Il protezionismo siderurgico Usa: quali rischi per l'Italia?

Il protezionismo siderurgico Usa: quali rischi per l'Italia?

18 luglio 2017

federico.ferrari@prometeia.com

Il mercato statunitense è un importante outlet per molti prodotti della metallurgia italiana: una navigazione su Prometeia MIO consente di individuare i comparti più penalizzati dai dazi prospettati da Trump

 

A partire dal Trading with Enemy Act di Nixon del 1971 fino ai dazi applicati dall’amministrazione Obama sui laminati made in China, la difesa dell’industria siderurgica nazionale – e del consenso politico nella Rust Belt – ha rappresentato una priorità per quasi tutte le amministrazioni statunitensi degli ultimi 50 anni. L’ultima campagna elettorale repubblicana è stata permeata da un approccio largamente protezionistico: nessuna sorpresa, quindi, che la salvaguardia dell’industria dell’acciaio a stelle e strisce si collochi in cima all’agenda dell’amministrazione Trump. In questa analisi non ci soffermeremo sulla capacità dei dazi di restituire un futuro all’industria siderurgica USA, che sarà oggetto di uno studio più approfondito non appena saranno note modalità e tempistiche di intervento. Piuttosto, vogliamo soppesare i possibili i rischi per le imprese siderurgiche italiane connessi a uno scenario protezionistico: navigando attraverso gli analytics di Prometeia MIO, il portale di business information di Prometeia, si osserva come questi ultimi siano abbastanza rilevanti da meritare un’attenta riflessione

Una premessa: anche se il target principale della retorica di Trump è rappresentato dalla concorrenza cinese, non sarà l’acciaio di Pechino il solo obiettivo delle future barriere tariffarie statunitensi. Complici i dazi implementati negli ultimi mesi del mandato Obama, l’incidenza in termini di volume delle esportazioni cinesi di acciaio negli Stati Uniti è infatti crollata dal 7% del 2014 a poco più dell’1.5% nel 2016, facendo scivolare la Cina al di fuori della classifica dei primi 10 esportatori verso gli USA. Qualora l’amministrazione Trump decidesse di “isolare” il mercato statunitense non lo farebbe quindi a spese di Pechino - il cui peso è già troppo ridotto da poter essere ritenuto una seria minaccia - ma coinvolgerebbe in maniera trasversale i principali paesi esportatori. Tra questi, in posizione solo apparentemente defilata, figura anche il nostro Paese

 
 
Fig. 1 Acciaio italiano negli USA: i principali prodotti esportati
Media 2014-’16, in volume. Elaborazione su fonte UNCTAD
 

Ruolo rilevante dell'Italia nei semilavorati a elevato valore aggiunto

Il 16esimo posto occupato dall’Italia nel ranking dei principali esportatori di acciaio verso gli USA non deve trarre in inganno. È vero che nella siderurgia in generale la quota di mercato delle imprese italiane risulta relativamente contenuta, raggiungendo a malapena il 2% delle importazioni statunitensi in valore, ma se si scende nel dettaglio dei singoli prodotti quello che emerge è un ruolo decisamente più rilevante, per il nostro paese, nel commercio di semilavorati a elevato valore aggiunto, in particolare della categoria acciai inossidabili. Nel caso dei prodotti appartenenti alla tipologia dei profili la quota dell’Italia sul totale delle importazioni statunitensi di acciaio supera addirittura il 30% (sempre in valore) consegnando al nostro Paese la leadership in questa fetta di mercato. L’elevata import penetration dei prodotti Made in Italy si riflette, a sua volta, nell’importanza che il mercato statunitense riveste per l’industria dell’acciaio tricolore: gli USA hanno assorbito quasi il 60% dei lingotti di inox e il 20% circa dei profilati esportati complessivamente dall’Italia tra il 2014 e il 2016, solo per citare i prodotti più rilevanti [fig. 1].

Un giro di vite sulle politiche commerciali statunitensi non sarebbe quindi senza conseguenze per l’industria italiana dell’acciaio: peraltro, per molte categorie di prodotto (tra cui quelli sopra citate) gli Stati Uniti non rappresentano solo una delle destinazioni più importanti in termini di volumi complessivamente assorbiti ma, potenzialmente, anche una delle più dinamiche. Lo strumento di Market Finder di Prometeia MIO identifica infatti negli USA il paese caratterizzato da una combinazione unica di ampie prospettive di sviluppo per il prossimo biennio ed elevato “peso specifico”, in termini di volumi potenzialmente assorbibili, per almeno due micro-settori afferenti al settore della metallurgia: quello dei “Tubi in acciaio” e della “Lavorazione a freddo dell’acciaio”. Per quest’ultimo, in particolare, gli USA rappresentano il terzo paese di destinazione delle esportazioni italiane, con spazi di crescita potenziale a doppia cifra per il biennio 2017-’18. [fig. 2]

 
 
Fig. 2 - Importazioni dall’Italia: lavorazione a freddo dell’acciaio
A prezzi costanti. L’area della bolla è proporzionale ai volumi esportati. Fonte: Prometeia MIO, Market Finder
 

Il siderurgico possibile terreno di scontro commerciale

In un articolo pubblicato alcuni mesi fa abbiamo rilevato come un ritorno degli Stati Uniti a una politica commerciale anni ’80, caratterizzata da dazi trasversali e multilaterali, rappresenti un’ipotesi estrema. In questo ipotetico scenario, le imprese italiane del Made in Italy e della Meccanica le più penalizzate a priori, potrebbero dormire sonni relativamente tranquilli, altrettanto non si può dire per quelle metallurgiche. Data l’importanza simbolica e politica che riveste, la siderurgia è infatti uno dei settori più esposti alla scure del Dipartimento del Commercio, a maggior ragione se si considera che, quando si viene all’acciaio, le amministrazioni statunitensi hanno già dimostrato in passato di tenere in scarsa considerazione il rispetto del sistema di regole che l’adesione al WTO imporrebbe [1]. Nelle prossime settimane saranno definiti i contorni del ricorso dell’amministrazione statunitense al Section 232, step preliminare all’innalzamento delle barriere commerciali promesse da Trump: per l’industria italiana dell’acciaio la sfida si sposta a Bruxelles, in quello che, nei prossimi mesi, ha tutta l’aria di diventare uno dei principali terreni di scontro commerciale tra Europa e Stati Uniti.

 
 

[1] Si veda il “Section 201 Steel Tariff” approvato nel 2002 dall’amministrazione Bush e successivamente giudicato in palese contrasto con gli accordi del WTO.