolli ingenti delle quotazioni per un marcato rialzo dell’avversione al rischio, come in passato registrato nelle fasi più acute di stress, anticipando una profonda recessione a livello globale. 

Nel caso dell’Italia, non disponendo ancora di alcun dato, la valutazione degli effetti economici è stata compiuta impiegando un modello (che abbiamo costruito a tal scopo) basato sui livelli di attività economica a dimensione provinciale e settoriale  così da poter effettuare ipotesi sull’impatto delle limitazioni all’interazione sociale sulle singole aree del Paese. Sotto questo insieme di ipotesi, stimiamo che il Pil italiano possa ridursi nel corso dei primi due trimestri di oltre il 10% rispetto alla situazione pre-crisi, con differenze settoriale molto ampie.Nell’ipotesi comune per i principali Paesi che con giugno terminino le misure di maggiore vincolo all’interazione sociale, nel corso del terzo trimestre la situazione potrebbe migliorare e tornare verso la normalità. Si pone quindi il tema del recupero: infatti, se è verosimile ritenere che la riduzione dei consumi di servizi dovuta alle misure di distanziamento sociale non verrà recuperata (non si andrà al cinema due volte, non ci sarà due volte Pasqua in cui viaggiare), il quesito è quanto veloce sarà il rientro verso i livelli pre Covid-19 una volta che i limiti verranno rimossi, ovvero se e quanto questa crisi lascerà segni permanenti sulle economie. La risposta dipende (oltre che dalla durata delle limitazioni stesse) dalle politiche che saranno attuate. 

Per quanto riguarda la politica monetaria, le banche centrali sono ovunque intervenute con tempestività e in modo massiccio, mettendo in campo tutti gli strumenti, tradizionali e non, per garantire il pieno funzionamento dei mercati monetari con l’obiettivo di assicurare che il settore finanziario non contribuisca ad amplificare ulteriormente lo shock. Sono ripartiti i programmi di quantitative easing senza limitazioni agli acquisti (Federal Reserve) o per ammontare mai sperimentati in precedenza (Banca centrale europea). La Federal Reserve, per la prima volta nella sua storia, si è impegnata a offrire sostegno diretto ad aziende e famiglie. 

Anche le politiche di bilancio si sono mosse. Una delle priorità per tutti i Paesi è quella di evitare un’ondata di fallimenti soprattutto di piccole e medie imprese con conseguenti ripercussioni sul mercato del lavoro. Da qui le misure volte ad alleviare i vincoli di liquidità delle imprese, per fare fronte ai problemi finanziari. Inoltre, gli interventi più urgenti e indispensabili sono certamente la tutela dei redditi, attraverso il supporto ai redditi dei lavoratori, con particolare attenzione a quelli meno tutelati che risultano essere quelli più colpiti in questa circostanza, ossia i commercianti, gli artigiani, i lavoratori dei servizi forniti da imprese di piccole dimensioni. 

I provvedimenti presi sinora dal governo italiano vanno in questa direzione. L’11 marzo è stato approvato lo scostamento di 25 miliardi di euro dagli obiettivi precedenti, impegnati nel finanziamento delle misure straordinarie che impatteranno per 20 miliardi sul conto economico: potenziamento della sanità, estensione degli ammortizzatori sociali e trasferimenti diretti a sostegno del lavoro e dei redditi di dipendenti e autonomi, sostegno della liquidità con sospensione dei pagamenti fiscali e dei mutui per chi è in difficoltà e ampliamento delle garanzie sui prestiti per le imprese, soprattutto piccole e medie. Altri interventi (prevediamo per un ammontare pari a 20 miliardi) sono già stati annunciati. Un onere che nel complesso arriva a 2.2 punti percentuali di Pil e che andrà a sommarsi agli effetti endogeni sulle entrate fiscali e sulle spese cicliche, che saranno ingenti (nel nostro scenario l’impatto degli effetti automatici potrebbero avvicinarsi a 2.6 punti percentuali di Pil).

Anche gli altri Paesi si stanno muovendo in questo solco, anche se con risorse per dimensioni più consistenti. In Francia i provvedimenti approvati sino a ora ammontano a 45 miliardi di euro (1.9 punti percentuali di Pil), la Germania ha rinunciato alla clausola sulla crescita del debito e ha annunciato provvedimenti per 150 miliardi di euro (4.4 punti percentuali di Pil), negli Stati Uniti è stato approvato un pacchetto di misure di circa 2000 miliardi di dollari (9.3 punti percentuali di Pil).  

Sotto queste ipotesi, prevediamo per il 2020 una recessione dell’economia mondiale (-1.6% il Pil mondiale, -0.4% nel 2009) diffusa ai Paesi industrializzati e non, dove solo la Cina evita una flessione del Pil in media d’anno perché caratterizzata da ritmi di crescita strutturali elevati. Il rientro dell’emergenza alla fine del secondo trimestre implica un rimbalzo positivo già nella seconda parte dell’anno e ciò è alla base della stima di una caduta del commercio mondiale di merci di “solo” il 9.4% (-12.3% nel 2009).

Nel caso dell’Italia, il Pil cadrebbe del 6.5%, in misura superiore rispetto ai principali partner europei sia perché, essendo stato il primo Paese a essere colpito al di fuori della Cina, ha dovuto “sperimentare sul campo” le misure da adottare, mentre gli altri hanno potuto beneficiare dell’esperienza italiana e anticipare i provvedimenti di contenimento, sia perché il supporto della finanza pubblica è inferiore. Nonostante la sospensione dei vincoli europei, il livello di debito del nostro Paese sta, nel momento in cui scriviamo, rendendo le autorità di governo più caute di quelle di altri Paesi nel programmare interventi di sostegno alle imprese e alle famiglie. 

In prospettiva, sotto le ipotesi descritte, il 2021 segnerà il ritorno alla normalità, con ritmi di crescita trimestre su trimestre un po’ superiori ai valori pre Covid-19 e ciò implicherà, anche per un mero fattore aritmetico, un rimbalzo nei tassi di crescita in media d’anno, che risulteranno superiori ai livelli medi tipici di ogni Paese. Rimbalzo che, comunque, nei Paesi industrializzati ed emergenti, con l’esclusione di Cina e India, non sarà in grado di compensare per intero le perdite subite durante la fase di restrizioni che stiamo vivendo. 

Perdite che implicano anche che difficilmente i conti pubblici rientreranno sui livelli pre Covid-19 in tempi rapidi. È vero che nel contesto di eccezionale gravità nel quale si trova l’economia mondiale in questo momento, un maggiore deficit non deve spaventare ed è forse l’ultimo problema da porsi, specie se le misure saranno mirate, in grado di limitare i costi sociali e la perdita di capacità produttiva, in modo che possano essere rimosse una volta superata la crisi per non appesantire in modo permanente il bilancio. È però altresì indubbio che la crisi in corso apre uno scenario di forte impegno per i conti pubblici di tutti gli Stati più colpiti in modo più forte e del nostro Paese in modo particolare. 

Senza trascurare il fatto che, in un secondo momento, quando si sarà usciti dall’emergenza, sarà anche necessario essere pronti con il sostegno della domanda, con trasferimenti monetari alle famiglie, aiuti alle imprese, spesa diretta in investimenti pubblici. Se ci sarà un problema di capacità produttiva da ricostruire, i piani di investimento pubblico andrebbero programmati sin da ora per non trovarsi impreparati. In tale contesto, anche se la sospensione delle regole europee implica che non vi dovrebbero essere vincoli sulle risorse stanziate e che la politica monetaria di certo non farà mancare il suo sostegno nelle eventuali difficoltà di raccolta dei fondi con l’emissione di titoli pubblici, non si può negare che vi sia un rischio elevato insito in un accumulo senza precedenti di debiti. 

Accumulo di debiti a fronte di una crisi che, sotto le ipotesi descritte, si rivelerebbe peggiore di quella del 2008-2009 (vedi figura), per il nostro Paese anche di quella del 2012-2013. Una crisi che quindi non può non sollecitare la riflessione sul ruolo che le istituzioni europee potrebbero/dovrebbero giocare. Benché la Bce abbia assicurato il suo sostegno, esso non è sufficiente a fronteggiare una caduta di attività economica di tale entità. La politica fiscale è lo strumento prioritario in questo frangente, ma i segnali che tale ruolo possa essere guidato e sostenuto dalle autorità europee non sono al momento ancora chiari. La discussione è in corso ma è probabile che, in assenza di interventi coordinati a livello europeo per affrontare in modo comune l’emergenza sanitaria e il rilancio dell’attività economica, l’Italia potrebbe ritrovarsi nel 2022 con un Pil più basso rispetto al profilo pre-Covid-19 del 4% e con un debito pubblico più elevato di 15 punti percentuali. 

È difficile pensare che da una situazione del genere si possa uscire senza un piano di aiuti coordinato a livello europeo. 


 
Profili di crescita del PIL a confronto 
var. % sul trimestre corrispondente - trimestri dall'inizio della crisi
Elaborazione Prometeia su dati di istituiti nazionali di statistica