ANTEO

2020, il nuovo decennio tra (alcune) certezze e (molti) interrogativi

Anteo 105 - Febbraio 2020

Stefania Tomasini, Partner Prometeia

 

Dalle tensioni commerciali Usa-Cina alla recente crisi sanitaria causata dal coronavirus passando per i problemi di crescita dell’Italia

 

2020: un nuovo decennio si è aperto. Si potrebbero elencare le incertezze che ne stanno segnando i tratti sin dall’inizio, col rischio di trascurare i pur numerosi elementi positivi che stanno caratterizzando questa fase ciclica. 

Il 2019 è stato il secondo anno di rallentamento globale, dopo il picco ciclico del 2017, ma le prospettive delineate nel Rapporto di Previsione Prometeia dello scorso dicembre erano in sostanza positive, caratterizzate dall’attesa che si sarebbe riavviata una fase di ripresa. 

Da un lato, infatti, Usa e Cina hanno siglato a novembre 2019 una tregua (phase-one) nella escalation tariffaria che ha caratterizzato gli ultimi due anni. La conclusione dell’accordo ha alleggerito le tensioni mondiali: i mercati finanziari hanno reagito in modo positivo e anche in Europa il clima di fiducia delle imprese ha attenuato il trend calante che lo ha caratterizzato per quasi un biennio.

D’altro canto, le politiche economiche erano intervenute in maniera massiccia per contrastare il peggioramento delle attese. La scorsa estate la Fed aveva invertito il percorso di normalizzazione delle politiche monetarie e ridotto di nuovo i tassi di riferimento riportandoli all’1.75%. La Bce ha rivisto la propria forward guidance, riavviato il programma di acquisto di titoli sul mercato e dichiarato a più riprese l’intenzione di mantenere i tassi di interesse bassi per tutto il tempo necessario.

Le politiche fiscali hanno sostenuto la crescita in misura considerevole sia negli Stati Uniti sia in Cina, più timidamente in Europa, dove comunque la stance è in media espansiva anche se l’esistenza di uno spazio fiscale giustificherebbe un po’ più di coraggio in alcuni Paesi. 

Pur se con ritmi di crescita molto inferiori al potenziale e ai punti di massimo toccati nel periodo 2014-2017, ci sarebbero dunque tutte le condizioni perché la ripresa mondiale possa cominciare, lasciandosi alle spalle un 2019 che risulterebbe così il punto di minimo ciclico. Nel Rapporto di dicembre prevedevamo per il 2020 una crescita del Pil mondiale al 2.6%, con un 1.3% per le aree industrializzate e un 3.5% per quelle emergenti, una crescita del commercio mondiale dell’1.4%. 

Un contesto internazionale che sosterrebbe l’uscita anche dell’economia italiana dalla stagnazione in cui si trova impantanata oramai da un anno e mezzo: infatti, dopo il picco ciclico del IV trimestre 2017, l’economia italiana è in pratica rimasta ferma, avendo messo a segno variazioni congiunturali oscillanti attorno allo zero (Fig. 1). 


 
 

La frenata è stata molto brusca, come mostra il confronto tra i tassi di crescita tendenziali degli ultimi trimestri di ogni anno (Fig. 2), un rallentamento che, come noto, l’economia italiana ha solo in parte condiviso con gli altri Paesi europei. All’incertezza diffusa nel mondo dalla guerra commerciale tra Usa e Cina si è sommata quella relativa alle prospettive del settore automobilistico in Europa, e ciò ha bloccato la produzione nell’industria. Ciò si è riflesso sui comparti dei servizi più legati all’attività manifatturiera (servizi alle imprese, trasporti, ...) ma è rallentata anche l’attività nei servizi rivolti alle famiglie, colpite nelle loro decisioni di spesa dalla crisi di fiducia. Quest’ultima tutta italiana, innescata a metà del 2018 dall’incerta conduzione di politica economica del governo giallo-verde uscito dalle elezioni di marzo, incertezza solo in parte venuta meno con l’insediamento del nuovo esecutivo nell’agosto del 2019. 

Ciò ha riflesso una ricomposizione della domanda dagli investimenti in macchinari e dalle esportazioni, che avevano trainato la ripresa nel triennio 2015-2017, agli investimenti in costruzioni. Spesa delle famiglie e scorte meritano un discorso a parte, entrambe influenzate da quel clima di incertezza che, come ricordato, ha bloccato le decisioni di famiglie e imprese. I consumi, infatti, hanno decelerato nonostante una crescita costante del reddito disponibile, riflesso di una cautela che ha portato ad aumentare la propensione al risparmio. Tutto ciò nonostante un piccolo rimbalzo nel III trimestre, in corrispondenza all’avvio dei pagamenti per il Reddito di cittadinanza. Le scorte sono cadute, immagine dell’incertezza che ha bloccato i piani di produzione e ha portato a soddisfare la domanda, che pure non è mancata, riducendo in maniera progressiva i magazzini, in una misura che non si osservava dal 2012. 

Le prime stime sulla chiusura del 2019 confermano questo quadro di stagnazione complessiva, ancor più aggravato da fattori climatici/idiosincratici che avrebbero contribuito a far cadere nuovamente il Pil nel IV trimestre (-0.3% sui tre mesi precedenti), limitando la crescita media annua allo 0.2%. 


 
 

In contemporanea però, i titoli del debito pubblico italiano continuano a essere su livelli di minimo storico, lasciando aperta una finestra di opportunità per l’Italia, creando condizioni favorevoli alla ripartenza del ciclo economico, pur se con un passo lento, frenato dalla necessità di ristabilire la fiducia di famiglie e imprese. Fiducia che sarebbe favorita da una politica fiscale che garantisca una stance blandamente espansiva, derivante dalla ricomposizione delle poste di bilancio. Infatti, in continuità con lo scorso anno, le famiglie risulteranno favorite dagli effetti redistributivi sia delle nuove misure sia del Reddito di cittadinanza, che andrà a regime quest’anno. Consumi dunque relativamente avvantaggiati ma qualche impulso positivo dovrebbe arrivare anche agli investimenti, attraverso il rifinanziamento di super e iper ammortamento e di vari crediti di imposta, insieme a detrazioni maggiorate per ecobonus e ristrutturazioni.

Su questo quadro di moderato ottimismo sulle prospettive dell’economia mondiale e italiana, si sono innestate una serie di notizie che hanno portato ad aumentare di molto la già elevata incertezza che caratterizzava lo scenario appena descritto. Se le tensioni politiche tra Usa e Iran dei primi giorni dell’anno sono velocemente rientrate, quantomeno nei loro rilessi più legati all’economia, la vicenda della diffusione del nuovo coronavirus è, al momento in cui scriviamo, del tutto aperta e gli esiti non sono scontati. 

Nell’ipotesi che, come accaduto nei casi passati di diffusioni virali (dalla Sars all’Ebola e alla Zika), il contagio rimanga circoscritto e la fase acuta sia superata nel volgere di poche settimane, i riflessi economici rimarranno concentrati sull’economia cinese, che potrebbe rallentare il proprio ritmo di crescita al 5% (6.2% nel 2019), con riflessi di pochi decimi di punto sulla crescita del commercio globale. I mercati finanziari in effetti stanno scommettendo su questa evoluzione della situazione e dopo le cadute dei giorni successivi alla diffusione delle notizie sul contagio sono velocemente risaliti.

Ciò non significa che i motivi di incertezza siano esauriti, sono infatti numerosi e preesistenti allo scoppio del caso coronavirus. Rimangono infatti sullo sfondo “venti di guerra”, tariffaria, valutaria, politica (Iran e Medio Oriente) tutt’altro che sopiti e che potrebbero mettere in crisi il percorso di ripresa ordinato che abbiamo disegnato. Guerre contro le quali le armi delle politiche economiche rischiano di risultare spuntate, quantomeno quelle monetarie che hanno oramai sperimentato molteplici strumenti di allentamento non convenzionali. Senza menzionare le elezioni Usa, che potrebbero segnare uno spartiacque per la politica economica: rappresenteranno una battuta d’arresto nell’ascesa del bilateralismo o ne decreteranno la vittoria definitiva?


 
 

Concentrando lo sguardo sul nostro Paese e volgendolo un po’ più lontano, va rimarcato che anche in prospettiva, e nelle circostanze favorevoli sopra descritte, l’economia italiana ancora per il prossimo quinquennio continuerà a non raggiungere i livelli pre-crisi (2008) per tutti i principali indicatori macroeconomici (dal Pil al Pil-pro-capite, dai consumi pro-capite all’input di lavoro), confermando una previsione che facciamo da tempo, da quando la crisi finanziaria è scoppiata, le cui caratteristiche ci facevano sin dall’inizio presagire che sarebbe stata molto lunga ma che “errori umani/di policy” nel frattempo hanno reso ancora più duratura. 

Nel 2022, termine delle nostre previsioni di breve termine, saranno trascorsi 15 anni dallo scoppio della crisi finanziaria, avremo conosciuto due recessioni molto profonde (nel 2009 e nel 2012) e una stagnazione (tra il 2018 e il 2019), seguite ognuna da fasi di ripresa che, nel complesso, non saranno state sufficienti a riportarci al punto di partenza. Il contesto esterno e le cause delle crisi sono stati comuni, ma tra i Paesi europei solo l’economia italiana non ha recuperato. C’è dunque una specificità italiana che continua a riproporsi, senza che si vedano soluzioni di continuità. 

15 anni persi che ricordano la “lost decade” dell’economia nipponica. Qualche anno fa era consueto riflettere sulle difficoltà del Giappone di uscire dalla stagnazione degli anni ‘90, seguita allo scoppio della bolla immobiliare, e fu coniata l’espressione “lost decade” per indicare il decennio di mancata crescita e di deflazione che aveva caratterizzato il Paese, nonostante le eccezionali misure espansive di stampo monetario e fiscale messe in atto. Altrettanto consueto era accostare l’Italia al Giappone, per le similitudini in termini di declino demografico ed elevato debito pubblico. 

Oggi, con la prospettiva di accumulare altri 15 anni di mancata crescita, il confronto col Giappone può risultare di nuovo illuminante, per riflettere sulla situazione dell’economia italiana. Un confronto (Fig.3) che copre i 25 anni che vanno dal 1993 al 2018 (e il sotto periodo dell’Uem dal 2000 al 2018) per Italia e Giappone, associati a Germania e Usa, come benchmark di “successo”. 

Dal confronto emerge in modo chiaro che il declino demografico ha colpito il Giappone prima e più dell’Italia, ma ciò nonostante la crescita del Pil nipponico è stata superiore a quella italiana, anche se di molto inferiore a quelle tedesca e statunitense. In parallelo il Giappone ha ridotto la disoccupazione mentre l’Italia l’ha aumentata. Ma, forse ancora più importante, in questi 25 anni il Pil pro-capite (indicatore di benessere economico medio) e il Pil per addetto (indicatore di produttività) mostrano che non è andata poi così male in Giappone, mentre confermano che il Paese con la peggiore performance economica in assoluto è l’Italia. 

Va sottolineato che i problemi di crescita dell’Italia vengono da molto lontano e mostrano un’economia che da un quarto di secolo ha smesso di crescere e di aumentare il benessere per tutti i propri cittadini, al contrario di economie che pure erano considerate “molto malate” come il Giappone negli anni ‘90 e la Germania negli anni 2000. E il confronto col Giappone suggerisce inoltre che si può crescere anche se la popolazione ristagna quando aumenta la produttività. 

L’Italia ha un enorme problema da risolvere, di comprensione ma soprattutto di messa a punto di strategie di lungo respiro che affrontino il problema di un quarto di secolo di mancata crescita. Vi sarebbe bisogno di uno sforzo di “architettura di policy” adeguato alla gravità della situazione. Ma di tutto ciò non sembra esservi traccia né nel dibattito pubblico, né tanto meno in quello politico.