ANTEO

Angolo dell’analisi

Anteo 105 - Febbraio 2020
 
 

Prof Onofri, come di consueto dedichiamo il primo numero dell’anno all’outlook sull’economia globale. Gli ultimi indicatori evidenziano segnali di stabilizzazione o di leggero miglioramento: c’è una sorta di pilota automatico in grado di guidare la crescita economica globale nell’anno in corso e nei prossimi?

Gli ultimi indicatori della fine dello scorso anno, a prima vista, appaiono migliori di quelli precedenti negli Usa e in Cina mentre risultano peggiori in Europa, con l’esclusione della Spagna. I dati relativi al Pil del Regno Unito sono invece peggiori rispetto alle aspettative nell’ultimo trimestre 2019.

Le cause variano. Vi sono ragioni contingenti, come gli scioperi in Francia, e più durature, come le difficoltà del settore auto in Germania. Se prendiamo in considerazione quei Paesi dove le prospettive appaiono migliorate, Cina e Stati Uniti, per i quali sono disponibili anche gli andamenti delle componenti del Pil, sembrano esservi comunque aree di fragilità. In Cina, sul finire dell’anno, a fronte di un rallentamento della crescita dei consumi e un minor contributo delle esportazioni nette, vi è stato un aumento degli investimenti pubblici, che non ha compensato del tutto il minor contributo della domanda privata. La crescita ha proseguito quindi il suo rallentamento al 6% l’anno. Negli Usa, nonostante tutti gli aspetti positivi decantati da Trump, obiettivamente presenti, da tre trimestri gli investimenti fissi lordi ristagnano.

Tutto ciò costituisce lo scenario precedente all’esplosione della crisi sanitaria mondiale legata al coronavirus. Si può parlare ancora di pilota automatico? A mio parere sì, se lo consideriamo la sintesi delle tendenze di fondo che stiamo indicando da diversi anni: crescita lenta e tassi di interesse reale pressoché nulli, ma queste tendenze sono spesso disturbate dal materializzarsi dei rischi che prospettiamo e da quelli imprevedibili. 

 

Tra i possibili rischi vi è innanzitutto la guerra commerciale: al momento c’è una fase di tregua tra Usa e Cina ma rimangono diverse incertezze sui dazi in Europa. Quali sviluppi dobbiamo attenderci?

La chiusura della fase 1 delle trattative Usa-Cina è all’origine di quel miglioramento prospettico cui si faceva prima riferimento; ma l’avvio vero e proprio della campagna elettorale americana sembra portare sulla scena il problema degli scambi commerciali con l’Europa e non dobbiamo aspettarci di rimanere immuni dall’abbrivio che Trump ha preso… 

 

In ogni caso restano i dubbi sulla seconda fase dei negoziati Usa e Cina e sui riflessi che ciò potrà avere sul commercio internazionale, inoltre, il 31 gennaio si è formalizzata la Brexit.

Non vorrei apparire sbrigativo, ma non vedo effetti immediati macroscopici della Brexit; avremo un anno di trattative e c’è la probabilità non trascurabile che non si arrivi a un accordo onnicomprensivo, data la complessità dell’argomento. È probabile quindi che si ricada nella tipologia di scambi tra due aree di Paesi membri del WTO, con una possibile gestione di tale rapporto che ora è impossibile immaginare. Per non parlare della complessità della Brexit nell’ambito degli intermediari finanziari, dove è molto difficile prevedere quale sarà il compromesso tra l’esigenza continentale di poter accedere a mercati molto liquidi come quelli londinesi e quella inglese di ridurre il numero di importanti istituzioni bancarie che trasferiscono la loro sede da Londra a Parigi.

Per quanto riguarda la seconda fase di negoziati Usa e Cina, credo ci vorrà tempo prima che possa prendere il via, anche perché la implementazione della prima non è banale. Basti pensare a quanto è complesso regolare gli scambi in termini quantitativi in un’economia di mercato e non con aliquote di imposta sulle importazioni. In ogni caso, un cambio di “regime” negli scambi internazionali per alcuni anni è già avvenuto e i riflessi sulla crescita del commercio mondiale si stanno avvertendo dalla fine del 2018, con un rallentamento significativo allo 0,4% nel 2019 dopo un aumento del 3,4% nel 2018. Ma il recupero all’1,5% nel corso del 2020 che prevedevamo a dicembre scorso è messo in discussione dalle sorprese della fine 2019 e dallo shock da coronavirus.

 

Quali saranno le ricadute della crisi sanitaria sul commercio e sull’evoluzione della crescita economica globale?

Non è semplice dare una risposta. Per cercare di stimare l’impatto in questi casi si cercano nel passato eventi simili e quindi la mente corre subito alla SARS nel 2003. Non tutti sono d’accordo sull’utilità di partire da questo confronto: il peso molto diverso dell’economia cinese sul Pil mondiale, dal 4% del 2003 al 16% del 2019.

Quest’aumento è andato di pari passo con la crescita dell’interconnessione dell’economia cinese con le altre economie espressa nelle più numerose catene internazionali del valore per tanti prodotti. Ciò induce alcuni a ritenere che l’impatto del Covid-19 possa essere più simile agli effetti del terremoto a Fukushima in Giappone nel 2011. In ogni caso, tutto dipenderà da quanto intenso e prolungato lo sconvolgimento dei piani produttivi delle aziende cinesi e quanto tutto ciò interagirà con il livello di indebitamento delle stesse aziende.

È per questo che la Banca Centrale cinese è già intervenuta con finanziamenti importanti all’economia. L’altro aspetto importante è il fatto che la provincia di Hubei (entro la quale si trova la città di Wuhan, epicentro dell’epidemia), con i suoi quasi 60 milioni di abitanti pesa poco più dell’l’1% sul Pil mondiale. Considerato tutto ciò, si può azzardare che l’impatto possa essere dell’ordine di un punto percentuale sulla crescita cinese (dal 6 al 5%), dello 0,3 circa sul Pil americano e 0,5/0,6 sul commercio mondiale. 

 

Quale sarà quindi il peso su Europa e Italia?

L’analisi prospettica per l’Europa e l’Italia deve essere più articolata. In entrambi i casi all’evoluzione congiunturale negativa, di cui ho detto all’inizio, si somma l’impatto del coronavirus. Mi limito a qualche considerazione quantitativa sull’Italia. Nell’ultimo trimestre del 2019 il Pil è caduto dello 0,3%. Già solo questo, per effetto trascinamento, comporta una revisione al ribasso della crescita media del 2020 dallo 0,5% previsto a dicembre allo 0,2%.

Per quanto possa arrivarci attenuata l’onda degli effetti del Covid-19 e per quanto rapida possa essere la ripresa cinese nel corso dell’anno, è improbabile che l’impatto sulla crescita media sia nullo e di conseguenza sembra plausibile che nel migliore dei casi il nostro Pil nell’anno in corso ristagnerà o crescerà dello 0,1%. Comunque, queste sono valutazioni molto preliminari; in queste settimane il gruppo di analisi e previsioni economiche che Prometeia ha acquisito da Prometeia Associazione sta impostando in modo accurato queste valutazioni.